La musica come gioco, come confessione e come espressione dei più profondi afflati dello spirito umano. Una musica che non ambisce alla perfezione, ma all’autenticità, che si evolve animata da un’insaziabile bisogno di libertà creativa. Si riassume così il credo artistico di Zvjezdan Ružić, uno dei più raffinati pianisti della scena musicale croata e non, che presto, più precisamente il 14 agosto (ore 21), presenterà il suo ultimo progetto musicale con un grande concerto sulla Scena estiva di Abbazia.
Originario di Mattuglie, dopo essersi affermato come musicista straordinario sulla scena jazz croata, vincendo diversi premi Status e Porin, esibendosi in Croazia e in giro per il mondo come membro di vari complessi jazz, Zvjezdan ha scoperto in sé il bisogno di superare i confini del jazz e di cercare nuovi sbocchi artistici. Il frutto di questa sua ricerca, sulla quale ha influito anche il suo trasferimento a Londra, è il doppio album “A storm in a teacup” concepito come musica orchestrale da film. Il concerto sulla grande Scena estiva si preannuncia pertanto come uno spettacolo a tutti gli effetti e comprenderà una produzione di altissimo livello. Ad accompagnare Zvjezdan nel suo nuovo percorso creativo sarà un’orchestra, della quale fanno parte eccellenti musicisti quali Teja Udovič Kovačič (fisarmonica), Tea Kulaš (organo), Maasej Kovačević (mellotron), nonché Anita Primorac, Borko Rupena e Ivo Heder alle percussioni.
Zvjezdan ci ha raccontato la sua ultima fatica creativa con l’entusiasmo puro di un bambino, che si legge nel suo sguardo sorridente, sincero e aperto. Come ogni opera d’arte, anche questa ha richiesto un profondo indagare nella propria essenza e nella propria anima, un percorso che accompagna il nostro interlocutore da una vita.
Cominciamo dal titolo del concerto dell’album, “A storm in a teacup”. Il significato generale di questa espressione è chiaro, me che cosa vuol dire per te?
“Per poterlo spiegare devo premettere che all’inizio del 2024 mi sono trasferito a Londra con il desiderio di scoprire nuovi orizzonti, ma quando vi sono arrivato mi sono trovato ad affrontare un grande ‘reset’, una completa risistemazione di tutto ciò che sapevo e credevo di essere. Ero giunto in Inghilterra con un’identità artistica e personale ormai definita, ma mi sono trovato in un ambiente nuovo, nel quale dovevo farmi conoscere. In quel periodo ho dovuto capire che cosa volessi dire, a chi volessi rivolgermi con la mia musica in una città che trabocca di genialità, che è il centro del mondo. Quello è stato il momento in cui ho iniziato a interrogarmi alla ricerca di una verità ancora più pura su ciò che volevo dire. Non è stato un processo semplice.
Tutto è cominciato dal mio rapporto profondo con Dio e da un viaggio spirituale iniziato sei anni fa. La ‘tempesta’ è partita nel 2019 e a piano a piano si è evoluta per culminare infine con il trasferimento a Londra. Al mio arrivo in Inghilterra, nell’appartamento avevo soltanto un pianoforte. Iniziai a suonare ogni giorno brani di musica classica e questo fu per me come un ritorno al passato, ai tempi in cui avevo sedici anni e mi esercitavo al pianoforte dodici ore al giorno. Anche allora suonavo soltanto musica classica.
