Un Colosseo senza leoni

Una volta ritrovata la normalità gli scenari visti nella finzione faranno da sfondo spettacolare per rispecchiarci nel presente e affinare le nostre vie d’uscita

L’illustrazione di Andrea Tich realizzata in esclusiva per La Voce

Ho fatto un sogno: una discarica d’immondizia che si estende senza confini, illuminata da un sole accecante. Eccomi sulla sommità di una collina intento a scavare a mani nude tra i rifiuti. Estraggo i resti di una tecnologia ormai passata, un disco rigido di computer ancora collegato a un cavo reciso. Lo osservo per un momento e poi lo mostro con fierezza, come fosse un trofeo di caccia, portandolo all’altezza del viso. Sarebbe anche il momento giusto per iniziare un monologo, ma gli odori nauseabondi m’impediscono di emettere suoni. Cosa potrei recitare? Davanti a me non ho il cranio del buffone Yorick e non ho più alcuna memoria dell’“essere o non essere” di Shakespeare, che potrebbero far colpo sui miei spettatori anonimi. Tutte le parole che avevo sono rimaste sepolte dentro quella scatola di byte che tengo tra le mani e adesso, senza corrente e senza uno schermo per visualizzarle, saranno dimenticate. La situazione potrebbe diventare pericolosa perché se annoiassi troppo gli spettatori “del mondo di sopra”, protetti nei loro grattacieli bunker, potrei subire una pena severa e persino vedermi cancellare lo status di attore e gli avanzi della mia esistenza. Infatti, basterebbe un loro “click”, deciso da remoto di comune accordo, e il mio microchip sottocutaneo di riconoscimento verrebbe bruciato per sempre con tutti i miei dati personali.

 

I miei colleghi attori restano in attesa della prossima mossa, ma rimango muto e senza nulla da comunicare. In mio soccorso interviene il capocomico della compagnia. Seduto sopra la carcassa di una lavatrice prova a urlarmi qualche indicazione avvolto nel suo cappotto di pelli e stracci. Preso da uno slancio di inquietudine artistica, con l’indice alzato, avanza verso di me. La sua intraprendenza deve aver smosso qualcosa più in basso, come un rigurgito nello stomaco di quel mostro d’immondizia. Prima un rumore sordo, poi una voragine di rifiuti si apre proprio sotto ai suoi piedi ingoiandolo senza nemmeno dargli il tempo di chiedere aiuto. È già un ricordo dentro a un incubo: lo vedo inabissarsi con la mano alzata, in segno di comando, tra plastiche, rottami e monitor sfasciati… I colleghi attori dopo qualche secondo di indecisione intuiscono che non c’è più tempo, bisogna riconquistare l’attenzione del pubblico con un’azione scenica improvvisata. Gli spettatori “del mondo di sopra”, comodamente seduti sui loro soffici divani, hanno la possibilità di emettere un verdetto sfavorevole in pochi secondi; la parola “fine” alle nostre misere esistenze di individui e attori.

