Veronica Raimo, scrivere per fuggire

La scrittrice ha presentato il suo libro «Niente di vero» offrendo il ritratto di un’autrice che rifugge le etichette e vive la scrittura come una tensione tra l’esigenza di affidarsi alla parola e il desiderio di sottrarsene

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Veronica Raimo, scrivere per fuggire
All’incontro un pubblico partecipe e attento. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

La scrittrice Veronica Raimo è stata ospite giovedì sera della libreria VBZ sul Corso, a Fiume, nell’ambito del Festival letterario “Vrisak”. Durante l’incontro, moderato dal curatore ed editore zagabrese Neven Antičević, ha presentato il suo libro “Niente di vero” (vincitore della IX edizione del Premio Strega Giovani, Einaudi editore, 2022), offrendo il ritratto di un’autrice che rifugge le etichette e vive la scrittura come una tensione tra l’esigenza di affidarsi alla parola e il desiderio di sottrarsene, tra l’urgenza dell’espressione e la fatica dell’esposizione, tra la ricerca del vero e l’invenzione che inevitabilmente lo incrina.

Neven Antičević e Veronica Raimo.
Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Scrivere non è un’identità da abitare
Fin dalle prime battute, Raimo ha messo in discussione l’idea dello scrittore come figura definita e coerente. Pur avendo pubblicato cinque libri, non si riconosce pienamente nel ruolo di “scrittrice”. Per lei, scrivere è un’azione praticata, non un’identità da abitare. Se la scrittura implicasse un’adesione totale a un’immagine di sé, smettere vorrebbe dire perdersi. L’autrice diffida di un’esistenza chiusa esclusivamente nei libri, che rischia di diventare asfittica, e riconosce che le pagine più riuscite sono nate quando ha saputo vivere prima ancora che leggere, immergersi nel mondo prima di tradurlo in parola.
Da questo bisogno di apertura nasce l’attrazione per il teatro e la performance, dimensioni in cui il linguaggio si fa presenza immediata e condivisione diretta. Raimo ha confessato di avvertire un forte impulso verso la scena, sentita come una possibilità liberatoria rispetto alla solitudine della scrittura. Scrivere resta un atto necessario ma spesso frustrante, privo della forza comunicativa e del contatto diretto che un concerto o un film riescono a generare. Il palcoscenico diventa così una possibile via di fuga, uno spazio dinamico dove la parola ritrova il suo corpo e il suo pubblico.

Dal testo teatrale al romanzo
“Niente di vero” nasce, non a caso, come testo pensato per il teatro, destinato a un’amica attrice che avrebbe dato voce a parole troppo intime per essere pronunciate direttamente dall’autrice. Solo attraverso un altro corpo, infatti, l’autrice è riuscita ad avvicinarsi a zone più vulnerabili del proprio vissuto. Poi, con la pandemia e la chiusura dei teatri, quel progetto si è trasformato in romanzo. Eppure la sua origine scenica non è svanita, ma resta come un nucleo ancora attivo sotto la superficie narrativa, un impulso incompiuto che continua ad alimentare la tensione tra oralità e scrittura, in attesa di trovare compimento sul palco.
Un’altra esperienza, affine ma rovesciata, è stata la scrittura per il cinema. Raimo ha raccontato la collaborazione con il regista Marco Bellocchio, per cui ha lavorato a una sceneggiatura. Lì ha dovuto misurarsi con un linguaggio che cede il primato all’immagine e alla regia. In quel contesto, la parola perde autonomia e deve adattarsi. L’esperienza, pur significativa, l’ha lasciata insoddisfatta: scrivere “al servizio” di un’altra visione l’ha messa a disagio, perché ha percepito come limitante il dover rinunciare alla propria libertà espressiva. Se da un lato ha imparato rigore e sintesi, dall’altro ha avvertito la distanza tra la scrittura come gesto originario e la scrittura funzionale a un disegno altrui.

Traduzione, rigore e alterità
Se il cinema le ha mostrato il rischio dell’adattamento passivo, la traduzione l’ha educata alla precisione. Nei primi anni, lavorando come ghostwriter, ha tradotto anche testi che non amava. In quel confronto, ha capito che le frasi più difficili da tradurre non sono quelle sciatte o disordinate, ma quelle complesse e sofisticate, poiché più una costruzione è ricercata, più diventa fragile nella resa in un’altra lingua. Questa consapevolezza l’ha portata, col tempo, a preferire una scrittura asciutta e strutturata, meno soggetta a equivoci o forzature. Ha elogiato i traduttori come i lettori più attenti, capaci di cogliere sfumature che sfuggono persino all’autore, e ha confessato il desiderio, puramente intellettuale, di tradurre “Lo straniero” di Camus, non per necessità, ma per puro amore della parola.
Nel dialogo con il fratello Raimo ha scoperto come i ricordi dell’infanzia possano divergere radicalmente, non solo nelle interpretazioni, ma nei fatti stessi. Da questa consapevolezza nasce il suo modo di intendere la memoria, come uno spazio instabile, in cui verità e invenzione si intrecciano fino a confondersi. In “Niente di vero”, ha mescolato ricordi autentici e dettagli immaginari, fino a perdere la distinzione tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Ha citato Joan Didion, che ammetteva di inserire elementi fittizi per attivare una verità emotiva più profonda. Così, per la scrittrice, la letteratura non è un documento fedele alla realtà, ma uno strumento per restituire ciò che si è provato, anche attraverso la menzogna necessaria della finzione.

