L’attesissima prima fiumana di “Venezuela”, firmata dal coreografo israeliano Ohad Naharin e presentata l’altra sera al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, è arrivata dopo un periodo che aveva agitato la scena culturale cittadina. Nei giorni precedenti allo spettacolo circolavano volantini che invitavano al boicottaggio, mentre vari gruppi di attivisti organizzavano azioni di protesta. La sera della première, fischi e striscioni attendevano il pubblico davanti all’ingresso del teatro e poco dopo alcuni manifestanti sono riusciti a varcare la porta principale, incidendo sull’atmosfera generale con una presenza difficile da ignorare. Quell’energia attraversava i corridoi, i foyer, gli spazi di passaggio. Non era quiete e non era frenesia. Era una tensione che scivolava nel teatro con continuità e che, una volta che il pubblico aveva preso posto, si è trasformata in una disposizione all’ascolto, un’attenzione che cercava un appiglio su cui posarsi. Quando il sipario ha cominciato ad alzarsi, quell’attesa si è contratta in un nodo preciso. L’apparizione dei danzatori ha generato alcuni applausi immediati, un riflesso naturale che ha ridefinito la temperatura emotiva della serata e ha introdotto la platea in un livello più intenso di concentrazione, più vigile. Da lì in avanti lo spettacolo ha assunto il controllo della scena con una chiarezza che non concedeva dispersioni.
L’innesco del processo coreografico
All’inizio il palco mostra una forma unitaria, una presenza compatta costruita dai diciannove interpreti che avanzano con oscillazioni minime, interiori, a modo di una corrente sotterranea alla ricerca di una direzione che trova nella fisicità il primo margine di definizione. I vestiti neri, rigorosi ed elegantissimi, creati da Eri Nakamura (che ha disegnato i costumi anche per altre opere di Naharin, tra cui “Last Work”, “Hora”, “Yag” e “MOMO”) e adattati per l’allestimento locale da Aleksandra Ana Buković, unificano la superficie visiva, creano una tensione geometrica pulita e diventano la terra su cui il coreografo fa poggiare la sua scrittura.
Il canto gregoriano, eseguito dal Westminster Cathedral Choir e da altri ensemble specializzati, avvolge la scena e introduce una gravità antica che spinge i danzatori a misurarsi con un’energia che si dilata e si restringe. In questa distesa sonora il gruppo cerca una forma stabile. L’ordine che affiora si incrina quando alcuni artisti rompono la continuità della linea con pose che richiamano il ballo latino. Quel gesto inatteso apre la prima fenditura, una frattura che innesca una serie di variazioni destinate a espandersi. Da quel punto il collettivo si muove attraverso allineamenti e deviazioni e le fluttuazioni iniziali lasciano spazio a dislocazioni puntuali che modellano il palco in traiettorie sempre più complesse. Le prime corse trasversali tagliano il palco con una precisione inconfondibile. Le diagonali lo attraversano con una forza particolare, linee nette che incidono la struttura della composizione e spostano la gravità interna. Il gruppo entra in una fase di tensione crescente, un equilibrio continuamente spostato che diventa una delle firme più riconoscibili della creazione di Naharin.
Gli assoli emergono come interruzioni improvvise, lampi che aprono e chiudono istanti di autonomia. Le cadute disegnano piccole fratture nel flusso generale. L’insieme si sfalda e si ricompone secondo geometrie imprevedibili. Ogni deviazione genera un assetto nuovo, come se il movimento stesso cercasse un orizzonte in costante trasformazione. Il Gaga, nucleo del pensiero coreografico dell’autore, si manifesta nella disponibilità del corpo a lasciarsi attraversare da forze interiori. È una ricerca fisica che non impone figure preordinate, un’esplorazione continua, una matrice di dinamismo che emerge dall’interno e trova forme sempre cangianti. Il danzatore ascolta la propria vitalità, la espande, la trattiene, la scaglia nello spazio e la riporta dentro, costruendo una presenza che modella la scena in una materia viva e mutevole.
