Ci sono voci che non cercano di piacere, ma di incidere. Voci che non si offrono come rifugio, bensì come specchio, netto, talvolta spietato, sempre necessario. La poesia di Rosanna Bubola appartiene a questa rara categoria. Non consola, non addolcisce, non distrae. Si pianta invece al centro del nostro tempo come un punto fermo, o come un punto interrogativo, costringendo chi legge a rallentare, a guardare, a prendere posizione. Nella sua scrittura non c’è ornamento, ma urgenza, non c’è posa, ma verità. Ogni verso è un colpo secco che apre fenditure nel linguaggio e nel pensiero, lasciando emergere ciò che spesso scegliamo di non vedere. Giornalista, donna di teatro, intellettuale dalle radici istriane profonde e consapevoli, Rosanna Bubola attraversa da sempre i luoghi della parola con lo stesso rigore con cui attraversa quelli della memoria e dell’identità. La sua formazione, nutrita di dialettologia, palcoscenico, lavoro collettivo e fatica concreta, si riflette in una poesia che rifiuta l’estetica dell’evasione e sceglie l’etica dello sguardo. Nei suoi testi l’io non è mai compiacimento, ma esposizione, la fragilità non è debolezza, bensì atto di coraggio. Scrivere, per lei, significa assumersi la responsabilità di dire ciò che fa paura, ciò che indigna, ciò che brucia. Vincitrice del primo premio “Osvaldo Ramous” – Categoria Letteratura, Poesia in lingua italiana alla 58esima edizione del Concorso “Istria Nobilissima”, Bubola ci consegna con “Il punto” una silloge che è insieme arresto e ripartenza, fine e origine, pausa necessaria in un mondo che corre verso l’assuefazione. I suoi – recita la motivazione – sono versi essenziali e rapidi che fissano immagini inesorabili con sensibilità acuta.
In questa intervista, la sua voce si fa ancora più diretta, senza mediazioni, una parola che non chiede consenso, ma ascolto. Un invito, o forse una sfida, a fermarsi, finalmente, in quel punto esatto in cui il pensiero ricomincia.
Nel titolo “Il punto” si avverte un’idea di conclusione, ma anche di origine. Per lei il punto è una fine, una nascita o una sospensione del respiro tra due silenzi?
“Se devo risponderle, in questo momento direi una fine. Ma nella mia silloge ha tutt’altro significato. È il punto che dobbiamo mettere ogni tanto nella nostra vita, sempre di corsa, per fermarci a riflettere su ciò che stiamo diventando. Viviamo in una società che sta dimenticando l’empatia, che fagocita quotidianamente immagini tremende e rimane indifferente. Una società che dà un peso enorme all’immagine esteriore, modificata e costruita, e si svuota di contenuti. Una società fatta di persone che si lasciano abbindolare da discorsi propagandistici formulati da narcisisti che si credono onnipotenti, persone che seguono chi grida più forte senza porsi domande. Una società che si sta abituando alla violenza. Questo è il punto, il punto della questione, ma anche il punto di domanda che impera quotidianamente sulla mia testa”.
Figure che ci circondano
La motivazione parla di “immagini inesorabili”. Da dove nasce questa inesorabilità, dall’esperienza personale, dal tempo storico, o da una necessità interiore della parola poetica?
“Da me stessa. Dalla rabbia che ho dentro perché mi sento impotente difronte a certe cose e non voglio edulcorarle, voglio vederle realmente per ciò che sono, e ciò che vedo e sento mi fa paura. L’ho ripetuto mille volte e lo ripeto ancora: ho paura dell’ignoranza, e viviamo in un mondo che ‘ignora’ sempre di più: ignora l’altro, i sentimenti, la storia, la cultura. Ignora fiero di ignorare e di essere ignorante. Le ‘immagini inesorabili’ sono quelle che ci circondano e facciamo finta di non vedere per comodità, per ‘non conoscenza’ o semplice vigliaccheria. Mi chiedo costantemente come facciano certe persone, con tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo nel 2026 a ‘non conoscere’, a non sapere. Vuol dire che scelgono di non sapere e non informarsi. Non posso provare compassione per queste persone, provo tutt’altro”.
I suoi versi sono definiti “essenziali e rapidi”. Quanto lavoro di sottrazione c’è dietro questa apparente semplicità, e cosa decide che una parola può restare mentre un’altra deve tacere?
“Le mie poesie sono nate così, senza un lavoro di sottrazione o correzione o altro. Essenziale non vuol dire semplice, vuol dire che sono andata all’essenza e per andare all’essenza non usi un linguaggio aulico o rime cadenzate, vai dritto se non hai paura di esprimere il tuo pensiero in maniera comprensibile a tutti. E io non ho paura, in fondo è solo il mio pensiero che può essere condiviso o meno. Dico che non le ho scritte con la penna, le ho scritte con l’accetta. Un colpo d’accetta è un colpo secco, rapido. Sono stufa di persone che non sanno comunicare e usano infiniti giri di parole per dire o non dire qualcosa. Sono stufa del ‘politicamente corretto’, che secondo me ha fatto più danni che altro. E per risponderle fino in fondo, l’italiano è una lingua meravigliosa, ogni parola ha un significato e mille sfumature. È una lingua che si presta alla fantasia ma anche alla precisione grazie alla ricchezza del suo vocabolario. La parola decide da sé, sa di essere quella giusta”.
L’identità e il senso di appartenenza
Scrivere poesia in lingua italiana in Istria significa abitare più memorie e più identità. In che modo questa stratificazione culturale entra, anche invisibilmente, nella sua voce poetica?
“C’è una poesia che parla di identità, inizia con: ‘sono stanca/di spiegare chi sono’ e termina con ‘sono stanca/di spiegare a chi non ce l’ha/cosa sia l’identità’. Io non abito più identità, ho la mia identità come ognuno di noi ha la propria. Alcuni non ce l’hanno perché cercano sempre di piacere agli altri e di farsi accettare a tutti i costi, ma facendo così non lavorano su se stessi. Avere un’identità propria richiede fatica e la gente oggi è pigra. L’identità collettiva è un’altra cosa, è il senso di appartenenza e io so da dove vengo e chi sono. Per quanto riguarda invece la stratificazione culturale, le mie poesie non parlano di Istria né si basano sulla nostra stratificazione culturale o altro. Parlano di mondo, di universale, parlano molto di me. È come se vi avessi consegnato un piccolo diario senza paura di essere fragile e imperfetta. Molte sono in prima persona. Posso farle una domanda con l’accetta? Ma lei le ha lette?”
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