Ogni immagine racconta una presenza. C’è chi scatta per documentare, chi per stupire, chi per affermare uno stile. Poi c’è chi osserva a lungo prima di inquadrare, lasciando che la realtà si riveli per gradi. Željko Jerneić appartiene a questa seconda categoria: la sua fotografia si nutre di tempo, attenzione, prossimità. Il suo sguardo è preciso, gentile, mai invadente. Tra le pagine del nostro quotidiano, i suoi lavori parlano con la voce dei dettagli, dei gesti semplici, dei frammenti che compongono il respiro invisibile della città. La fotografia, per lui, è un’estensione dell’esperienza. Una forma di presenza lucida, in ascolto, capace di trasformare l’ordinario in narrazione. Da oltre trentacinque anni cammina accanto alla vita con una macchina fotografica al collo, ma l’intenzione che lo guida è quella di chi si mette da parte per lasciare spazio agli altri. Questa sensibilità si è rivelata anche in veste di guida: insieme a Lucio Vidotto, conduce da due anni un corso bilingue di fotografia presso la Comunità degli Italiani di Fiume. Un percorso che si traduce in una mostra finale alla galleria di Casa Garbas, dove gli allievi espongono i loro lavori, decifrati in frammenti di mondo nati da uno sguardo in formazione, ma già consapevole. Chi lo conosce sa che il suo approccio non ha nulla di didascalico. L’insegnamento passa attraverso il dialogo, l’ironia, il rispetto. Si impara a fotografare osservando, ragionando, attendendo. Lo si è visto chiaramente anche nella mostra “Colore e movimento” (2022), presentata sia alla Comunità degli Italiani di Fiume che al DoubleTree by Hilton di Trieste, un lavoro che ha segnato una deviazione poetica nel suo percorso, dove l’urgenza del quotidiano ha lasciato spazio al ritmo interiore. Nel suo universo visivo, la cronaca e la poesia non sono opposti. Convivono. Una scena rubata per strada può avere la forza di un verso. Un volto in primo piano può contenere una storia intera. Ed è proprio in questo equilibrio che si riconosce il segno distintivo di Jerneić, la capacità di far emergere ciò che resta ai margini, e di restituirgli dignità attraverso la luce.

L’intuizione del caso
Non nasce da un sogno d’infanzia, né da una vocazione giovanile. La fotografia entra nella vita di Željko Jerneić quasi per sbaglio, grazie a un corso di quattro giornate sul finire della scuola media superiore, quanto basta perché qualcosa si accenda. Prima di allora, nessuna macchina fotografica, nessuna curiosità particolare. Ma da quel momento in poi, tutto cambia. I primi scatti raccontano concerti – Palach, Zagabria, piccoli eventi locali – e volti di amici, ragazze che posano con naturalezza. “Donne e rock”, ha ricordato sorridendo. È un apprendistato istintivo, da autodidatta, fatto di prove, di errori, di esperimenti. Inizia a capire la luce, la composizione, la presenza. Nel novembre del 1989 pubblica la sua prima fotografia, un ritratto maschile sulla rivista “Val”, e il percorso comincia a delinearsi. Seguono le prime collaborazioni in qualità di fotoreporter, tra cui quella con la testata pioneristica privata “Ri-Telefaks” e, in seguito, con il “Novi list”. Ma è nel 1992, a soli 22 anni, che arriva la svolta: Rudi Segnan, caporedattore de “La Voce del Popolo”, gli propone di unirsi alla redazione. Da quel momento, la macchina fotografica diventa un prolungamento naturale del suo modo di stare nel mondo.
Tra parentesi e ritorni
A un certo punto, però, sceglie di prendersi una pausa dal ritmo incessante del giornalismo. Nel 1996 lascia la redazione per esplorare altri ambiti e lavora per dieci anni in un laboratorio fotografico, poi altri cinque in un’agenzia di marketing. Un mondo apparentemente distante, ma fertile. In quel tempo affina il lato tecnico, si confronta con esigenze diverse, amplia il suo linguaggio visivo. Parallelamente collabora anche con la rivista “Gloria”, dove la fotografia segue logiche estetiche più raffinate. Un’esperienza che ha definito “una buona scuola”, perché gli insegna a coniugare precisione e sensibilità, disciplina e libertà. Ma il pensiero della strada, della cronaca viva, dei colleghi in redazione, non lo abbandona. E infatti ritorna. Perché il campo, come lo chiama lui, resta il suo habitat più autentico.
