L’altra sera la chiesa di San Giacomo di Abbazia ha accolto il concerto del musicista e musicologo greco Dimitris Kountouras, dedicato ai flauti storici e al loro repertorio, con Benjamin Pöhle al cembalo rosso. L’appuntamento rientrava nel cartellone estivo del Festival Kvarner e nel progetto europeo s-EEEmerging, iniziativa che promuove la musica antica e sostiene le nuove generazioni di interpreti. Prima dell’esecuzione è stato lo stesso Kountouras a presentare il concerto, spiegando che il programma avrebbe attraversato oltre mille anni di storia della musica, dal IX secolo fino al Novecento, attraverso numerosi flauti appartenenti a epoche e tradizioni differenti. L’intento era quello di evidenziare il legame fra ogni proposta e lo strumento per il quale era stata concepita, offrendo al pubblico l’opportunità di coglierne il colore sonoro originario. Per il musicista greco si trattava inoltre della prima esibizione in Croazia, al termine di una settimana di residenza artistica nell’ambito della rassegna. Fondatore e direttore artistico dell’ensemble “Ex Silentio”, l’artista affianca da anni l’attività concertistica alla ricerca musicologica. I suoi studi sulla musica del Mediterraneo, sui trovatori medievali e sulla produzione musicale dell’Impero Latino di Costantinopoli trovano una naturale espressione anche sul palcoscenico, dove ogni composizione prende forma attraverso un’interpretazione sorretta da un’approfondita ricerca filologica e da una raffinata sensibilità artistica.

L’abbraccio sonoro di San Giacomo
La chiesa di San Giacomo si è rivelata la cornice ideale per questo repertorio. Il riverbero naturale dell’edificio amplificava la morbidezza del suono degli antichi flauti, esaltandone le più sottili sfumature timbriche. La particolare acustica contribuiva a creare un’atmosfera raccolta e quasi mistica, nella quale ogni frase musicale si propagava lentamente fra le navate, avvolgendo i convenuti in un clima di profonda suggestione. Nel corso della serata Kountouras ha alternato strumenti appartenenti a epoche diverse, scegliendo per ogni composizione quello più vicino al contesto storico di riferimento, mettendo in luce le differenti qualità timbriche delle pagine medievali, rinascimentali, barocche e contemporanee e l’evoluzione del linguaggio musicale attraverso i secoli. Il programma si è aperto con “Petruslied” (Canto di San Pietro), inno anonimo tedesco del IX secolo, le cui linee melodiche essenziali evocavano le origini della musica sacra occidentale, dove la forza espressiva nasce dall’essenzialità della scrittura. È seguito “Inventor rutili” (Creatore della luce splendente), altro inno anonimo del XII secolo, contraddistinto da un andamento solenne che ha trovato particolare risalto nella straordinaria acustica della chiesa. Con “O frondens virga” (O ramo rigoglioso), antifona di Ildegarda di Bingen, si è dischiusa una dimensione spirituale ancora più profonda, mentre “Victimae paschali laudes” (Alla vittima pasquale si innalzino le lodi), sequenza di Wipo di Borgogna dell’XI secolo, ha assunto un tono più celebrativo, pur conservando quella compostezza che ha caratterizzato l’intera esecuzione.

