OPINIONI La Slovenia delle minoranze

PANORAMA Miran Komac sfata molti tabù. Emerge il difficile rapporto che il Paese ha con le sue diversità etniche. E parla soprattutto di noi: il tema è sempre quello dell’identità e dell’alterità, affrontato senza paura e senza maschere. Uno studio importante, edito dall’Istituto per le questioni della nazionalità, che meriterebbe di venir tradotto in italiano

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OPINIONI La Slovenia delle minoranze
Una cartolina di Maribor. Foto Željko Jerneić/Edit

Adesso abbiamo il manuale! Ai politici della minoranza e agli apprendisti stregoni che aspirano a prendere il loro posto non rimane che studiarselo, per capire la Slovenia, il suo rapporto con le minoranze e anche perché le minoranze nel Paese sono così come sono. “Ritratti delle minoranze nazionali della Slovenia. Note sulla slovenità etnicamente variegata” è la sintesi di una carriera, quella di Miran Komac, passata a studiare le minoranze nazionali e a capire il rapporto tra gli sloveni e gli altri. Quello che ne esce è un libro sconvolgente, che non fa sconti a nessuno.

Uno specchio senza pietà messo di fronte al Paese e alle minoranze stesse. In tutto 540 pagine di fitte riflessioni che si concludono con l’utopica idea di costruire la nazione slovena fondandola sui suoi cittadini. Una comunità multietnica costruita sulle sue diversità. Una vera e propria bestemmia in un mondo dove gli Stati nazionali non sono mai passati di moda e in un periodo in cui la tolleranza verso le differenze è sempre più messa in discussione.

L’autore sfata molti tabù: non comunità nazionali, ma minoranze. Una scelta ponderata, voluta, studiata e motivata. Parlare di comunità, infatti, significa riferirsi a un gruppo coeso, con forte senso identitario e di appartenenza. Ci vorrebbe, quindi, una condivisione di valori ben più salda di quella che oggi esiste all’interno dei gruppi etnici. Chi conosce la realtà degli italiani dell’Adriatico orientale sa che Komac ha ragione, almeno per quanto ci riguarda.

Komac spiega e spiega molto. Si fa tante domande e dà tante risposte, come quella sull’autoctonia. Un dogma caro a molti esponenti minoritari, che serve a chiarire perché gli italiani in Slovenia hanno determinati diritti e altre minoranze no. Vale la pena, però, almeno di sapere che entrò a pieno titolo nel lessico giuridico sloveno proprio mentre la Jugoslavia si stava sfaldando. La Slovenia avrebbe dovuto fare i conti con una parte della popolazione che non era slovena e che era ben più numerosa dei pochi italiani e ungheresi rimasti sul territorio.

L’autoctonia serviva così a dare diritti, ma ancor più a fissare limiti e paletti, tra chi i diritti doveva averceli e chi no. A collocare gli italiani e gli ungheresi in un determinato contesto geografico, in una riserva che non era stata del tutto ripulita della loro presenza. A scanso di equivoci, va detto che Komac non ha dubbi che italiani e ungheresi siano minoranze storiche, con una presenza radicata nel Paese, ma precisa che lo sono anche i tedeschi, gli ebrei, nonché i serbi e i croati che vivono in alcune zone ben precise.

Quello che emerge bene dal volume è che le tecniche usate per “unire alla madrepatria” l’Oltremura, dopo la Prima guerra mondiale, e l’area costiera, dopo la Seconda, hanno sin troppe similitudini. In entrambe le zone era stata presa di mira l’élite politica, religiosa ed economica degli ungheresi e degli italiani, si era insediata una nuova popolazione etnicamente e ideologicamente leale ed erano state fatte crescere scuole e strutture che avrebbero contribuito a slovenizzarle.

Le politiche messe in atto dal regime comunista, alla fine, sono simili a quelle attuate nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Komac, senza peli sulla lingua, constata che anche gli sloveni, esattamente come tutti gli altri, non hanno esitato ad annettere territori etnicamente non loro e ad attuare politiche che potessero, poi, trasformare etnicamente questi territori.

L’ANNESSIONE. Il capitolo sull’annessione del Litorale è ampio e ricco di particolari. Spiega, ad esempio, come nella parte slovena della Zona B, nel Capodistriano, ci si fosse adoperati più, rispetto alla parte croata, per far andar via quanti più italiani. Senza più un’élite, senza una classe dirigente, per la popolazione rimasta il miglior modo per sopravvivere fu quello di diventare invisibile. Un metodo efficace, dice Komac, per l’assimilazione e l’etnocidio.
Una minoranza muta, una massa amorfa istituzionalizzata, pacificata e disciplinata, destinata a rimanere ai margini della vita politica, economica, culturale e sociale del territorio. In un contesto ideologicamente controllato e con un senso di paura mai del tutto svanito a guidare la minoranza era una classe politica fatta di funzionari che erano prima uomini di partito e solo poi rappresentanti della loro etnia. Lo stesso discorso vale anche per gli ungheresi.

