«Veiva San Martein!». E anche l’istrioto

La Comunità degli Italiani di Dignano ha ospitato il Festival dell’Istrioto che vuole dare una nuova linfa all’antico idioma e far rivivere lo spirito boumbaro

L'orgoglio del cantar in boumbaro

Veiva San Martein” e il buon vino novello. Ma l’occasione dell’allegro travaso stagionale è solo un pretesto per far ridiventare lingua viva l’antico idioma istrioto, pastoso e musicale, grande interprete dello spirito buombaro, della vitalità del dignanese più patoco, spontaneo e autentico. Un popolo ha creato una lingua a sua immagine e somiglianza e l’ha resa inimitabile e inconfondibile al punto da essere in grado di conquistare sempre anche il parlante eslcusivamente veneto, che non può non cogliere il pregio di tanto di espressioni familiari e sfumature linguistiche di casa. Un’ulteriore strategica celebrazione di questa parlata, che purtroppo rischia l’estinzione, è andata in scena nel fine settimana nella Comunità degli Italiani di Dignano che ha ospitato a Palazzo Bradamante una nuova frizzante puntata del Festival dell’Istrioto. Tutto questo perché “gavemo capido che ne piasi favelà”, parole di Giada Forlani, piacevole animatrice della serata che dal principio alla fine si è espressa esclusivamente in boumbaro intercalando letture e recite di brani. Subito in medias res con i saluti (Buonasira Siuri e Siore!) e un po’ di recupero della tradizione popolare vinicola, poi i saluti del presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Marin Corva con tante simpatiche scuse per l’inciso in italiano standard che stona in cotanto contesto di morbin dialettale. In sala anche il presidente dell’Assemblea UI e della CI di Sissano, Paolo Demarin.
Potpourrì di buon umore
Parole di encomio per Livio Belci e Sandro Manzin, rispettivamente presidente della CI e della Giunta esecutiva dignanese, nonché ai numerosi attivisti impegnati a tutto tondo nella conservazione delle tradizioni locali. “I dise che Dignano no xe bela…” e “Canti de casa nostra”, un bel potpourrì di buon umore popolare con quei motivetti pieni di verve (El mio marì xe bon…, Vado in piasa col fiore in testa, se te ciapa el mal de pansa…) ha acceso la serata grazie al Coro misto del sodalizio diretto immancabilmente dalla sua maestra Orietta Šverko.
Ne è seguita una prima manche di recite e interpretazione di testi istrioti che oltre a Giada Forlani ha visto alla ribalta Ilaria Banco e Elena Lupieri, allieve preparate dall’insegnante Fabiana Lajić. Quindi, assieme a Lorenzo Privrat una sfida anche per Esopo a capire la sua favola (“La zeigala e la furmeiga”) e tanto ridere di gusto con i versi di Pietro Sansa che altro non sono se non una preziosa operazione di recupero di buffi suranojn-soprannomi locali (Savuleini, Musculeini, Cioci, Pataloci, Ciavalojn, Ciavareini, Pisoti Pisareli, Pisincalse, Sparneisaboase e via elencando).

In piasa per vender el puorco

Saggezza boccaccesca
Serata in crescendo con l’applauditissima perfomance degli ospiti d’onore. La CI dignanese ha ceduto con molta benevolenza il proprio palcoscenico al gruppo di studio del dialetto rovignese della SEI Bernardo Benussi di Rovigno. Ha impregnato l’istrioto di altrettanto armoniosa sfumatura con una scenetta che ha conquistato tutti con la propria comicità. Adattamento di Vlado Benussi e di Giuliana Malusà cui si deve la preparazione dei ragazzi per interpretare una situazione da piazza-mercato, a una storia di birboneria, furbizia, imbroglio e sotterfugio da cui in realtà emerge la saggezza popolare che quasi quasi può associare a certi racconti di Boccaccio. Poi, ancora poesia istriota assieme alle rovignesi Flora Marić, Nicol Maria Kučinić e Lana Verdink e nuovamente alla ribalta Lorenzo Privrat, interprete della romantica storia d’amore di Lorenso e Maroussa (“La casita in tavajin”), Giada Forlani con l’immagine della dura vita dei campi (Tera countadeina). Chiusura in bellezza grazie all’esibizione canora-danzante del gruppo folk della CI dignanese, guidato dall’instancabile Maurizio Piccinelli. Ingresso tradizionale con la sfilata del “Fate largo che pasa i novisi” con sfoggio di costumi e delle pregiatissime pettinature femminili, proponendo il Barabiaso e la Villotta. Ma basta favelà. Livio Belci si è accomiato con il pubblico e conferito omaggi ai tanti meritevoli. Alla fine tutti a gustare vin novello e i tipici pampagnacchi confezionati dalle abili mani di Adelia Rocco.

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