Alcuni di noi iniziano a improvvisare una sorta di sgraziata danza tra i rottami, anche rischiando di slogarsi le caviglie inciampando dentro grandi copertoni da trattore. Altri tentano un accompagnamento musicale con una piccola orchestra fatta di strumenti assemblati dall’immondizia. C’è pure chi si prende a bottigliate fino a sanguinare, forse approfittando del personaggio per sistemare antiche diatribe personali. Pure il cane del capocomico si mette ululare impegnandosi a rovistare tra i rifiuti nell’inutile ricerca del suo padrone. Non serve proseguire oltre in questa misera e sgangherata rappresentazione perché l’esibizione viene interrotta dagli spettatori del “mondo di sopra”. Così, in un baleno, le loro estensioni della vista, i “droni telecamera” che fino a quel momento si tenevano a distanza, si materializzano attorno a questa specie di compagnia teatrale. Prima ci avvisa una sirena interrompendoci col suo suono assordante e poi una voce gentile emessa da un altoparlante, posto sul drone, ci avverte che a quelli del “mondo di sopra” ora interessa passare ad altri intrattenimenti. Con sorpresa della compagnia il verdetto è positivo e ci viene assegnato un indice di gradimento alto, che consentirà a noi artisti di continuare a sopravvivere tra le compagnie erranti e tenerci la nostra identità e anche il nostro status di attori. Forse la scomparsa del capocomico tra i rifiuti ha reso spettacolare la nostra giornata di lavoro, in questa discarica simile a un Colosseo senza leoni perché estinti. Ripagati del nostro lavoro con il lancio da un drone di un pacco viveri, contenente cibo processato e acqua filtrata, ci preoccupiamo di eleggere il nuovo capocomico. Il nostro viaggio di sopravvivenza può continuare, per dirigerci sulla prossima arena puzzolente nel “mondo di sotto”.
La realtà e la fantascienza
Con sogni di questo tipo qualcuno prende il telefono per chiamare un ottimo segugio della mente o si fa accompagnare nel sonno con delle gocce che favoriscono l’oblio. Per me, invece, è un’occasione per ripescare alcuni luoghi comuni e stereotipi di una fantascienza apocalittica che mette su carta e pellicola avvenimenti politici, ambientali, economici e tecnologici futuri negativi. Distopie di mondi che messi a confronto con la realtà che viviamo, dopo un anno di pandemia, non sono così distanti viste le paure che stiamo provando. In Croazia, a Fiume la convivenza col virus è sempre stata più gestibile e gli effetti al momento più nascosti o solo meno percepiti. Tuttavia in gran parte dell’Europa e in Italia a un anno dalla pandemia la realtà corre dietro alla fantascienza. Al momento, nel mondo occidentale, solo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e Israele stanno vedendo la via d’uscita, ma più in generale le economie sono stremate, con un liberalismo che ho mostrato tutti i suoi limiti, la cultura messa come ultima delle priorità nelle agende della politica, gli speculatori che ne approfittano e si arricchiscono senza controllo. Nelle democrazie occidentali la soluzione resta ancora la proposta del distanziamento sociale in attesa di una distribuzione di massa del discusso vaccino.

L’agenda dell’apocalisse
All’inizio della pandemia che anche andare al ristorante o al bar sembrava una potenziale condanna a morte. Si poteva dire che la percezione e l’emotività delle persone non consideravano bene i numeri sulla mortalità, ma adesso è chiaro come il pericolo maggiore sia da ritenersi per le persone più fragili. Oggi, per tante persone, l’emozione si è trasformata in un sentimento e per la prima volta nella mia vita avverto il peso di vivere con libertà limitate, provando un inquietante senso di irrealtà. Gli spostamenti sono proibiti o condizionati con l’esibizione di diversi documenti. Le chiusure forzate di alcuni settori e il lavoro da remoto hanno reso le abitazioni più che un luogo di relax dopo il lavoro, un luogo fonte di ansie e di difficile gestione; in particolare per chi ha figli in didattica a distanza. Tanti problemi si sono solo accentuati, mentre altri sono nuovi. La crisi domina ogni momento della veglia. Scorrono davanti ai nostri occhi fiumi di notizie, tra cui quelle “alternative” e spesso false dei social media e quelle, purtroppo vere, sulla perdita in massa del lavoro. Altri problemi presenteranno il conto molto presto.
La nuova norma
Non siamo nei mondi bizzarri e avvincenti dello scrittore di fantascienza Fhilip Dick, ma la sofferenza è palpabile e i segnali di un cambiamento climatico sono molto evidenti. Da segnalare a proposito due documentari proposti sulla piattaforma Netflix: “Una vita sul nostro pianeta” del grande divulgatore scientifico Attenbourough e il discreto documentario sui social media e l’informazione “The social dilemma” di Orlowski, che sconsiglio di vedere nella stessa giornata per evitare di passare una notte insonne. Nemmeno serve avere gli alieni in casa e i robot che schiavizzano gli uomini come in Matrix o i replicanti di Blade Runner anche se i robot senza testa sono già una realtà nei parchi di Singapore, per garantire il distanziamento sociale come pure sono realtà gli esoscheletri presto in dotazione ai soldati americani nel trasporto di carichi pesanti; neppure occorrono le scimmie super intelligenti che si rivoltano contro gli umani, accontentandoci per il momento dei cyber maiali di Elon Musk. Persino la spaventosa super colla di “Lego Movies”, che attacca per sempre ogni oggetto, compresi i protagonisti della storia resta una simpatica metafora di un mondo che è in difficoltà. Questa che stiamo vivendo ha i tratti di una distopia con meno effetti speciali hollywoodiani, ma molto più subdola, dal momento che la stiamo ancora attraversando. È diventata ormai la nuova norma e si chiama Covid-19.

