Nell’ambito delle Giornate della cultura turca a Fiume, il Salone delle Feste della Comunità degli Italiani ha ospitato giovedì sera un gradito concerto dell’ensemble turco Izmir Barok, che ha proposto un programma intitolato “La musica delle corti europee e ottomane”. L’esibizione del valente complesso, specializzatosi in musica barocca su strumenti antichi, ha messo a confronto il barocco europeo con la musica che nasceva nella medesima epoca storica nell’Impero ottomano, offrendo così al pubblico l’opportunità di apprezzare le differenze, ma anche le similitudini dei due mondi musicali che si evolvevano a pari passo.

Un’identità basata sulla diversità
A introdurre la serata è stato il vicepresidente della Società croato-turca di Fiume, Igor Vlajnić, dopodiché sul palco è salito Saša Ostojić, presidente della Società croato-turca di Fiume, il quale ha salutato i presenti in croato, italiano e inglese. “Stasera siamo riuniti a Palazzo Modello – edificato nel 1885 dagli architetti Fellner e Helmer, che a Fiume lasciarono anche il Teatro ‘Ivan de Zajc’–, che con la sua facciata neobarocca non è soltanto un edificio rappresentativo. È una traccia dell’epoca in cui la città aveva la necessità di rendere pubblica, visibile e condivisa la bellezza. Dal 1946, in questo palazzo è attiva anche la Comunità degli Italiani di Fiume ed è difficile immaginare uno spazio più adatto all’incontro di questa sera: la presenza croata, turca e italiana sotto lo stesso tetto in una città che ha costruito per secoli la sua identità proprio sulla diversità”, ha osservato Ostojić, che ha voluto quindi precisare che il concerto è stato organizzato dalla Società croato-turca di Fiume, dal Centro culturale turco Yunus Emre di Zagabria e dalla Comunità Nazionale Turca in Croazia, in collaborazione con la Comunità degli Italiani di Fiume e grazie all’impegno di Igor Vlajnić, rinomato direttore d’orchestra e critico musicale.

Le porte del tempo
“Permettetemi di immaginare questa serata come un momento in cui si aprono le porte del tempo: da una parte le corti europee, le candele, il velluto, Monteverdi, Purcell, Frescobaldi, Lully e Fux; dall’altra Istanbul e le corti ottomane, Gazi Giray Han e Ali Ufki Bey con un mondo profondamente proprio, che tuttavia ascoltava con attenzione l’Europa. E nel mezzo, la nostra Fiume, una città che per secoli accoglieva navi, diplomatici, commercianti, viaggiatori e avventurieri da tutto il mondo. Una città con 22 consolati, il porto e l’industria; la città della Casa turca, quale testimone del tempo in cui il cosmopolitismo non era soltanto un epiteto decorativo, bensì la quotidianità. Proprio Fiume ci insegna che le diversità non sono un ostacolo. A pochi passi da qui c’è la Casa turca, sulla cui facciata si riconoscono diversi codici culturali ed estetici, simboli che appartengono a mondi diversi. Essa non è nata da un programma ideologico, ma dall’incontro tra Antonia Bartolich Gelletich e da Nicolai Nicolaki Efendi de Nicolaides, da una decisione di fondere le due identità culturali. Perché il vero amore ha la capacità architettonica di edificare ciò che sopravvive ai suoi creatori. La musica di questa sera è una conferma storica che le culture sono sempre state più porose dei confini successivamente tracciati”, ha puntualizzato Ostojić, rilevando che la musica dell’ensemble Izmir Barok presenta due storie della musica distinte, in cui gli accordi erano diversi, ma i cui creatori si confrontavano con le medesime paure, gioie, fedi, corti, amori e desideri.

Il sontuoso barocco europeo
Il barocco è un simbolo particolarmente adatto, ha osservato: in Europa era sontuoso, teatrale, pieno di movimento, luce e ombra e bisogno di esprimere il sentimento, mentre nel mondo ottomano, la musica di corte sviluppava una propria logica raffinata, la propria disciplina di elementi ornamentali, ritmo e misura. Lingue diverse, ma lo stesso bisogno di trasformare l’indicibile in suoni. “Viviamo in un’epoca in cui la diversità viene presentata come una minaccia, in cui i dibattiti sociali diventano facilmente fronti contrapposti, in cui i conflitti globali riducono nuovamente l’essere umano all’appartenenza, alla bandiera, alla fede, alla lingua e al partito. Ma dietro a tutto ciò sta un banale fatto biologico: tra tutti noi ci sono infinitamente più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono. La nostra identità non si riduce quando riconosciamo quella dell’Altro, anzi, diventa più matura. Fiume ha dovuto imparare questa lezione tante volte nel corso della storia: è stata desiderata, conquistata, rivendicata. Molti volevano appropriarsi del suo corpo, ma pochi sono riusciti a cambiare la sua anima. Proprio quest’anima si riconosce nella capacità di Fiume di sopravvivere diverse bandiere e di conservare l’abitudine dell’incontro. Per questo motivo, la missione della nostra Società non è soltanto quella di organizzare eventi, bensì di custodire uno spazio d’incontro, ricordare che la diplomazia culturale non è soltanto una decorazione dei rapporti ufficiali, ma un lavoro umano molto concreto: conoscere l’altro prima di giudicare, sentire la sua musica prima di affibbiargli un’intenzione, comprendere la sua storia prima di ridurla ai nostri pregiudizi”.

