Vera Štimac: «Ho sempre amato molto i miei studenti»

A colloquio con l’insegnante di lingua e letteratura croata alla Scuola media superiore italiana di Fiume, ora in pensione, autrice del volume «Mali ilustrirani besedarij Sušaka»

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Vera Štimac: «Ho sempre amato molto i miei studenti»
Vera Štimac. Foto Željko Jerneić

Qualche mese fa, alla Biblioteca civica di Fiume era stata presentata una pubblicazione singolare e importante: “Mali ilustrirani besedarij Sušaka” (Piccolo vocabolario illustrato di Sušak) compilato da Vera Štimac, amata insegnante di lingua e letteratura croata alla Scuola media superiore italiana di Fiume, ora in pensione. Il volume si presenta come un tentativo di conservare il ciacavo di Sušak, un idioma che sta progressivamente scomparendo. L’evento aveva attirato alla Biblioteca un foltissimo pubblico, tra cui numerosi ex studenti dell’autrice, che con la loro presenza hanno voluto dimostrare il loro affetto per un’insegnante preparata ed esigente, a volte anche severa, ma il cui approccio verso i giovani era sempre guidato da una profonda umanità e, come ci ha confidato durante una piacevole intervista, da sincero affetto. La prof.ssa Štimac ha voluto iniziare il nostro colloquio ricordando il suo percorso professionale alla SMSI di Fiume, dove ha trascorso la maggior parte della sua vita lavorativa.

“Il mio percorso lavorativo al Liceo era stato molto piacevole – ci ha riferito –. Il collettivo era relativamente piccolo e quando ho iniziato a lavorare la scuola contava soltanto quattro classi, un notevole contrasto con la scuola elementare alla quale avevo lavorato in precedenza, che era frequentata da tantissimi alunni. Di conseguenza, al Liceo l’atmosfera era molto più rilassata. Non ho mai avuto conflitti con nessuno dei miei colleghi e amavo molto i miei studenti. Sento molto orgoglio ogni volta che vengo a conoscenza di qualche successo conseguito da un mio ex studente o studentessa. Da insegnante, questi giovani erano, se non proprio dei figli, delle persone molto vicine a me. Quando arrivano in prima classe sono ancora molto giovani, praticamente bambini, ma in quattro anni cambiano molto e alla fine della quarta sono ormai degli adulti. Il Liceo rimarrà un bellissimo ricordo per me”.

Preferiva lavorare con i bambini o con i ragazzi delle medie superiori?

“Ho sempre preferito lavorare con i liceali. Per questo motivo avevo lasciato la scuola elementare ed ero andata a insegnare al Liceo. A Zagabria avevo studiato lingua e letteratura croata, ma alle elementari il programma è incentrato di più sulla lingua, mentre la letteratura è meno presente. Il periodo del Liceo era per me molto bello anche perché nel consiglio insegnanti regnava la comprensione, si andava d’accordo e l’atmosfera era molto serena. Amavo andare al lavoro. Credo che questo aspetto sia essenziale affinché una persona possa sentirsi appagata professionalmente”.

Un’iniziativa spontanea

Che cosa l’ha spronata a dedicarsi alla compilazione del “Piccolo vocabolario illustrato di Sušak”?

“Mentre ancora lavoravo, mi ero trovata in Istria a un seminario, dove un mio collega mi aveva detto che sarebbe stato opportuno annotare la lingua parlata in una pubblicazione. Questa sua osservazione aveva colto la mia attenzione, ma poi per diversi anni questa idea era un po’ assopita. Quando sono andata in pensione e avendo un po’ più di tempo, avevo pensato di fare qualcosa per conservare nella memoria le parole che stanno sempre più cadendo nell’oblio. Mi ero messa a scrivere e ad annotare le parole che mi sovvenivano e quando dopo un certo tempo il materiale prodotto era diventato abbondante, si era presentata la necessità di organizzarlo in ordine alfabetico e di sistematizzarlo. Mio figlio mi aveva dato una mano in questa ‘impresa’ ed è così che è nato il ‘Besedarij’”.

In che modo “ripescava” le parole? Era un intento consapevole, oppure le sovvenivano mentre stava facendo altro?

