Coronaconfusion

Avete presente quai gancetti adesivi, da appiccicare alle finestre per infilarci le assicelle delle tendine? Ecco, quelli: è il mio primo acquisto alla riapertura dei negozi non alimentari. Non propriamente shopping (che proprio non ne sono il tipo), ma di quella finestra così tristemente sguarnita in cucina (dopo che un esercito di gancetti aveva dato forfait) non ne potevo proprio più. “Avessi avuto questa vernice a casa, signora mia, avrei rifatto tutte le pareti!”, mi confessa un signore in attesa davanti al bancone approntato nel cortile della rivendita. Invece è andata che questa vita in sospeso ci ha presi tutti impreparati. A spizzichi e bocconi, il coronavirus ci ha portato via due mesi di vita. E un po’ di più. Non sarà mai più come prima. L’abbiamo sentito dire a ogni evento di portata maggiore (per dire, l’attacco alle Torri gemelle). Adesso l’altra normalità sarà figlia di questo contagio assoluto, totale, globale. Dovremo rivedere usi e comportamenti. Baci e abbracci ogniqualvolta si va con gli amici a prendere un caffè? Scordiamocelo. Strette di mano? Nell’ordine del peccato mortale. Per noi, gente di mare, mediterranei dal cuore caldo, sarà dura. Vuol dire che ci prenderemo a gomitate, in questa nuova invenzione di saluto corona correct. Indosseremo la mascherina… Ecco, per qualcuno è un problema. Sarà che dà il senso di soffocare, che segna il volto con una linea orizzontale di brufoletti, che gli occhiali si appannano… sono un po’ una croce. Eppoi, finché non ce n’erano, erano se non inutili sicuramente poco utili. Adesso che le vendono sullo scaffale accanto al pane sono imprescindibili. Raccontatecela giusta. Il fatto è che ne abbiamo sentite tante. Ma proprio tante. E adesso che la paura è passata, si vorrebbe un boccone di normalità in più. Ma diciamolo: ci siamo spaventati. O forse no. Ricordate, quando ‘sta faccenda è scoppiata a Wuhan (della quale nessuno di noi sapeva l’esistenza e adesso sapremmo riconoscere anche il sindaco della città e il governatore della provincia di Hubei a incontrarli a un ipotetico semaforo) si era detto di un “virus letale”. Pian piano che si avvicinava all’Occidente diventava un’influenza un po’ più cruenta. Per poi ridiventare un nemico che neanche a disegnarlo lo si sarebbe fatto più brutto, sporco e cattivo. Confusione. Forse pensavamo di cavarcela. Miracolati da un destino che non ci ha propriamente risparmiato con gli scossoni che ci ha regalato nella storia più recente. Sarà stata anche fortuna, ma hanno pesato dalla parte buona della bilancia la lungimiranza e la professionalità del Comando regionale (sì, anche quello nazionale) della Protezione civile, che per prima cosa è andato alla ferramenta ad acquistare lucchetti e catenacci. Abbiamo dato il nostro anche noi, gente comune e ignorante in materia quanto basta. Salvo poi diventare tutti specialisti laureati alla Google University of Medicine. Confessate: avete googlato Covid e coronavirus fino a consumare la pelle dei polpastrelli. Ne sappiamo di più? No. Ma non importa. Basta che ci stiamo lasciando alle spalle, lentamente, questo periodo incredibilmente distopico e confuso.
Perché bisogna andare avanti. In un testo, una parentesi troppo lunga toglie il senso al pensiero. Nella vita toglie senso alla vita. Con tutto quello che comporta. Bisogna andare avanti. Vivere. Muoversi. Lavorare. Creare. Non sarà facile. Forse è difficile immaginare quanto sarà spinoso il domani. Non ci sono, in penisola, grandi industrie da rimettere in marcia. E il saperci così impastoiati al turismo (anche oltre i livelli regionali) ci rende fin troppo fragili. Abbiamo esagerato. Gongolato nella crescita esponenziale delle presenze stagionali. Ricordate quando l’indicatore massimo del successo del settore turistico era dato dai chilometri di coda al confine o ai caselli stradali? Una concezione così del turismo non dà pane alla lunga. Sono stati affari d’oro per gli artigiani delle tabelle. Quelle con la scritta “Zimmer frei”, o “Apartment” con tanto di sbarluccicanti stelline. A volte ho avuto l’impressione che per un numero civico ci fossero quattro insegne d’affitto. Considerazioni fatte sul divano di casa, quando il buon Kozlevac, a capo del Comando regionale della PC ci invitava con fermezza a stare a casa. Salvo poi ringraziarci, gentilmente, alla prossima conferenza stampa, per esserci comportati disciplinatamente e con responsabilità. Intanto, è da 19 giorni che in penisola navighiamo nello zero assoluto. Una volta tanto numero positivo e non qualificante di una persona proprio da niente.
Adesso basta. Sì, è proprio il caso di riprendere, perché non è semplicemente nell’animo umano questa chiusura fatta anche di ansia, mare pericoloso, una volta che ci si tuffa. Le idee che non passano per la testa! Che fanno buona, anzi, sempre più buona se non assolutamente vera, la tesi del complotto, di una porta aperta in un lontano laboratorio, o infilata da terzi affinché sembri uscita da lì. Pane per i denti di complottisti e anche scrittori, sceneggiatori. Vedremo i prossimi titoli.
A Dio piacendo (le chiese sono aperte), saranno nuotate in mare, con i teli da bagno a distanza tale da credere di essere soli in spiaggia. Verranno i turisti? Sì, ma non come prima. Beh, direi! Riapriranno i bar. Ma non sarà più il solito caffè. A due metri di distanza, di che cosa vuoi parlare: devi farlo forte quanto basta che ti sentono in tutta la piazza. Si torna a scuola. Chi l’avrebbe mai detto che adolescenti irrequieti ne avrebbero sentito la mancanza! Meno male che c’è il cellulare, che i social network non mancano, altrimenti costretti come eravamo ai domiciliari, ci saremo inselvatichiti. Sapremo ricostruirci la tranquillità, la normalità, il quotidiano, anche il tran tran che ci sembrava alienante? Mah, dicono che Covid-19 potrebbe tornare a settembre. Come Rock Hudson nell’omonimo film. Speriamo che anche il virus ne abbia avuto abbastanza. Noi, certamente, sì. E la lezione l’abbiamo anche capita. Dite di sì, please.

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