Come cambiano i consumi
Nonostante questo perché il consumo di fantascienza apocalittica aumenta? Non è percezione soggettiva la mia; conferme in tal senso arrivano da diverse ricerche incentrate sugli acquisti e sui “clik” sulle piattaforme online di consumo e vendita di film, libri e videogiochi, ma anche dal ritorno in auge di titoli datati come “V per vendetta” (2006), del regista James McTeigue che descrive un mondo in guerra e una pandemia che devasta l’Europa, e “Contagion” di S. Soderbergh (2011), che tratta proprio di un virus che compie un “salto di specie” da un pipistrello a un maiale e infine a un paziente zero, un cuoco. La fantascienza è interessante non tanto in quanto predittiva di certe scoperte, ma in quanto mostra le nostre incertezze più nascoste e disegna personaggi unici e inossidabili in cui ci si può riconoscere. Penso alle mie letture dell’adolescenza: ai classici della collezione Urania o ai racconti di Jules Verne. Il sottomarino di “Ventimila leghe sotto i mari” col magnifico capitano Nemo o il “Viaggio sulla luna” mi impressionavano meno rispetto a quegli elementi di sogno e di poesia presenti nelle sue storie e di riflessioni sul futuro. Era eccitante, allora come adesso, mettere alla prova i protagonisti fino alla morte per vederne il viaggio di salvezza e il cambiamento esteriore e interiore. Non erano super eroi, ma persone come me, con le stesse preoccupazioni di amicizia, perdita, amore e scoperte sull’altro sesso. Non si trattava tanto di trovare una consolazione in chi, nella finzione, stava peggio di me quanto di cercare racconti capaci di ammonire o avvertire sui cambiamenti politici, economico, sociali… Che cosa penseremo? Come ci comporteremo? Come potrò affrontare le avversità e dunque come posso oggi preparare pensieri e comportamenti futuri? Guardando la celebre serie “Black Mirror”, attraverso il coinvolgimento delle storie più interessanti, sono diventato più consapevole del lato oscuro del mondo tecnologico, su come sarebbe la mia vita se plasmata da quegli eventi, quelle strutture sociali, politiche e tecnologiche.

Potere alle persone
Dalla contemplazione solitaria potrei passare all’azione e se fossimo in molti a un’azione di trasformazione sociale. Alcuni esempi? La serie cinematografica “Hunger Games” ha ispirato i giovani fan a farsi coinvolgere in campagne di giustizia sociale con migliaia di sostenitori del sud-est asiatico pro democrazia, mentre “Il racconto dell’Ancella” ha ispirato le attiviste di tutto il mondo, Italia e Croazia comprese, a vestire tuniche rosse e cuffie bianche contro le restrizioni dei conservatori alle libertà riproduttive.
Il videogame Plague inc.
Anche sul fronte dei videogame, tra i tanti apocalittici da segnalare Plague inc. il videogioco “virale” presente sul mercato dal 2012, ma esploso nel 2020, creato con il supporto di esperti di sanità di tutto il mondo, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e scaricato da più di 100 milioni di persone. Il gioco consiste nello sfruttare alcune abilità strategiche per causare una pandemia e decimare la popolazione mondiale. Lo sviluppatore britannico “Ndemic Creation” ha rilasciato un’intervista di cui riporto qualche riga: “Ogni volta che c’è un nuovo focolaio di Covid-19 nel mondo si assiste a un aumento di giocatori. Suppongo che le persone tentino di scoprire attraverso il gioco come si diffondono le malattie e quanta complessità ci sia nelle epidemie virali”. In maniera strategica nel tempo si può agire su tre grandi variabili: tipologia di trasmissione del virus, ad esempio per via animale o aerea; tipi di sintomi, organi colpiti e conseguenze provocate dalla malattia; e abilità specifiche del virus, ad esempio resistenza al calore piuttosto che ai farmaci. Le scelte del giocatore sono le contromosse alle decisioni compiute dagli scienziati per la cura, gestite dall’algoritmo del software, ma anche la logistica e la velocità di diffusione nei Paesi colpiti. Interessante notare come la società abbia deciso di aggiungere e provare un secondo approccio, aggiungendo alla modalità di gioco principale anche la modalità che consente di “salvare il mondo” dall’epidemia. Questa versione del 2020 dispone di un monitor controllo che consente di verificare lo status della malattia e di trovare la cura potenziando i sistemi sanitari, gestendo le società attraverso il triage, la quarantena, il distanziamento sociale e la chiusura dei servizi pubblici. A gennaio dell’anno scorso Plague inc. è stata l’app più venduta in Cina, ma nel mese di marzo il gioco era stato rimosso dall’“app store”. L’autorità di regolamentazione cinese aveva accusato la società di diffondere “contenuti illegali in Cina”.