A quell’età il mio sogno era quello di diventare un pianista. Oggi invece sono a Londra, sono un pianista e ho dei sogni nuovi. Uno di questi è progredire, conoscere persone nuove, un nuovo pubblico. A Londra mi sono trovato in un momento di silenzio, come quando ero un sedicenne. Come se il ritorno a una versione autentica di me stesso, quando suonavo tantissima musica classica, mi avesse portato a indagare nel profondo del mio essere. Naturalmente, ci sono stati anche periodi difficili nella ricerca di una mia strada, ma parallelamente iniziò a nascere anche la composizione ‘Keep moving’ (Continua a muoverti), la prima dell’album, che esorta ad andare avanti, indipendentemente da ciò che accade. Londra è proprio così, lì tutto è in costante movimento, il suo ritmo è così veloce che l’unica cosa che una persona può fare è continuare a muoversi, a non fermarsi mai, perché se ti fermi non stai fermo, ma retrocedi. ‘Keep moving’ è stato il primo dei cento brani che avevo composto di getto in un unico giorno, tale era l’onda d’ispirazione che mi aveva travolto. Mi ero seduto al pianoforte, avevo acceso il registratore e tutta questa musica è uscita da sotto le mie dita. Sono certo che in quei momenti Dio fosse presente, in quanto non riesco a spiegarmi in un altro modo quel fiume di creatività. Successivamente, tra le cento composizioni ne ho selezionate 33 da inserire nel doppio album.
La risposta alla domanda cosa voglia dire per me il titolo ‘A storm in a teacup’ è che ognuno di noi, mentre sta attraversando periodi di lotte interiori, ha l’impressione che queste siano difficilissime, ma una volta superate ci appaiono come delle tempeste in un bicchier d’acqua. Perdono il loro peso e la loro gravità”.
La storia di un percorso musicale
“Tramite questo album ho voluto raccontare anche il mio percorso musicale, che ebbe inizio con la fisarmonica – ha proseguito –. Ho voluto essere un pianista fin dall’età di nove anni, ma all’epoca i miei genitori non potevano permettersi di acquistare per me una tastiera o un pianoforte. C’era, però, la fisarmonica di mia mamma. Su suo consiglio, iniziai a suonare la fisarmonica, che sarebbe stata il trampolino di lancio verso il pianoforte. Iniziai a studiare la fisarmonica con Mirjana Lakota e ben presto, a dieci anni, suonavo nel gruppo mascherato di Zamet, sulle navi turistiche e via dicendo. Con i soldi che guadagnai acquistai la prima tastiera.
A risvegliare in me l’interesse per il jazz e l’improvvisazione fu il nostro leggendario chitarrista Spartaco Črnjarić, amico di mio padre, che mi suggerì di studiare il pianoforte con Ivan Popeskić (musicista e produttore fiumano di successo, nda). Non ho mai frequentato la scuola di musica regolare ed ero sempre un po’ in ritardo rispetto ai miei coetanei per quanto riguarda lo studio dello strumento. Mi iscrissi all’Università popolare di Fiume per studiare pianoforte, solfeggio e armonia e già nell’arco di tre mesi suonavo Mozart, Chopin, ecc. Avevo già sedici anni quando imparai a leggere correttamente le note. Decisi di dedicarmi completamente al pianoforte ed ero determinato a iscrivermi all’Accademia del jazz. Per tre anni non suonavo da nessuna parte e mi esercitavo tutto il giorno. Dissi ai miei genitori di voler lasciare la scuola regolare per potermi dedicare completamente al piano e loro acconsentirono. Mi iscrissi ai corsi serali e riuscii a recuperare tutti gli anni di studio del pianoforte che mi mancavano dall’inizio”.
Quaranta giorni di registrazioni
“Questo è il primo album al quale mi sono dedicato come se fosse l’ultimo, vi ho messo dentro tutto me stesso. La registrazione della musica è durata quaranta giorni e si è svolta in gran parte nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Buccari, la terza più grande in Croazia. Il parroco Zdenko Lendl mi consegnò le chiavi della chiesa e mi permise di lavorare alle registrazioni assieme al mio tecnico del suono Marin Kereša tutto il tempo che volevo. Il mio desiderio era quello di registrare l’album nella casa di Dio. Invece di scrivere prima gli arrangiamenti e poi registrarli, decisi di giocare con i suoni e con gli strumenti durante la registrazione.
