Cooperazione culturale e intoppi burocratici

Fin dal momento del mio arrivo a Roma, speravo che la cultura e la cooperazione culturale tra Italia e Croazia potessero diventare il mio cavallo di battaglia. Anche perché della politica culturale mi ritenevo quasi un esperto: infatti, a Fiume avevo esordito, ancor prima che l’Università venne fondata nel capoluogo quarnerino, come insegnante al corso universitario per “organizzatori della cultura”. Si trattava di un indirizzo di studio presso la Facoltà di pedagogia industriale, come allora si chiamava, nel lontano 1974. Quello per gli organizzatori della cultura era una specie di corso universitario superiore, visto che quelli che potevano iscriversi per conseguire la laurea quadriennale dovevano essere in possesso di un titolo di studio biennale, come, ad esempio, un diploma dell’Accademia di Pedagogia, oppure il diploma di un altro studio biennale di indirizzo umanistico, linguistico, di lingue straniere, di scienze sociali o amministrative.
In altre parole, era una specie di continuazione del percorso universitario per chi avesse compiuto già due anni di studio. L’iniziativa per aprire questo corso di laurea era partita da professor Vasilije Ćeklić che si occupava di letteratura jugoslava, ma anche di studi culturali. All’epoca avevo scritto degli articoli (critici) sulla politica culturale della Jugoslavia. Fu in base a quegli scritti che la mia ex professoresa di Politica culturale, alla Facoltà di scienze politiche dove avevo conseguita la laurea ed ero iscritto a un corso post laurea, Tena Martinić, propose al prof. Ćeklić di ingaggiarmi per due corsi: uno sulla politica della cultura jugoslava e l’altro sulla politica culturale comparata. Poi, in base a quel curriculum di studio e all’esito positivo di quest’innovazione, fui proposto per la nomina a sottosegretario alla Cultura nel governo della Repubblica Socialista di Croazia. E poi fui anche mandato a New York, a fare il direttore del Centro per la cultura e l’informazione della Jugoslavia. Per cui qualche nozione di politica culturale, nazionale e internazionale, l’avevo acquisita durante un periodo della mia carriera professionale.
Ma a Roma la speranza di poter mettere a frutto la mia esperienza, sia teorica che pratica, si rivelò quasi un’utopia. E questo per la semplice ragione che l’iter burocratico, anche in campo culturale, è molto più complesso quando a discutere di cultura sono i funzionari dei Ministeri degli Esteri.
Così quando venni a Roma, nel 2012, regnava un’atmosfera di ottimismo, perché proprio quell’anno ci fu, in Croazia, la ratifica dell’Accordo italo-croato sulla cooperazione nel campo delle attività culturali.
L’Accordo venne poi ratificato anche dal Parlamento italiano, ma ci vollero ben tre anni affinché quest’intesa venisse tradotta in un piano operativo. Nel frattempo, non accontentandomi di aspettare ulteriori negoziati per giungere alla concretizzazione dell’accordo, decisi di fare da me, aspettando il Godot burocratico. Che però venne, alla fine: nel 2015, infatti, venne stilato un “Protocollo esecutivo” per l’inizio di uno scambio culturale tout court fra Italia e Croazia. L’unico problema era che questo “Protocollo esecutivo” venne firmato soltanto qualche mese prima delle elezioni politiche alle quali il governo di Zoran Milanović subì una sconfitta. Quando il nuovo governo del premier Tihomir Orešković assunse il potere, il Protocollo fini nel cassetto dei nuovi burocrati e non se ne fece niente. L’allora ministro della Cultura croato, Zlatko Hasanbegović, un politico dell’estrema destra accusato di simpatie per il regime ustascia, non si degnò nemmeno di rispondere ai miei appelli imperniati sul principio pacta sunt servanda. E poi, quando dopo un anno il vicepremier Tomislav Karamarko rovesciò il governo, neanche il nuovo governo del premier Plenković si degnò di prendere in considerazione l’attuazione del “Protocollo esecutivo” tra i due Stati amici e per di più partner politici nell’UE.
L’unica cosa buona era che nel 2015, come segno della volontà del governo Milanović di realizzare nel 2016 una serie di “stagioni culturali” croate in Italia e viceversa, fu inviata a Roma in qualità di consigliere culturale la sottosegretaria alla Cultura croata che partecipò alla redazione del “Protocollo”, un’italianista con una solida esperienza editoriale, Tamara Perišić, che tuttora svolge questa attività.
Ma le “stagioni culturali” croata in Italia, e quella italiana in Croazia, non decollarono mai. Ed è un gran peccato, perché, tra l’altro, questo Protocollo prevedeva il pieno sostegno di Zagabria alle istituzioni culturali della Comunità italiana, partendo da finanziamenti più cospicui fino alla formazione dei quadri nel campo dello sviluppo della cultura degli italiani in Croazia.
Così, nonostante tutti i buoni propositi, dovetti arrangiarmi, cosa che mi riuscì con l’appoggio di un amico e intellettuale che mi aiutò ad aprire delle porte del mondo della cultura italiana, e questo fu nientemeno che Diego Zandel, figlio di profughi fiumani e istriani, che aveva già aiutato uno dei miei predecessori, l’Ambasciatore Drago Kraljević.

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