Un’opera raffinata basata su un’ampia tradizione letteraria italiana

«Ivan de Zajc». Il Coro e l’Orchestra del Teatro Popolare Sloveno di Lubiana sono stati diretti dal Mº Marko Hribernik, il quale ha sapientemente modellato gli accenti drammatici dosando i delicati equilibri

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Un’opera raffinata basata su un’ampia tradizione letteraria italiana

Il TNC “Ivan de Zajc” ha ospitato il Coro e l’Orchestra del Teatro Popolare Sloveno di Lubiana con “I Capuleti e i Montecchi”, tragedia lirica di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani. Il libretto costituisce un adattamento di un precedente melodramma di Romani, già messo in musica da Nicola Vaccaj. Esso si basa su un’ampia tradizione letteraria italiana (tra cui la novella IX di Matteo Bandello – 1554) dedicata alla celebre coppia di innamorati veronesi, e non, come talvolta si legge, sulla tragedia “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, all’epoca pressoché sconosciuta in Italia. L’opera fu composta in poco più di un mese, tra la fine di gennaio e i primi di marzo, tanto che Bellini dovette attingere a piene mani a motivi della “Zaira”, l’opera composta l’anno precedente e andata incontro ad un irrimediabile insuccesso.

I confronti con gli omologhi, in questo caso nel campo dell’opera lirica con gli artisti sloveni, fanno bene alla salute artistica, in quanto possono influire sulla crescita, maturazione e consapevolezza circa i propri pregi e/o limiti professionali. Quindi ben vengano gli allestimenti d’opera da parte di enti lirici ospiti.

L’aspetto musicale curato nel dettaglio

Tenteremo un’analisi dell’allestimento offertoci iniziando da quello che riteniamo sia stato il suo maggiore pregio e cioé l’aspetto musicale, che è stato curato in ogni sua sfaccettatura con palese scrupolosità e dedizione. Giustamente, in quanto la trasparenza strumentale di questa partitura classica e la vocalità belcantistica richiedono una purezza e precisione imprescindibili. Qualità che non sono state disattese. Infatti il respiro musicale è fluito, elegante e raffinato, sotto l’attenta bacchetta, di Marko Hribernik, il quale ha sapientemente modellato gli slanci, gli accenti drammatici e dosato i delicati equilibri. Compatta, duttile e timbricamente pregevole l’Orchestra. Belli gli assolo del violoncello e del clarinetto.

Facciamo notare inoltre, il validissimo livello tecnico-vocale, la coerenza stilistica e la chiarezza di dizione di tutto il cast dei cantanti, qualità non scontate, specie dalle nostre parti. Nuška Drašćek (mezzosoprano) che si fregia di un bel timbro di voce, omogeneo in tutti i registri, ha affrontato il ruolo di Romeo, in maniera magistrale, a tutti i livelli; dall’accurato fraseggio, al virtuosismo vocale del belcanto, all’espressione, conferendo al suo Romeo spessore e verità d’accenti.

Giulietta ha avuto in Nina Dominko un’interprete sensibile, una vocalità delicata – magari non sempre perfettamente smaltata – che però nei momenti di maggiore drammaticità ha rivelato la sua agilità e consistenza specie nella rotondità degli acuti. Intensi i duetti con Romeo che hanno palesato l’evidente affiatamento e complicità della coppia Drašćek-Dominko. Peter Martinčić (Capelio) si è distinto per incisività e una vocalità importante quanto perentoria. Appassionato e irruente come sempre, Aljaž Farasin nella parte di Tebaldo, il quale ha sfoggiato una voce potente e generosa nell’aria e caballetta del primo atto. Rileviamo la sua evidente crescita in senso tecnico-vocale. Valido anche Slavko Savinšek nel ruolo di Lorenzo.

Discrepanza tra musica e aspetto visivo

Ma veniamo alla regia di Frank Van Laecke, la quale sostanzialmente non si discosta dal solito cliché, molto in voga ormai da parecchi anni; e che comprende la rituale quanto impropria “attualizzazione” della vicenda, il nerume incombente e opprimente dello sfondo scenico, la staticità del Coro, gli abiti tipo impiegato di banca…. Insomma i ben noti precetti, anzi, dogmi, di stampo postmoderno che si applicano indiscriminatamente a tutti gli autori e (quasi) in tutte le coordinate d’Europa. I frutti di tale approccio omologato sono inevitabilmente la discrepanza tra musica – con le sue infinite suggestioni – e l’aspetto visivo. Da qui l’impossibilità di realizzare un unicum armonioso e coeso, ossia la coincidente unità del fatto teatrale.

In più tale atteggiamento produce, a lungo andare, un appiattimento culturale e intellettuale come conseguenza del ripudio da parte dei registi dei nostri grandi trascorsi storici e delle altissime esperienze artistiche e culturali del passato. Che sono il nostro Dna, le nostre radici, e che comunque offrono infinite occasioni di interpretazione e rilettura.

Scene immortalate negli anni ‘50

Nel nostro caso le vicende dei Capuleti e Montecchi – con tutto il can can di passioni e odi politici, vendette, amori impossibili, ecc. – sono state costrette entro uno studio fotografico degli anni ‘50. In barba a tutti i riferimenti storici. Che dire? Che i nobiluomini sembravano degli impiegati di una società di assicurazioni (“Peran gli audaci, ah! Perano quei ghibellin feroci!”) e la prima scena pareva la riunione del consiglio di amministrazione? Che la scena in cui Capellio (faceva molto il Padrino, con tanto di pistola) sorprende gli amanti fuggitivi sembrava la regolazione di conti tra bande di Cosa nostra? Che Romeo e Giulietta esalano il loro ultimo respiro su un divanone chesterfild (“Ecco la tomba……ancor di fiori sparsa”) sotto il fascio di luce degli enormi riflettori del citato studio fotografico? Boh… Certo, Van Laecke nella costruzione psicologica dei personaggi ha tenuto una condotta coerente e valida, però il contesto… Scene, costumi (abbiamo apprezzato il costume di Giulietta) e luci rispettivamente di Philppe Miesch, Belinda Radulović, Jasmin Šehić. Applausi calorosi.

Per la cronaca ricorderemo che la prima dei “Capuleti e Montecchi” nel Teatro di Fiume – che vanta una lunga tradizione lirica – ebbe luogo nel 1835(!), cui fecero seguito le opere belliniane “Norma” e “Il pirata” nel 1836, la “Straniera” e “La Sonnambula” (1837), “Betrice di Tenda” nel 1841 e “I puritani” nel 1844.

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