Un’esplosione di gioia collettiva

Al Teatro Nazionale Croato «Ivan de Zajc» si è tenuta la première di due balletti ispirati alle musiche di Beethoven e Stravinskij

Fanni Tutek-Hajnal

Serata di danza all’Ivan Zajc sabato sera con il Balletto di Fiume che ha visto les premières di “Sonata Patetica” e de “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij nelle rispettive coreografie dell’ospite inglese Douglas Lee e della danzatrice e coreografa fiumana, nonché direttrice del Balletto, Maša Kolar.

 

Come riporta il programma di sala, Lee – che fa proprio un linguaggio neoclassico – per la sua coreografia si ispirerebbe, piuttosto che alla beethoveniana Patetica, al pianoforte in quanto strumento musicale, con i ballerini, biancovestiti, ognuno dei quali rappresenterebbe un tasto di questo sfarzoso strumento. Dunque, tanti tasti che si muovono al ritmo, alla velocità ed evoluzioni della celeberrima sonata beethoveniana.

Una scena della coreografia ispirata alla Sagra della primavera

Confessione intima e sofferta

La qual cosa suscita in noi non poca perplessità, perché avendo come base musicale un capolavoro della musica, delle pagine pregne di forte drammaticità e innumerevoli palpiti, insomma la confessione intima, sofferta, nobile di un animo e di una mente geniali, il coreografo si limita a prendere spunto dalla mera materialità dello strumento e dall’aspetto tecnico del brano, trasformando i ballerini in tanti tocchetti di legno che si muovono meccanicamente, rigidamente, alla stregua di burattini, di robot, completamente alieni agli straordinari contenuti di questa sonata; che non a caso Beethoven stesso intitolò “Patetica”, ad indicare appunto il pathos, i fremiti dell’animo che la percorrono.

Con ciò non intendiamo sminuire la notevole inventiva e creatività coreografica di Lee, che in questo caso poggia soprattutto sui solisti, relegando il grosso del corpo di ballo a un ruolo sostanzialmente marginale.

Gestualità fine a sé stessa

Questo tipo di approccio alla danza, che usa il corpo umano come un mezzo con cui sperimentare le sue capacità motorie, ginniche – per quanto fantasiose e virtuosistiche possano essere – genera, in ultima analisi, una gestualità che diventa fine a sé stessa. Tale diffusissima e omologante visione della danza rappresenta, alla fine, un’alienante riduzione dell’essere umano a oggetto in movimento.

A questo punto ci sia concessa un po’ di enfasi retorica: Oh, Uomo! Che fine hai fatto?

Di tutt’altra indole è invece il balletto di Maša Kolar; coinvolgente, organico, di parossistico vitalismo, lo riteniamo una delle più felici coreografie degli ultimi anni. La “scandalosissima” e rivoluziaria partitura stravinskiana, la Sagra della primavera – il cui titolo corretto dovrebbe essere la Consacrazione della primavera – recava il sottotitolo “Quadri della Russia pagana”. Lo scopo del balletto era infatti rappresentare un certo numero di scene che manifestassero la gioia terrena, il trionfo celestiale secondo la sensibilità degli Slavi.

Dimensione atemporale

Maša Kolar invece – rigettando ogni elemento folclorico e pittoresco – trasporta l’azione in una dimensione atemporale, primordiale, in cui gli attori sembrano evocare il mondo del mito; un balletto che per la sua istintività sembra associarsi, in un certo senso, all’atmosfera faunesca di debussiana memoria. A questa partitura di gusto barbarico, primitivo, sconvolta da ritmi stravolgenti, sedata a volte da misteriose melopee, ha corrisposto una narrazione coreografica ossessiva, vigorosa, organica, corale, virtuosistica, che sembrava sgorgare a iosa come la linfa della primavera che fa rinascere, rinverdire, rifiorire la Natura. Dunque un’ esplosione di gioia collettiva espressa con un linguaggio del corpo di straordinaria creatività e grande coerenza. Il pubblico ha apprezzato pure le fantasiose contorsioni amorose di quello che sembrava un unico enorme ragno; in realtà composto da due danzatrici. Massimo elogio a tutta la compagine di danza, come pure ad ogni singolo ballerino, per la formidabile prova offerta e l’esemplare professionalità.

Imperante nerume in scena

Un aspetto di incoerenza, però, è costituito dall’imperante nerume sulla scena. Primavera, fiori, verdure, rinascita del Creato. Dove? Non c’era nemmeno la più remota allusione a questo tipo di clima, salvo quella specie di incombente cupola luminosa – il sole?? – che sembrava piuttosto un’astronave aliena. Peccato.

Le luci e i costumi portano rispettivamente la firma di Petra Pavičić e Nuno Salsinha. Il pubblico entusiasta ha premiato i valentissimi esecutori con insistenti applausi.

È necessario spendere due parole sulle circostanze che videro la prima della Sagra della primavera (Le sacre du printemps), avvenuta a Parigi al Théâtre des Champs-Élysées il 29 maggio 1913. Ricordiamo che l’opera fu scritta fra il 1911 e il 1913 per la compagnia dei Balletti russi di Sergej Djagilev; la coreografia originale era di Vaclav Nižinskij, le scene e i costumi di Nikolaj Konstantinovič Roerich.

Una scena del balletto “Patetica”

Uno scandalo epocale

La prima rappresentazione fu uno scandalo epocale, sia per la musica – un’orgia di timbri e ritmi tribali mai intesi prima – che per la coreografia dell’eccentrico Nižinskij, con le quali i due recidevano violentemente il cordone ombelicale che univa il mondo artistico del tempo alla ancor viva temperie tardo romantica.

Per quanto riguarda il balletto, i movimenti creati da Nižinskij – il quale pure era stato un grande ballerino classico – erano completamente nuovi per gli standard dell’epoca; si parla infatti di poliritmia e di disarticolazione del corpo. I danzatori dovevano eseguire gesti selvaggi e privi di grazia, per i quali si parlò addirittura di “massacro del balletto classico”.

L’innovazione straordinaria della musica, la coreografia e l’argomento stesso crearono un enorme scandalo e, nonostante le successive schermaglie fra ammiratori entusiasti e acerrimi denigratori, l’opera fu destinata a rimanere, e rimane ancor oggi una pietra miliare nella letteratura musicale e nel balletto del XX secolo.

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