Una «Carmen» atemporale tra passione e morte

Ivana Srbljan. Foto: Dražen Šokčević

È stata accolta calorosamente la première di “Carmen”, al TNC “Ivan de Zajc”, allestita nella particolare lettura registica di Marin Blažević, sotto la bacchetta di Kalle Kuusava, con le validissime forze del Teatro di Fiume.
Per fare un po’ di cronistoria, rileviamo che quest’opera sanguigna e infuocata, doviziosa e coloratissima, di Georges Bizet, fu rappresentata per la prima volta all’Opera-comique di Parigi nel 1875, e messa in scena al Teatro Comunale di Fiume nel lontanissimo 1888, per essere quindi ripresa nel 1911, nel 1927…fino ai giorni nostri. È vero che nei grandi Teatri – Scala, Covent Garden, Metropolitan –, e nei Teatri d’opera in genere si allestiscano ancora delle “Carmen” spettacolari, come tradizione vuole; ad ogni modo c’è la chiara tendenza a snellire l’azione e l’ambiente ispanico da citazioni stilistiche. Una Carmen propriamente da cartolina e folcloristica sarebbe anacronistica e, decisamente, troppo scontata.

Ivana Srbljan e Luis Chapa. Foto: Dražen Šokčević

Proposta realistica dell’opera
Nel nostro caso Marin Blažević, ha optato per una proposta registica incentrata sulla recitazione, sui conflitti, sulla passioni dei personaggi, non esclusa una realistica violenza, eliminando qualsivoglia riferimento a peculiarità di tempo e luogo, onde proiettare questa storia di passione e morte in una dimensione quasi “atemporale”; volendo sottolineare la sua intrinseca attualità. Il che è innegabile. Carmen, in fondo, è anche la storia di un femminicidio. Però è anche una storia di popolo, di tafferugli, di movimento, dinamicità. Ora, tutti codesti “personaggi di massa” – le sigaraie, i soldati, i monelli, la folla – risultano posizionati a mo’ di coro su una lunga costruzione a quattro gradini, en face alla platea, immobili, spettacolo natural durante, quasi fosse un’esecuzione da concerto. Certo, le sigaraie (quando è il loro “turno”) si alzano e, rimanendo sempre sul posto, si agitano simulando una lite, per quindi rimettersi a sedere. Nella taverna (immaginaria) di Lillas Pastia il coro, sui ritmi delle brillanti danze spagnole, si scatena in uno “shake”… ecc.
A questo punto sorge una domanda: non sarebbe più coerente commissionare un’opera contemporanea originale per quindi sbizzarrirsi in regie moderne? Dove sono i Verdi e i Wagner della nostra epoca? Sembra che il nostro non sia un tempo felice per la produzione d’opera.
Il «caliente» Luis Chapa
Unico interprete dal sangue “caliente” è stato il tenore messicano Luis Chapa con il suo Don Josè fortemente passionale e tragico, che ha raggiunto uno degli apici dell’opera con “La fleur que tu m’avais jetée”. Si è impegnata molto nel suo ruolo Ivana Srbljan, con esiti apprezzabili e piacevoli parentesi vocali nella seconda parte. Però, la sua Carmen un po’ scandinava e tiepida – specie nell’iniziale “Habanera” –, moderna e arrabbiata, non ci ha convinto troppo. Algida nella scena finale. Muore soffocata da un lunghissimo bacio d’amore e di vendetta di Don Josè. Soluzione interessante.
Spontanea ed espressiva è stata Anamarija Knego come Micaela, che ci ha fatto godere con la sua bella e piena vocalità. Non si è smentito Luka Ortar nei panni di Escamillo; una parte che comunque dovrà ancora maturare. Si consiglia un’emissione vocale meno rigida. Riuscito musicalmente il terzetto delle carte con Fortunato-Zelčić-Rukavina. L’impronta caricaturale a loro conferita ci pare però del tutto gratuita. Validi Robert Kolar e Slavko Sekulić come Morales e Zuniga. Non hanno convinto i costumi di Sandra Dekanić: le tabachine in tuta di terliss, i vestiti di seta rossa fatti “in serie” per le popolane … Molto valido l’apporto del Coro e del coretto “Kap”, istruiti rispettivamente da Nicoletta Olivieri e Doris Kovačić.
La direzione di Kalle Kuusava ha denotato in più occasioni dei cali di tensione. Lo spettacolo, comunque è stato generosamente applaudito.

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