CNI. Un’identità che non teme l’incontro con l’altro

I lavori dell'Assemblea UI. Foto Ivor Hreljanović

C’è uno spettro che s’aggira tra la minoranza. È il timore della perdita dell’identità, del depauperamento della lingua e della cultura italiane, in ultima analisi dell’estinzione della Comunità nazionale in quanto tale, che stando a determinate valutazioni sarebbe addirittura prossima. Con i dati dei futuri censimenti che potrebbero certificarla. Sulla Rete rimbalzano da tempo queste paure. E all’ultima sessione dell’Assemblea dell’Unione Italiana a Capodistria sono emersi pure giudizi preoccupanti alla luce in particolare del dibattito sullo stato di salute del sistema scolastico della CNI.
La paura di solito è cattiva consigliera, anche nel caso delle minoranze. Non c’è comunità nazionale che non debba fare i conti con lo spauracchio dell’assimilazione strisciante, dell’adeguamento supino agli schemi culturali e linguistici dominanti. La legge dei numeri appare come una spada di Damocle sulla testa d’ogni gruppo minoritario, che voglia perpetuare le sue tradizioni in un contesto oggettivamente spesso sfavorevole. La CNI non è certo un’isola felice in un mondo in cui le lingue minoritarie devono faticare per restare vive e possibilmente vegete. Che fare per risvegliare o rinsaldare l’identità? Come definirla peraltro? Ci ha provato, per fortuna senza successo, grazie anche alle battaglie lanciate dalla stampa minoritaria, l’ex ministro dell’Istruzione croato, passato alla storia per l’idea del filtro etnico. Ci aveva provato negli anni Cinquanta, purtroppo con molto successo, tradottosi nella decimazione del sistema scolastico italiano dall’Istria alla Dalmazia, l’autore di un tristemente noto decreto che tracciava paralleli tra l’identità e i cognomi. Quella volta non c’era scampo. Ora ci ritroviamo noi a interrogarci sui numeri, sulla salute dell’italiano nelle nostre scuole, sulla precedenza da dare o meno all’identità di discenti e docenti. Inutile illuderci, siamo una minoranza sparsa a macchia di leopardo sul territorio: è inevitabile che ciò abbia riflessi anche sulla tenuta della lingua. Ci sono zone dove è perfetta, come è emerso anche in Assemblea; nei grandi centri tutto è più difficile, non da oggi. Ma dappertutto c’è un comune denominatore: ieri, oggi e domani l’apertura delle nostre scuole a tutti è un vanto, un elemento d’orgoglio, un’opportunità straordinaria d’integrazione per tutti nello spirito della cultura plurale di questi territori. C’è sempre stata, fin dai primordi. La nostra identità deriva dalla nostra lingua, che si fonde con il territorio, non dai numeri di censimenti imposti, che preferiremmo passassero alla storia, o da dichiarazioni formali che per loro natura possono essere fugaci. Lingua o dialetto che sia, l’importante è che si usino, senza timore di contaminazioni e d’intrecci. Questi ultimi ci hanno fortificato nel passato, non indebolito.

Facebook Commenti