Andai a Vienna, nello studio della Yamaha (visto che porto il titolo di Yamaha Piano Artist), e lì registrai il pianoforte per una settimana. La musica mi suggerì poi di aggiungerci il mellotron, strumento che ha preceduto il sintetizzatore e che era usato dai Beatles e da altri grandi musicisti, e lo registrai nella chiesa di Buccari. Ma ciò non bastava, in quanto ‘sentivo’ che era necessario aggiungerci anche le percussioni: i timpani, la grancassa, le campane tubolari, ecc. Poi vi aggiunsi anche la fisarmonica, l’organo (che registrai nella cattedrale di Varaždin), la marimba, il vibrafono, parti corali… Il mixaggio è stato fatto negli Westpoint studios di Londra, dove grandi come Adele e Kanye West e tanti altri producono i loro album. Ho lavorato alla produzione assieme al bravissimo Doka Kaitner, il quale ha firmato il mixaggio degli album di musicisti del calibro di Bruce Dickinson, Paul McCartney e tanti altri. Il mastering è stato invece fatto nei Capitol studios di Los Angeles. Tutto il lavoro di produzione dell’album è stato realizzato in versione analogica. Ho voluto fare tutto in maniera autentica, senza effetti artificiali che oggi si possono ottenere con il computer e l’intelligenza artificiale. Sarebbe stato molto più facile affidarsi alla tecnologia digitale, ma non sarebbe stato autentico. La registrazione realizzata in una chiesa conserva il senso dello spazio nel quale è stata ripresa e tale ricchezza del suono non si può ottenere digitalmente.
Anche se ho suonato tutti gli strumenti sull’album, al concerto mi esibirò assieme a dei musicisti eccellenti e il tutto sarà arricchito da uno spettacolo di luci. Volevo creare un’atmosfera cinematografica, in quanto questa musica è come un film, non c’entra nulla con il jazz. A dire il vero, è da diverso tempo che non mi definisco più un musicista jazz. Esso mi ha dato molta libertà, ma come musicista credo di aver superato i confini di un genere specifico. Raramente ascolto il jazz, mi ispira la musica classica e le musiche da film. La cosa più importante per me è sempre stato trasmettere un’emozione, non sciorinare la brillantezza tecnica. Ciò che voglio è toccare il cuore e l’animo di chi mi ascolta, essere completamente sincero, anche a patto di non essere compreso. La cosa più importante è essere fedeli a sé stessi”.
Nel corso della tua carriera hai anche firmato le musiche per tre spettacoli del Dramma Italiano: «Le fatiche di Pseudolus», «I botoni de la Montura» e «La finta ammalata».
“Qualche settimana fa viaggiavo assieme a Laura Marchig (ex direttrice del Dramma Italiano, scrittrice e poetessa, nda) e Darko Jurković-Charlie (rinomato musicista jazz fiumano, nda) verso Zagabria, dove abbiamo partecipato alla commemorazione per il compianto Matija Dedić. Da bambino ho frequentato lezioni di jazz da Charlie e successivamente avevamo anche suonato insieme. Durante il viaggio ho detto a Laura di essermi reso conto che, anche se mi sono diplomato come musicista jazz, la mia strada sia un’altra e che la musica da film sia più nelle mie corde. Le ho anche detto che lei ha avuto un grande ruolo in questa mia evoluzione quando mi invitò a comporre la musica per il primo dei tre spettacoli del Dramma Italiano al cui allestimento avevo partecipato come compositore. È interessante il fatto che per uno di questi spettacoli avevo riunito un sestetto e proprio in quell’occasione era nato l’80 per cento delle composizioni che si sono trovate sul mio album ‘The knightingale cabaret’. Mi piaceva partecipare alle prove degli spettacoli, portare con me lo strumento e comporre sul posto. Anche il mio ultimo album è concepito come un film, ogni canzone racconta una fase della mia vita. Nelle canzoni si sentono anche suoni che non erano previsti, come la pioggia battente che ci aveva colti durante una sessione di registrazione nella chiesa di Buccari e le campane della medesima chiesa. La mia intenzione non era quella di creare un album perfetto, bensì di dare vita a qualcosa di autentico e imperfetto, come lo è l’essere umano. Nella mia arte cerco di seguire la mia anima e il mio cuore, di crescere e di evolvermi rimanendo sempre fedele a me stesso”.
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