“Il primo ‘contingente’ di parole erano quelle che mi erano giunte immediatamente e che quindi avevo potuto annotare subito, mentre le altre le scrivevo quando mi venivano in mente, oppure se le sentivo per caso in strada, al mercato, ecc. Mia nonna e mia mamma parlavano in ciacavo e vivevamo a Sušak, per cui questa lingua mi è stata inculcata mentre ero ancora bambina. Ovviamente, il mio vocabolario non comprende tutte le parole del ciacavo di Sušak, esso contiene i vocaboli che mi erano vicini e conosciuti, che da qualche parte si usano ancora. Parole come ‘armelini’ (albicocche), ‘augurat’ (augurare), ‘cukar’ (zucchero), ‘avertit’ (avvertire), in cui si vede chiaramente l’influsso dell’italiano. Amo molto il ciacavo, ho scritto anche alcune poesie in questo dialetto. In croato standard non riuscivo a esprimermi con la medesima facilità. Tornando al vocabolario, l’intento principale di questa pubblicazione è la conservazione delle parole che stanno a piano a piano scomparendo perché sono sempre più rare le persone che parlano questa variante del ciacavo ed esso purtroppo non viene trasmesso ai giovani. Oggi non ho più nessuno con cui parlare in ciacavo. I miei figli lo capiscono, ma non lo parlano. Mio marito parlava in kajkavo, io in ciacavo, per cui avevamo scelto di parlare in croato standard con i figli.
Continuo ad annotare nuove parole, per cui non è impossibile che venga pubblicata una seconda edizione ampliata del ‘Besedarij’, ma ciò dipenderà da molti fattori”.

Si interessava sempre alla lingua, alle parole? Anche da bambina?

“Da bambina amavo molto leggere fiabe e storie, mentre in casa si parlava in ciacavo perché mia nonna era nativa dell’isola di Veglia. Quando giunse il momento di scegliere che cosa studiare, inizialmente non riuscivo a decidermi tra giurisprudenza e lingue, ma infine sono prevalse le lingue e la letteratura”.

Una famiglia plurilingue

Come mai ha deciso di studiare anche la lingua e la letteratura italiane?

“Nella mia famiglia si parlava molto anche l’italiano, in quanto mia nonna era sposata con un italiano di Pola, che però morì presto, mentre lei rimase in Istria con la famiglia del marito. Questa era l’unica famiglia dalla parte di mia mamma che avevo e comunicavamo regolarmente in italiano. Il fatto di conoscere questa lingua era un punto di forza per me durante gli anni in cui insegnavo al Liceo. Anche mio padre parlava l’italiano, si occupava di commercio e aveva un negozio a Fiume. Il croato e l’italiano facevano quindi parte della mia quotidianità da sempre. Ero ancora piccola, ma ricordo che spesso si andava a Fiume, che all’epoca faceva parte di un altro Paese, per fare gli acquisti. All’epoca della mia gioventù era molto di moda andare a studiare l’inglese, ma a me non interessava, per cui una mia amica ed io avevamo deciso di studiare l’italiano alla Facoltà come ‘materia B’. All’epoca, il corso di lingua e letteratura italiane era gestito da studiosi di spicco, per cui la sua qualità era molto alta.

Una volta ritornata a Fiume, avevo iniziato a insegnare alla scuola elementare, fino a quando un giorno non mi capitò di vedere in giornale un concorso del Liceo, nel quale cercavano un insegnante di croato. Decisi di presentare domanda e siccome ero l’unica a soddisfare tutte le condizioni (di cui una era la conoscenza dell’italiano), venni assunta. Nei primi anni al Liceo, mi sentivo come in famiglia, mi avevano accolta benissimo. Il prof. Corrado Illiasich (all’epoca preside del Liceo, nda) era una persona dalle vedute molto ampie, come anche sua moglie, la prof.ssa Maria Illiasich. Entrambi hanno dato molto ai loro allievi”.

Qualche anno fa ha pubblicato una raccolta di poesie. Ha avuto sempre il bisogno di mettere su carta i propri pensieri e sentimenti?

“Ho scoperto questo bisogno più tardi nella vita. La mia raccolta è stata uno sfogo emotivo”.

Come trascorre il suo tempo, ora che è in pensione?

“Nei primi anni di pensionamento i miei quattro nipoti erano ancora piccoli, avevano bisogno di attenzione, per cui le mie giornate erano molto attive. Oggi i miei nipoti sono ormai adulti, siamo in contatto regolarmente e siamo tutti molto uniti. Ho anche alcune amiche con le quali amo prendere il caffè in qualche bar. Ogni tanti vado a vedere qualche mostra e prima andavo spesso a teatro. Oggigiorno non ci vado come vorrei siccome gli spettacoli sono piuttosto tardi e soprattutto d’inverno non mi piace tornare a casa con il buio. Leggo, ma meno di prima. Insomma, non mi sento mai sola. La cosa peggiore è chiudersi in casa e lasciarsi andare, bisogna rimanere attivi”.

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