IL FARDELLO STORICO. Agli italiani e agli ungheresi non è andata benissimo, ma ai tedeschi è andata anche peggio. Tra le due guerre erano una minoranza importante, culturalmente forte ed economicamente ancora più rilevante. I tedeschi vennero quasi completamente espulsi dopo la Seconda guerra mondiale. Le loro tracce oggi sono quasi cancellate, mentre le richieste di essere riconosciuti come minoranza, per ora, non hanno portato a grandi risultati.

Non è andata meglio nemmeno agli ebrei, spesso volutamente confusi con i tedeschi. La loro presenza è oramai quasi effimera e le loro tracce sempre meno evidenti: a Nova Gorica la cappella mortuaria del cimitero ebraico venne trasformata in una sala da gioco. Italiani, ungheresi e tedeschi, del resto, pagano il pesante fardello storico del fascismo e del nazismo e i progetti di annientare e cancellare il popolo sloveno. Una memoria che pesa ancora oggi nel dibattito pubblico nazionale e che fa percepire queste tre componenti nazionali come corpi estranei, tollerati, ma mai del tutto integrati.
Più in generale emerge il difficile rapporto che il Paese ha con le sue diversità etniche e la fatica che fa a immaginare sé stesso non esclusivamente come lo Stato del popolo sloveno. Così poco o nulla si è fatto per risolvere la questione della presenza di popolazioni trasferite in Slovenia dalle altre repubbliche al tempo della Jugoslavia. L’idea, alla fine, è sempre la stessa: i vecchi e i nuovi immigrati debbano semplicemente integrarsi, cancellare la loro identità, per non dare fastidio al resto della popolazione. Quello di Komac è un libro che non ha paura di fare i conti fino in fondo con il nazionalismo sloveno. Quello che sfata è il mito di un nazionalismo sloveno buono, sempre e solo costretto a difendersi dagli altri e mai aggressivo.

Un capitolo a parte naturalmente riguarda la comunità rom e sinti. Per loro, già dopo la Prima guerra mondiale, si diceva che bisognasse risolvere i loro problemi abitativi, farli andare a lavorare e mandare i loro figli a scuola, un discorso che, a più di cent’anni di distanza, in Slovenia è ancora lo stesso. In sintesi, la loro presenza è vista ancora come un problema di ordine pubblico. Quella rom resta comunque una minoranza che è sempre rimasta ai margini, che non è mai stata integrata e che durante la Seconda guerra mondiale era stata presa di mira da tutti, occupanti e partigiani.
Anche recentemente si è sentito dire che per risolvere i problemi tra loro e il resto della popolazione non basta solo la carota, ma ci vuole anche il bastone. È una tattica antica, usata anche al tempo della Slovenia socialista. Negli anni Cinquanta, per risolvere una questione di reiterati furti nell’Oltremura, gli adulti di un intero insediamento rom vennero prelevati dalle forze dell’ordine, lasciando lì i bambini. Una triste vicenda dove gli sloveni coinvolti se la cavarono con poco, mentre tre rom vennero condannati a morte per impiccagione. Le autorità federali, nella loro infinita magnanimità, commutarono la pena e concessero ai tre di venir fucilati. La sentenza venne eseguita.

PROSPETTIVA CHE AIUTA A CAPIRE LA COMPLESSITÀ DEL TERRITORIO. Miran Komac ci regala un libro fantastico. Un vademecum che ci spiega un sistema Paese e le sue minoranze. Parla della Slovenia e parla soprattutto di noi. Il tema è sempre quello dell’identità e dell’alterità, affrontato senza paura e senza maschere. Lo aveva fatto anche l’antropologa Katja Hrobat Virloget, che per la prima volta aveva raccontato senza veli la slovenizzazione della costa. Ora il suo libro Esodo. Il silenzio di chi resta è diventato un successo editoriale.
Uno studio importante, quello di Komac, edito dall’Istituto per le questioni della nazionalità, che adesso meriterebbe di venir tradotto. Un testo uscito dalla penna di un uomo di frontiera, nato e cresciuto a Nova Gorica. Forse non poteva farlo nessun altro. Nella sua città i mondi si compenetrano e si toccano. Proprio per questo, da quella prospettiva, si riescono a capire meglio la complessità del territorio e le identità mobili. In fondo essere attratto dalla diversità è un po’ come provare piacere quando soffia la bora. Devi imparare ad amarla da piccolo.

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