Un incessante scambio culturale
“Il concerto di stasera è una piccola lezione con un grande significato: forse per un momento sentiremo che Istanbul, Izmir, Venezia, Vienna e Fiume non sono state mai così distanti come oggi ci sembra perché la musica, l’arte e la conoscenza hanno viaggiato per secoli più liberamente della politica”, ha rilevato Ostojić, aggiungendo che le “civiltà non sono grandi quando si chiudono, ma quando possono incorporare l’influenza di altri senza perdere sé stesse. “Le grandi città non si misurano dal numero dei loro abitanti, ma dalla vastità delle memorie che esse sono capaci di contenere”, ha concluso il presidente della Società croato-turca di Fiume.
A nome dell’ambasciatrice turca Nurdan Erpulat Altuntas, ai presenti si è rivolto il capo missione Orhan Ayraç, il quale ha rilevato, in croato, italiano e inglese, che nel corso della storia la civiltà mediterranea è stata caratterizzata da una vivace interazione. “Persone, cibo, storie e musica hanno oltrepassato i confini. Fiume si trova al centro di questo scambio culturale”, ha sottolineato Ayraç, il quale ha quindi presentato l’ensemble Izmir Barok. A dare il benvenuto in veste di “padrone di casa” è stato anche il presidente della Comunità degli Italiani, Enea Dessardo. Presente al concerto pure il direttore del Centro culturale turco Yunus Emre di Zagabria, Fuat Korkmaz. A rappresentare la Regione litoraneo-montana è stata Ermina Duraj, mentre a nome della Città di Fiume, al concerto ha presenziato Vanja Zelčić.

Compositori europei e turchi
A salire sul podio è stato in seguito il valente ensemble Izmir Barok, fondato nel 2008, che si distingue per il fatto che è il primo in Turchia a esibirsi su strumenti barocchi e a eseguire la musica del periodo. L’esibizione del complesso, seguita con grande interesse da un folto pubblico, alternava brani di compositori turchi a quelli della tradizione europea, offrendo un interessante assaggio di due tradizioni musicali distinte che si sviluppavano contemporaneamente. Il concerto è stato inaugurato con un brano di Gazi Giray Han (1554-1607), “Mahur Peşrev”, seguito dall’aria “Folle è ben chi si crede” di Tarquinio Merula (1595-1665), che ha visto in veste di solista il soprano Linet Şaul. Ha fatto seguito la composizione “Sen oynadikça kademi Raksiyye Saç bagi takar saçma Raks(Mecmua-i Saz u Soz)” di Ali Ufki Bey (1610-1675), una musica emozionante che evoca atmosfere arcaiche, seguita dall’aria “I attempt from love’s sickness”, tratta dall’opera “The Indian Queen” di Henry Purcell (1659-1695). La serata è proseguita con “Nikriz Peşrev” di Ali Ufki Bey, alla quale hanno fatto seguito l’aria “Si dolce è’l tormento” di Claudio Monteverdi (1567-1643) e la Chaconne des Scaramouches di Jean-Baptiste Lully (1632-1687). L’esibizione dell’ensemble ha proseguito con “Rast Nakış Yürük Semai” e “Hem kamer hem zühre” di Acemlerin (XVI secolo), cantate dal percussionista Hüseyin Tuncel, con “Posta Turcica” della suite “Turcaria” di Johann Joseph Fux (1660-1741) e con un brano a sorpresa di Lully. La serata è volta al termine con l’aria “Se l’aura spira tutta vezzosa” di Girolamo Frescobaldi (1583-1643), “Uyan ey gözlerim gafletten uyan lrak ilahi (Mecmua-i Saz U Soz)” di Ali Ufki Bey e la gioiosa aria “Strike the viol”, tratta dall’Ode per il compleanno della regina Mary II “Come, ye sons of art, away”, di Henry Purcell.
Un lungo e forte applauso ha strappato un bis: un simpatico duetto turco eseguito dai solisti Linet Şaul e Hüseyin Tuncel.
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