La convivenza col virus
Nella realtà questa pandemia ci ha fatto capire che è necessario compiere alcuni gesti più spesso e dargli anche una certa importanza, come lavarsi le mani o usare le mascherine, il che potrà tornarci utile anche in caso di comuni influenze e che forse resterà presente nei luoghi affollati. D’altra parte abbiamo cominciato ad apprezzare di più l’importanza dell’aria fresca e pulita all’aperto e della ventilazione degli spazi chiusi. Abbiamo pure capito anche che alcuni lavori d’ufficio si possono svolgere con soddisfazione da casa, risparmiando tempo e carburante. Anche il teatro in certi luoghi dell’Europa e degli Stati Uniti ha metabolizzato una spinta al cambiamento, senza continuare ostinatamente come se niente fosse, ma studiando e integrando le nuove tecnologie per la creazione di nuove forme e nuovi linguaggi teatrali. Ma forse la nostra attenzione è andata di più sulle cose che non vorremo e delle quali potremo assolutamente fare a meno. Nonostante la dipendenza dagli schermi e dagli smartphone, non vorremo più un mondo e una vita di Google Team, Zoom-Pasqua, Zoom-Natale, Zoom-compleanni, Zoom-aperitivi, video-spettacoli e letture consumate negli schermi; una vita appiattita e dominata dalle connessioni difettose e dagli sguardi malinconici. È nato un fastidio palpabile per la realtà a pixel, fotocopia di una vita svuotata della bellezza che invece dovrebbe avere. Voglio ricordare l’anno perso per tanti bambini e ragazzi delle scuole. Quello che è emerso è stata la disuguaglianza di coloro che potevano avere connessione e tablet funzionanti e lezioni private a scapito di quelli che vivono in famiglie caotiche e a basso reddito. Ma per tutti gli studenti con famiglie ricche o povere, la perdita della socialità, dei legami d’amicizia e con il proprio l’insegnante, non saranno mai rimpiazzati dalla didattica a distanza.

Cercare una via d’uscita
Per tornare alla finzione, i personaggi della fantascienza a differenza delle persone nella realtà conducono vite terribili segnate da ogni tipo di potenti forze in cui la violenza, l’oppressione, la tecnologia, la malattia lasciano segni indelebili. Nonostante tutto le loro vite sono significative per i valori legati alla vita, al senso di comunità che portano. Dai film meno impegnati, come “Terminator” a quelli più raffinati come “Blade Runner” o “V per Vendetta”, i racconti sono degli avvertimenti. Un monito a quello che potrebbe accadere se facessimo finta che l’unica cosa giusta sarebbe tenere dei comportamenti che mantenessero lo status quo. Dopo la pandemia e dopo la vaccinazione, torneremo alle nostre sane e vecchie abitudini, stanchi dei nostri dispositivi, e ci chiederemo: quale società ci piacerebbe emerga da tutto questo? La catastrofe vista nella finzione farà solo da sfondo spettacolare, per rispecchiarci nel presente e affinare le nostre vie d’uscita.

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