Nel dettaglio, la cura
Non tutte le situazioni sono uguali, e Jerneić lo sa bene. C’è una differenza tra una conferenza stampa e una scena rubata per strada, tra l’obbligo del compito e l’occasione che pullula di possibilità. Ma anche nella routine più prevedibile, trova il modo di coltivare uno sguardo attento. Se un turno sembra vuoto, cerca lo stesso qualcosa che meriti di essere raccontato: il cielo dopo un temporale, la città in controluce, il ritmo lento di una domenica pomeriggio. Le fotopagine che cura per il nostro quotidiano sono un laboratorio personale. Lì seleziona temi, costruisce narrazioni, assembla piccoli racconti visivi che spesso nascono da un’intuizione fugace. Eppure, anche in questi lavori veloci, emerge spesso l’attenzione per l’essere umano. “La figura umana è ciò che mi interessa di più – ha spiegato –. Soprattutto nella fotografia di strada, quella documentaria. Mi deve toccare”. Non è una questione di perfezione, ma di verità emotiva. L’attimo perfetto è un’apparizione. “Per coglierlo una volta, bisogna mancarlo cento – ha affermato –. La fotografia è come lo sport. Ti alleni, cadi, riprovi. Poi, quando meno te lo aspetti, succede”.
Prima dello scatto, l’intuizione
La macchina fotografica è solo l’ultimo strumento. Prima c’è l’occhio, o meglio, la capacità di vedere secondo una logica fotografica. “Un’immagine vive solo se comunica, se parla anche a chi non era lì”, ha detto Jerneić. E per arrivare a quello, serve cultura visiva, sensibilità, ascolto. Lo scatto è il risultato finale di un processo più profondo. Non è raro che gli venga detto “si vede che è una tua foto”. Lui accoglie il complimento con un sorriso, quasi sorpreso. “Forse c’è un tratto che le accomuna, ma io non lo vedo più”. I suoi modelli sono classici, Henri Cartier-Bresson, Tošo Dabac, ma anche fotografi meno noti che sanno lasciare un’impronta emotiva duratura. “L’immagine non deve impressionare. Deve emozionare. E questo, per me, è tutto”.
L’eco oltre i confini
Il percorso di Jerneić ha ottenuto riconoscimenti rilevanti, non solo in Croazia ma anche a livello internazionale. Ricorda con particolare affetto la medaglia d’argento della PSA, ricevuta nel 2022 presso la Biblioteca Nazionale di Zagabria, e il secondo posto ottenuto nello stesso anno al Fotosalone di Spalato, nella sezione dedicata alla figura femminile. Ma c’è un legame che lo rende particolarmente orgoglioso, quello con il fotoclub di Jesenice, in Slovenia, dove ha conquistato il primo premio in due edizioni consecutive (2022 e 2023) del concorso di fotografia “Abstract”. Un rapporto cresciuto nel tempo, culminato con l’inserimento nella monografia ufficiale pubblicata per il centenario della fotografia locale, un riconoscimento che parla di qualità, ma anche di accettazione nella comunità. Oggi, il nostro interlocutore detiene i titoli F1 e FZS (Fotografo di prima categoria secondo l’associazione slovena), nonché quelli di MF HFS (Maestro di terza categoria dell’associazione fotografica croata in Croazia), e porta con sé la prestigiosa onorificenza fotografica AFIAP, quale “artista” della Fédération Internationale de l’Art Photographique. Una triade che attesta rigore, visione e coerenza. È altresì membro dell’HDLU (Società croata degli artisti figurativi) istriana e fiumana, nonché del fotoclub Color del capoluogo quarnerino.
L’arte di lasciarsi toccare
Tecnologia e visione possono convivere, purché la seconda non venga sacrificata alla prima. Željko, cresciuto con la pellicola, conosce il valore dell’attesa, del limite, della pazienza. Considera strumenti come Photoshop validi alleati, ma non sostitutivi della verità. L’immagine, per lui, deve restare fedele a ciò che ha generato l’emozione. Guarda all’intelligenza artificiale con attenzione e cautela. Ne riconosce il potenziale, ma anche i rischi etici. “In contesti artistici, come i saloni fotografici, è ancora giustamente esclusa”, ha osservato. E non ha fretta di inseguire mode. I suoi sogni si sono trasformati. “Forse una volta pensavo al ‘National Geographic’ – ha confessato –. Oggi voglio solo continuare a vivere bene, attraverso la fotografia”. Quando ritrae, guida con delicatezza. Quando cammina per strada, si lascia sorprendere. Non costruisce, raccoglie. E proprio in questo gesto, tanto semplice quanto profondo, si rivela l’essenza della sua arte. I suoi scatti raccolgono ciò che palpita al margine, ciò che sfugge alla fretta, ciò che resta sul fondo. E nel farlo, quello che ci circonda sembra ritrovare la sua capacità, semplice e autentica, di farsi sentire.

Foto: Željko Jerneić
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