La madre e il desiderio di conferma
Un passaggio particolarmente toccante riguarda il rapporto con la madre, che non ha mai considerato quella della scrittrice come una vera professione. Dopo mesi di esitazione, ha letto il libro e le ha inviato un lungo messaggio notturno, colmo di commozione. Il giorno dopo, però, tutto è tornato nel silenzio. Ma l’episodio che, secondo Raimo, esprime più profondamente la natura della scrittura riguarda un dettaglio narrativo del suo libro: la protagonista tiene un diario nella convinzione, o nella speranza, che la madre lo legga. Non si tratta di uno spazio privato, ma di una scrittura già orientata verso uno sguardo esterno, modellata su ciò che la madre potrebbe approvare o desiderare. In quel gesto, apparentemente intimo, si rivela la natura relazionale della scrittura, in cui ogni testo, anche il più personale, si rivolge sempre a un destinatario, reale o immaginario, e nasce da un desiderio di essere riconosciuti. A questa riflessione ha fatto seguire l’ammissione più personale che, pur avendo spesso fantasticato una vita edonistica e libera da freni, non ha mai davvero vissuto così. Non per mancanza di coraggio, ma per pigrizia. L’edonismo, ha detto, richiede uno slancio, un’energia che spesso le è mancata, frenata da sensi di colpa e reticenze. In questo senso, la scrittura diventa il luogo dove può concedersi ciò che nella vita trattiene, uno spazio parallelo, in cui vivere versioni alternative di sé.
A conclusione dell’incontro, Veronica Raimo ha raccontato che, una volta terminati, i suoi libri li conosce a memoria, tanto da non riuscire più a modificarli. Il momento decisivo arriva quando il testo passa nelle mani altrui, l’editor, i primi lettori, il pubblico. Solo allora il volume si apre al dialogo. Non si riconosce nella metafora del libro-figlio, se non nel senso che, una volta pubblicato, il testo non appartiene più all’autore, ma diventa bene comune, disponibile a traduzioni, adattamenti, riscritture. Un libro non è mai una forma chiusa, ma materia viva, pronta a trasformarsi.

Tra parole, passi e melodie
Giovedì, oltre all’incontro con Veronica Raimo, il “Vrisak” ha scandito il ritmo della giornata con una fitta sequenza di eventi che hanno animato diversi luoghi della città. La mattinata si è aperta alla Casa dell’infanzia con Mirjana Mrkela e la sua “Kozonoga” (Piedi di capra), affiancata da Iva Marčelja e Kristian Benić, in un incontro che ha intrecciato narrazione, voce e immaginazione. A seguire, la libreria VBZ ha ospitato un laboratorio di scrittura creativa rivolto agli studenti delle scuole superiori, guidato da Enver Krivac, mentre presso la Biblioteca civica Petra Prtajin ha presentato “Samo jedna od” (Solo una delle tante), in dialogo con Sanja Žalac Čičak.
Nel pomeriggio, il programma si è intensificato. Presso il Quartiere artistico Benčić, Žak Valenta e il collettivo TRAFIK hanno tenuto una masterclass sull’espansione scenica e coreografica, esplorando il linguaggio del corpo e dello spazio. In parallelo, alla Biblioteca civica, è stato presentato il secondo numero della rivista IracionaList, con la partecipazione di Damir Stojnić, Enver Krivac e Matija Pisačić, in un confronto tra parola scritta, segno grafico e riflessione culturale. Contemporaneamente, la libreria VBZ ha dato spazio alla rassegna “Publicistički teleskop”, con Drago Hedl che ha presentato il suo libro “Matija”, introdotto da Saša Stanić.
Sempre nella cornice della Biblioteca civica, Brano Jakubović ha presentato “Moje Dubioze” (I miei dubbi) in dialogo con Ivan Šarar. Alle 20, al caffè “Gala” del Quartiere artistico Benčić, è andato in scena lo “Studentski Vrisak”, con la lettura dei testi selezionati dal concorso studentesco. Alla stessa ora, nella libreria VBZ, si sono confrontate due voci della narrativa contemporanea: Marina Šur Puhlovski con “Adam” e Maja Ručević con “Borilište” (Il ring), in una conversazione moderata da Jagna Pogačnik. La serata è proseguita al caffè Dnevni boravak: Vojo Šindolić ha proposto “Rezalište uspomena” (Il taglio dei ricordi), un viaggio nella propria poesia accompagnato dal moderatore Damir Šodan. A chiudere, spazio alla musica con “Reci Bobu Bob” (Chiama Bob, Bob), un progetto di traduzione e reinterpretazione dei brani di Bob Dylan in croato, con Damir Šodan alla chitarra e alla voce.

Veronica Raimo.
Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

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