Tradizione e ricerca interpretativa
Il repertorio profano ha trovato spazio con “Bele Doette” (Bella Doette), chanson anonima della tradizione trobadorica francese, la cui linea melodica ha evocato il mondo dei giullari, dei cantori e delle corti medievali attraverso un linguaggio musicale di grande fascino. “Agia Marina” (Santa Marina), canto proveniente da Cipro, ha richiamato invece le sonorità del Mediterraneo orientale, ambito al quale Dimitris Kountouras dedica da anni una parte significativa della propria attività di ricerca. Con “Planh” (Lamento), improvvisazione su una melodia del trovatore Raimbaut de Vaqueiras, il musicista greco ha offerto un’interpretazione di grande spessore espressivo, nella quale approfondimento musicologico e sensibilità artistica si sono fusi con naturalezza. Poco dopo “Nina” (Ninna nanna), brano della tradizione turca del XIX secolo, ha introdotto un clima più intimo, costruito attraverso un fraseggio leggerissimo e sonorità morbide. Il programma è proseguito con Guillaume de Machaut attraverso “Tels rit au main” (Tanto ride al mattino), lamento che mette in risalto tutta la raffinatezza della cifra stilistica del compositore francese. È seguito “I’ vo bene”, ballata di Gherardello da Firenze del XIV secolo, nella quale la cantabilità italiana si è distinta per naturale eleganza. Il “Virelai” (forma poetico-musicale medievale francese) di Machaut ha concluso questa sezione con ritmi più vivaci e un andamento ricco di varietà.
Un deciso cambiamento è arrivato con “Meditation” (Meditazione), composta nel 1975 dal giapponese Ryohei Hirose. Dopo secoli di linguaggio musicale fondato sulla linearità della melodia, il pubblico si è trovato di fronte a un universo sonoro completamente diverso. Kountouras ha esplorato tutte le possibilità espressive dello strumento, alternando emissioni d’aria, timbri più aspri, forti contrasti dinamici ed effetti sonori che sembravano nascere direttamente dal respiro. Anche questa composizione si inseriva pienamente nell’idea complessiva del programma, concepito per evidenziare le molteplici qualità timbriche dei flauti appartenenti alle diverse epoche storiche. L’esecuzione ha confermato la padronanza tecnica del musicista greco e la profonda conoscenza di un linguaggio musicale assai distante da quello delle composizioni proposte fino a quel momento.

La grazia della forma
Con il ritorno del Barocco è iniziata la seconda parte del concerto, nella quale Benjamin Pöhle è entrato in scena al cembalo rosso. “Pourquoi doux rossignol – L’autre jour ma Cloris” (Perché, dolce usignolo – L’altro giorno la mia Clori), tratto dalle “Airs et brunettes” (Arie e canti popolari francesi) di Jacques-Martin Hotteterre, ha posto in risalto la grazia e la raffinatezza della scrittura francese. La “Pavana in fa diesis minore” di Louis Couperin ha colpito per l’andamento misurato e la sobria eleganza, mentre Pöhle ha rivelato un suono ricco di sfumature e una notevole finezza di tocco. La “Sonata in do maggiore HWV 365” di Georg Friedrich Händel ha alternato episodi di lirismo contemplativo a passaggi di maggiore vivacità, lasciando emergere le differenti qualità espressive degli strumenti impiegati. In chiusura sono arrivati “Le sabotier – J’avais cru” (Lo zoccolaio – Avevo creduto), brano anonimo francese del XVIII secolo, e “L’inconnu” (Lo sconosciuto), tema con variazioni su un minuetto di Michel Blavet nell’arrangiamento dello stesso Kountouras. Gli applausi hanno richiamato sul palco i due musicisti, che hanno concesso un bis tratto da una Sonata in re minore di Händel, accolto con altrettanto entusiasmo dal pubblico.
Al termine della serata Dimitris Kountouras ha espresso il proprio entusiasmo per questa prima esperienza ad Abbazia e in Croazia, sottolineando il fascino di una città nella quale convivono armoniosamente l’eredità austro-ungarica e quella italiana. Ha inoltre ribadito il valore del Festival Kvarner e del progetto s-EEEmerging, che offrono ai giovani professionisti della musica antica concrete opportunità di crescita attraverso concerti, attività formative e il confronto con musicisti di esperienza. Una filosofia che si rifletteva anche nel concerto appena concluso, dove ricerca storica, attenzione alle fonti e qualità interpretativa hanno trovato una sintesi pienamente convincente. Ieri, i Giardini americani hanno accolto un formato inedito, “I momenti della giornata”, quattro brevi concerti in cui i “Sibil.la” hanno accompagnato con musiche medievali l’alternarsi delle luci sul golfo del Quarnero. La settimana si chiuderà domani, alle 20.30, con il concerto conclusivo della formazione, seguito dal brindisi.
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