Vladimir Nazor tra le radici accese della fucina castuana

Presentato nella Sala consiliare di Castua il volume di Ervin Dubrović, un’opera che esplora un decennio cruciale della vita e della creazione dello scrittore croato

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Vladimir Nazor tra le radici accese della fucina castuana
Boris Senker, Ervin Dubrović e Irvin Lukežić. Foto Ivor Hreljanović

Nella Sala consiliare di Castua si è tenuta la presentazione del volume “Vladimir Nazor u Kastvu” (Vladimir Nazor a Castua) dello storico dell’arte e scrittore Ervin Dubrović. L’incontro, promosso dalla Città di Castua, ha attratto un pubblico numeroso, al quale è stato offerto un esemplare gratuito del libro, dono dell’editore. Tra le autorità presenti, il sindaco Matej Mostarac e il vicesindaco Dean Jurčić, che l’autore ha ringraziato pubblicamente per il sostegno e l’impegno dimostrati durante il progetto. Mostarac ha sottolineato il valore dell’iniziativa per la comunità locale, ricordando come “Castua e la parola scritta si amano da secoli e la nostra storia ne è ricca di testimonianze. È stato naturale sostenere questa iniziativa che prosegue una tradizione viva. Vladimir Nazor ha finalmente la sua opera castuana, un libro prezioso, ricco di dettagli inediti su un grande autore che ha profondamente amato la nostra città”. Il volume, pubblicato nell’ambito di un più ampio progetto editoriale dedicato ai letterati locali, già avviato con le pubblicazioni su Milan Marjanović e Ante Dukić in collaborazione con il Museo civico di Fiume, approfondisce il periodo compreso tra il 1908 e il 1918, gli anni in cui Nazor visse nella cittadina collinare alle spalle di Fiume, insegnando, scrivendo e alimentando un legame creativo con il territorio.

Il linguaggio di un poeta moderno
Tra gli interventi della serata, quello del professor Irvin Lukežić ha delineato con ampiezza e profondità il significato della monografia e del decennio castuano vissuto da Nazor. Il relatore ha sottolineato che Dubrović è considerato uno dei maggiori studiosi della storia letteraria locale e ha evidenziato la centralità di Nazor nel panorama novecentesco croato. Ha messo in rilievo l’uso del dialetto ciacavo come strumento di sperimentazione linguistica, osservando che, pur provenendo da Brazza, scelse di adottare la parlata castuana, trasformandola in una lingua poetica di respiro universale. A suo avviso, lo scrittore incarna una figura di poeta “valeriano”, dotato di lucidità analitica e di un approccio quasi scientifico alla parola. Le parole, per Nazor, erano organismi da osservare, combinare e mettere alla prova, come accade in un laboratorio. Da questa visione derivava una musicalità precisa e un ritmo fortemente costruito. Nelle sue liriche, attraversate da vitalismo e ottimismo, si riflette il legame profondo con il paesaggio mediterraneo e con la forza arcaica della natura, concepita come un tutt’uno con l’essere umano. Particolarmente significativo è stato il riferimento alla mitologia popolare e alle leggende raccolte nei dintorni di Spinčići, Rubeši e altre zone castuane, in cui Nazor riconosceva le sopravvivenze di antiche religioni slave. In queste narrazioni orali trovava una materia poetica che congiungeva la tradizione e l’enigma del paesaggio con l’aspirazione a un linguaggio primordiale. Secondo Lukežić, il periodo trascorso a Castua rappresentò per il letterato una stagione di densità creativa, durante la quale la scoperta del mondo naturale e la ricerca linguistica si fusero in un unico atto conoscitivo.

Nella selva delle metamorfosi
L’accademico Boris Senker ha posto l’accento sulla complessità del ritratto offerto da Dubrović, definendo il volume un esempio di rigore metodologico unito a un profondo coinvolgimento personale. Ha ricordato le tre dimensioni esistenziali che Nazor visse a Castua: quella del pedagogista impegnato nella formazione etica degli studenti, quella del capofamiglia responsabile del sostentamento dei propri cari, e quella dell’intellettuale immerso nello studio della natura. Ha dedicato particolare attenzione all’immaginario del bosco, elemento chiave nella poetica nazoriana. In testi come la novella “Jessie”, lo stesso è presentato non come scenario idillico, luminoso, ma come luogo liminale di trasformazione, dove l’individuo può smarrirsi o ritrovarsi. La natura, in questa visione, diventa un libro vivente da leggere e a cui aggiungere nuove pagine. La lingua è per Nazor una materia viva, plasmabile, capace di riflettere la musicalità del paesaggio. L’accademico ha inoltre elogiato la capacità di Dubrović di restituire la pluralità delle voci dell’epoca, integrando testi nati a Castua o ispirati ai paesaggi del Quarnero. Ha infine osservato come l’opera giunga a introdurre con misura e profondità il 150esimo anniversario della nascita di Nazor, che cadrà l’anno prossimo.

Documenti, visioni e territori
Nel suo intervento conclusivo, Ervin Dubrović ha illustrato il lungo percorso che ha portato alla creazione del volume, nato da una riflessione metodologica sulla scrittura storica. Ha raccontato come, dopo un iniziale interesse per la scienza, abbia orientato il proprio metodo verso un equilibrio tra documentazione e accessibilità narrativa. L’autore ha descritto l’opera come un tentativo di ancorare Nazor a Castua in modo tangibile, attraverso lettere, fotografie e testimonianze. Ha inoltre voluto ricordare l’affetto dello scrittore per la città, da lui definita “la meravigliosa Castua” e “il sacro territorio castuano”. L’abbandono della cittadina nel 1918 non derivò da un allontanamento emotivo, ma da timori legati all’imminente occupazione italiana. Dubrović ha ribadito che fu proprio in quegli anni che Nazor raggiunse alcune delle vette più alte della sua produzione, componendo fiabe, liriche e novelle che rappresentano una sintesi di osservazione e invenzione. In quelle pagine si riflette l’esperienza di un decennio in cui la figura del poeta si intreccia con quella dello scienziato e del narratore, in una visione del mondo sorretta da un prezioso equilibrio tra rigore e immaginazione.

L’autore Ervin Dubrović. Foto Ivor Hreljanović
Foto Ivor Hreljanović

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