Cariatidi e drappi, un percorso di immagini
Arriva una sequenza che la memoria trattiene senza sforzo. Cinque danzatrici sedute sulla groppa dei danzatori avanzano con un andamento grave, arcaico. La musica indiana “Ae Ajnabi” di A. R. Rahman, interpretata da Mahalakshmi Iyer e Udit Narayan, crea un’atmosfera morbida e inquieta. L’immaginazione riconosce cammelli, cani, esseri che affiorano da margini dell’anima ancora sfocati. Nella seconda parte, esasperata dalle nuove risonanze sonore, quelle figure si trasformano e le stesse posture evocano carovane lente, animali totemici, viaggiatrici sedute su creature impossibili che cambiano profilo a seconda delle sfumature musicali. Sono metamorfosi che si accendono, scompaiono, ritornano mentre il ritmo spinge il corpo a riarticolarsi. I drappi bianchi compaiono, si sollevano, ricadono come elementi di una narrazione che rimane aperta. A un certo punto ricoprono un danzatore a terra. La sua lotta per riemergere concentra ogni sguardo. Striscia, solleva il busto, ricade, avanza, riprende lo sforzo, viene inghiottito di nuovo dal tessuto. La scena si restringe attorno a quella fatica e rivela resistenza, vulnerabilità, tensione. Il salto della danzatrice che lo atterra conclude l’immagine con una forza che rimane immediata.
La seconda rivelazione del gesto
La seconda parte ripropone la stessa costruzione coreografica, in cui tutto si trasforma. Il suono entra con altre intenzioni, altri strappi, altre ferite. L’architettura sonora di Maxim Waratt, sostenuta dalla consulenza di Nadav Barnea, crea un ambiente nuovo. Rage Against the Machine con “Bullet in the Head”, Converter, Olafur Arnalds, inflessioni arabe, stratificazioni elettroniche. Ogni elemento sposta il baricentro del movimento, introduce una pressione inedita, incide sui corpi senza mediazioni. È in quel passaggio che “Dead Wrong” di Notorious B.I.G., già emerso nella prima parte, irrompe con maggiore rilievo. La parola rappata tocca il corpo del danzatore con una veemenza che non concede filtri, mentre la scena assorbe quell’affondo urbano e mostra una frattura del presente.
Il ritmo spezzato, le voci che incalzano, il loro impatto tagliano la composizione dall’interno. Si respira un’aria più tagliente e la danza diventa materia esposta. Il disegno luci di Avi Yona (Bambi) Bueno modella questo nuovo paesaggio visivo con precisione, in cui le variazioni cromatiche definiscono profondità diverse, zone che minacciano, margini che si aprono. Le figure che prima evocavano cariatidi ora si fanno più feroci. I drappi bianchi diventano bandiere, segnali che riconducono il pensiero a tensioni che attraversano il nostro tempo. La ripetizione rivela la sua forza concettuale, il gesto già visto acquista un significato nuovo quando si immerge in un ambiente diverso. “Venezuela” mostra la fragilità della percezione: ciò che sembrava stabile si apre, ciò che appariva definito scivola verso un’altra lettura e la visione diventa un organismo in trasformazione continua.
L’intensità dell’ensemble fiumano
Il Balletto del TNC “Ivan de Zajc” affronta l’opera con una dedizione assoluta. Sephora Ferrillo, Yurika Kimura, Ksenija Krutova, Sonja Milovanov, Laura Orlić, Tea Rušin, Alessia Tacchini, Isabelle Zabot, Marta Kanazir, Jody Bet, Leonard Cela, Giovanni Liverani, Giorgio Otranto, Federico Rubisse, Ali Tabbouch, Samuele Taccone, Alessio Alfonsi e Simon Boley sostengono la serata con presenza, precisione e resistenza. La disciplina tecnica si fonde a una qualità emotiva evidente. La fatica si percepisce, il respiro si allunga, i muscoli rispondono alla complessità del movimento, gli occhi dei danzatori rivelano un impegno totale. Ogni gesto nasce da un moto intimo, ogni sequenza viene attraversata, assimilata, restituita come materia viva. L’ensemble crea una corrente che raggiunge la platea, costruendo la relazione attraverso gli scarti, i silenzi, i respiri, le variazioni di ritmo, le aperture improvvise, i punti in cui il movimento sembra oltrepassare il corpo e sfiorare un territorio che appartiene al pensiero. È uno dei risultati più alti della serata. L’applauso prolungato ha raccolto una risposta evidente: nulla resta fermo dopo “Venezuela”, si dirama dentro chi guarda, disordina certezze, apre vene di pensiero dove prima c’era forma.


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