Non parlava italiano da tanto tempo ma alla domanda sulla lingua con la quale preferisse essere intervistata, Louise Hémon non ha avuto dubbi. L’ex studentessa Erasmus al DAMS di Bologna è diventata grande e ha presentato il suo primo lungometraggio “L’engloutie” nella sezione parallela della Semaine de la Critique durante il Festival di Cannes 2025. Dal documentario sulla vita della grande oceanografa transalpina Anita Conti a un film di finzione sulle vicende di una coraggiosa insegnante repubblicana interpretata da Galatéa Bellugi, che in Italia è salita recentemente alla ribalta grazie a “Gloria!” di Margherita Vicario, la regista francese non manca occasione di dimostrare la sua innata voglia di dar voce alle emozioni e alle sfide delle donne che si mettono in gioco per un futuro migliore.
Lo scorso ottobre, al Festival “Archivio aperto” di Bologna, ha ricevuto il premio al miglior cortometraggio per “Voyage de documentation de Madame Anita Conti”: come mai si è interessata alla vita dell’oceanografa francese?
“Ho scoperto Anita Conti mentre facevo delle ricerche negli archivi di una cineteca in Bretagna. Ho trovato una serie di immagini d’epoca sulla vita dei marinai che mi sono entrate subito nel cuore. Mi ha infastidito che la prima donna oceanografa del mio Paese fosse stata dimenticata e allora ho provato a riportarla in vita. Non ho voluto aggiungere altro, ma ho girato il film soltanto con la documentazione che avevo a disposizione, cercando di riflettere il suo sguardo scientifico e, allo stesso tempo, poetico”.
Non nota delle somiglianze tra Anita Conti e Aimée, la protagonista del suo primo lungometraggio “L’engloutie”?
“Certo. La prima è un’esploratrice che si immerge in un ambiente naturale ostile. Era l’unica donna su una barca con più di 60 uomini che attraversava acque ghiacciate ai confini del Circolo polare artico. La seconda, dal canto suo, deve vedersela da sola contro tutti in pieno inverno e in alta montagna. Aimée, infatti, è un’insegnante politicizzata che giunge nel cuore delle Alte Alpi e deve imporsi dinanzi alle credenze di una piccola comunità chiusa e circondata da una natura dura e selvaggia”.
Non dev’essere stato facile effettuare le riprese in un villaggio completamente innevato sugli altipiani di una montagna remota: come mai ha scelto una location così complicata per il suo debutto sul grande schermo?
“Il ramo materno della mia famiglia è pieno di insegnanti. Sin da bambina mi è capitato di imbattermi nelle memorie scritte dei miei antenati che si recavano a insegnare nei paesini più lontani dove nessuno voleva andare. Così ho cercato di raccontare il mio immaginario adolescenziale con un tocco di realismo magico. Per quanto riguarda l’ambientazione temporale, invece, in Francia la scuola pubblica, obbligatoria e laica è nata nel 1882 e quindi mi è sembrato opportuno che la storia si svolgesse in quegli anni”.
Cosa vuole trasmettere al pubblico con questo film?
“Cerco di fare film che non trasmettano semplici messaggi ma che, soprattutto, invitino il pubblico a riflettere su personaggi femminili complessi. La cosa più importante, a mio avviso, è suscitare domande nello spettatore e per questo ho optato per un finale aperto. Aimée è un personaggio d’epoca, una donna che pensa, che ama la politica, che parte all’avventura. Spero che il pubblico sia curioso di seguirla e conoscerla meglio”.
Oltre a quello su Anita Conti ha fatto anche altri documentari, tra cui “L’homme le plus fort”: da dove nasce la sua passione per questo genere?
“Come tutti i registi alle prime armi, inizialmente non avevo risorse economiche per realizzare film più lunghi, ma non ce la facevo proprio a contenere la mia creatività. Così ho iniziato a girare documentari per soddisfazione personale e mi sono appassionata a questa forma artistica”.
La sua brillante carriera universitaria, che ha abbracciato sia il cinema che il teatro, si è svolta tra Lione e Parigi. Tuttavia, nel 2005 ha studiato in Erasmus al DAMS di Bologna: quanto quest’ultima esperienza ha contribuito alla sua formazione?
“È stato un anno molto bello e interessante perché ho scoperto il cinema underground di New York e approfondito il cinema italiano, al quale mi sono appassionata sempre di più. Un professore dal quale ho imparato tantissimo è stato Alfredo Leonardi, che aveva scritto un libro sul cinema d’avanguardia e sul cinema sperimentale statunitense. E poi ho fatto due tirocini”.
Dove?
“Il primo alla Cineteca, mentre il secondo durante le riprese di uno spettacolo che Giuseppe Bertolucci stava girando con l’attore Fabrizio Gifuni sulla base di alcuni testi di Pier Paolo Pasolini. In quell’occasione ho avuto la fortuna di ricevere preziosi insegnamenti da Bertolucci sul legame tra teatro e cinema”.
Cosa ha provato nel presentare “L’engloutie” a Cannes?
“È stata un’emozione grandissima dal momento che è il mio primo lungometraggio. Ma, soprattutto, è stato fantastico condividere questo momento con tutto il cast, che è composto prevalentemente da attori non professionisti”.
Come mai li ha scelti?
“Per gli abitanti del paese avevo bisogno di veri montanari che fossero originari delle Alte Alpi e parlassero il patois, il dialetto locale. Inoltre ci tengo a sottolineare che il cast completo è composto da soli 14 attori, di cui quattro italiani. Tra i non professionisti ci sono Marisa Ronchail, una signora anziana che risiede nei pressi di Torino, dove invece vive Léna Camillieri Dorléans, una bambina. Greta Saggiorato, un’altra bambina, abita in Francia ma è figlia di genitori italiani. La ciliegina sulla torta è, ovviamente, Galatéa Bellugi, che è di padre italiano e interpreta la protagonista Aimée”.
Visto che ormai è un’intenditrice del cinema italiano, quali sono i suoi film preferiti?
“Senza scomodare i grandi nomi del passato, negli ultimi anni ho apprezzato tanto ‘Lazzaro felice’ di Alice Rohrwacher e ‘L’albero degli zoccoli’ di Ermanno Olmi”.
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