IL CALAMO Cara Fiume EPK 2020

Lo spettacolo di fuochi d'artificio al termine della cerimonia d'apertura di Fiume Cec 2020. Foto: Josip Regovic/PIXSELL

Era ancora la primavera del 2019, quando in rete fece la sua comparsa ufficiale il cortometraggio promozionale di Fiume Capitale europea della cultura 2020. Il video divise in maniera netta il fronte degli indignati (che lamentavano una totale assenza di riferimenti alla storia pregressa della città) da quello degli entusiasti (che lodavano invece la linea innovativa della regia, dedita alla proposta di forme di cultura e stili di vita “alternativi”). Il regista Dalibor Matanić si è detto molto soddisfatto della reazione dell’opinione pubblica. Favorevoli o contrari, non c’è infatti migliore pubblicità, per un’iniziativa, del far notizia a prescindere. L’importante è parlarne, sorprendere, colpire. E per legittimare il principio dell’art pour l’art senza privarlo di un’attenzione contestuale all’attualità, giacché altrimenti l’effetto sarebbe risultato vintage, ha aggiunto che “Fiume è una metafora della Croazia che vogliamo, progressista e multiculturale”. Fiume EPK è stato dunque proposto, fin dagli inizi, come un programma creativo, originale, unico, realizzato col plauso dell’UE che, dall’Irlanda e da Bruxelles, nei mesi scorsi ha inviato esperti, sovrintendenti, docenti, analisti, diplomatici e consulenti vari ad affollare workshops e seminari. Fiume capitale europea, porto della diversità. Un anno dopo, il naufragio. Il 21 aprile 2020 il comitato organizzativo pubblica una lettera di protesta sul Novi List, con cui richiede alle istituzioni il salvataggio di superstiti ed equipaggio. A firmarlo sono in 586, di cui 22 dipendenti e 564 tra collaboratori, associazioni e partners del programma EPK. Si dicono “scioccati per la decisione così radicale”, presa dalla Città di Fiume e dall’ente gestore TD Rijeka 2020, con cui lo scorso 17 aprile è stata decretata la sospensione temporanea della maggior parte delle attività. Con la lettera di protesta i firmatari non richiedono, ma “pretendono” che, dopo 4 anni di lavori preparatori, si garantisca loro il prosieguo delle 600 manifestazioni e dei 250 eventi preventivati, attingendo a quel fondo di riserva stanziato per far fronte a situazioni straordinarie di crisi. Ma con la pandemia in corso, la Città, che sta già decurtando le proprie ordinarie spese amministrative, è a corto di liquidità; la Regione è invece alle prese con le disposizioni emergenziali per la prevenzione da Covid-19, mentre il ministro della Cultura, Nina Obuljen Koržinek, ha dichiarato che è suo dovere dare la precedenza “agli artisti e ai creativi croati”, cioè a chi opera in altri programmi e strutture. Curioso che, nella lettera, l’enfasi, piuttosto che sull’arte, cada sulla parola “lavoro” (evidenziata persino in maiuscolo) quale “tema portante del programma”. Il “diritto al lavoro” e il “diritto alla cultura”, considerati cosa unica, vengono reputati irrinunciabili. Da notare che, nel frattempo, l’EPK ha licenziato “soltanto” 59 persone (nello specifico operai), il che significa che i restanti 527, tra impiegati, partner e collaboratori, restano invece tutti al proprio posto. Naturale chiedersi, a questo punto, chi mai vieti ai cittadini, ma soprattutto agli artisti, il loro sacrosanto “diritto alla cultura” (a farla i primi e a goderne gli altri dopo), giacché l’arte non per forza necessita di 527 collaboratori per prendere forma e raggiungere i suoi destinatari. La storia dell’arte è costellata di generazioni di artisti che proprio nelle ristrettezze, nella povertà e nella malattia non solo hanno “creato”, ma hanno persino dato il meglio di sé. Si pensi all’indigenza finanziaria di Franz Schubert, alle peripezie rocambolesche del Caravaggio, alla sordità di Beethoven (di cui l’Inno alla gioia è oggi l’inno ufficiale d’Europa), alla reclusione di Hermann Hesse (scrisse romanzi in ospedale, tra una crisi e l’altra), o alla disperazione suicida di van Gogh. Dove sono dunque oggi i grandi artisti di Fiume EPK, quelli che dal nulla creano opere immortali? Quelli che nel minimo trovano l’ispirazione, lasciando l’impronta della propria espressività su di un’intera epoca? Quelli che “creano” perché qualcuno un giorno ne goda, rifletta o impari, al di là di qualsiasi ottica di profitto e consumo? Quelli che non “pretendono lavoro”, perché a darglielo in abbondanza sono già le idee suggerite dal proprio estro? E ancora, “la solidarietà è un valore sociale indispensabile. Pare che la cultura sia stata estromessa dalla redistribuzione solidale dei fondi di crisi”, scrivono. Ma l’arte (come forma espressiva, non come elemento di formazione scolastica) non si nutre di solidarietà, bensì di eccellenze e, semmai, sfide. Eppure, la cultura secondo l’EPK, cerca riparo nell’assistenzialismo, mentre teme la scrematura dal parassitarismo. Il panico da mancanza di prospettive e in particolare idee, spinge persino a tirare in ballo la “fede”, quella che si teme di perdere nel progetto dopo la sua “entusiastica inaugurazione”. Cara Fiume EPK 2020, non temere ma sorridi, perché in verità, la tua, è una grande occasione: per dirla con Goethe, il genio si manifesta nel limite. Dimostracelo.

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