Ci sono sere in cui il paesaggio sembra voler dialogare con le storie custodite tra le pagine di un libro. Mentre fuori la bora sventolava tra le strade di Umago, quasi a voler rivendicare la sua presenza millenaria, all’interno della Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” si respirava un’aria diversa: quella di un ritorno a casa, fatto di parole, ricordi e visioni. In una sala stracolma, dove il brusio dell’attesa si mescolava al calore degli abbracci, è stato presentato “Il vento di Paolia”, l’opera di Emiliano Fabac che attraversa il tempo per farsi testimonianza.
Ad accogliere il folto pubblico è stata la presidente del sodalizio, Floriana Bassanese Radin, che con un benvenuto carico di emozione ha subito colto l’essenza della serata. “È una simpatica e bizzarra coincidenza – ha osservato con un sorriso – che proprio mentre ci riuniamo per parlare di questo romanzo, l’Istria sia sferzata dalla nostra bora che negli ultimi anni si fa spesso attendere”.
Richiamando il titolo del libro, la presidente ha offerto una riflessione profonda sul legame indissolubile che stringe l’istriano alla sua terra: un sentimento che non è mai semplice nostalgia, ma un “elemento forte e complesso”, una radice che affonda nel calcare delle sue pietre carsiche e resiste a ogni tempesta. Lo dimostra lo stesso titolo dell’opera, “Il vento di Paolia”, in cui l’autore ha voluto tornare alla sua casa materna, custode della sua infanzia e della sua prima giovinezza, sospesa tra il verde della vegetazione e l’azzurro del mare. Ed è proprio da Paolia, paesello nei pressi di Cittanova, che parte il racconto di Fabac: un racconto fatto di ricordi, riflessioni e segreti che intrecciano l’Istria a geografie lontane.

La «Micro rivoluzione gentile»
L’evento non è stato solo un tributo al passato, ma anche uno sguardo teso verso il futuro dell’editoria. L’editore Marco Marchese ha illustrato il progetto innovativo targato Officine Editoriali da Cleto: la “Micro rivoluzione gentile”.
Si tratta di una sfida che punta a rendere il libro un oggetto vivo e accessibile: chi acquista il volume cartaceo può infatti fruirne su smartphone in ben 50 lingue diverse oppure ascoltarlo in formato audiolibro. Una tecnologia che non sostituisce la carta, ma la protegge e la diffonde, permettendo alla voce dell’autore di superare ogni barriera linguistica.
Prima di entrare nel vivo del racconto, Riccardo Cristiano, addetto stampa della casa editrice, ha tracciato la rotta di questo progetto editoriale de “Il vento di Paolia”. Un percorso che ha unito idealmente i due mari, partendo dalla Calabria per risalire fino alla Croazia, unendo mondi ed esperienze diverse. “Non pensavamo che saremmo arrivati così lontani: essere qui significa vedere con i propri occhi i paesaggi descritti all’interno dell’opera che finora avevamo solo immaginato, grazie alla potenza della parola scritta”, ha ribadito Cristiano.

L’intervista: l’uomo dietro le pagine
Il cuore pulsante dell’incontro è stata l’intervista condotta da Rita Giura, considerata la madrina del libro, che ha saputo guidare Emiliano Fabac in un viaggio a ritroso nel tempo. L’autore ha svelato come il libro sia rimasto nel cassetto per cinquant’anni, nato originariamente come un diario in lingua croata che custodiva gli appunti di una vita intera: dal villaggio di Paolia, nei pressi di Cittanova, durante l’infanzia del secondo dopoguerra, fino a una vita in giro per il mondo fatta di occasioni, cadute e rinascite.
“Il vento può fare bene o male, è un elemento che accompagna l’uomo”, ha spiegato Fabac con la saggezza di chi ha visto molto. Il suo è un racconto onesto, privo di faziosità: “Non mi sono mai schierato, ho solo descritto ciò che vedevo. Nella mia mente facevo un confronto tra ciò che ho lasciato in Istria quando sono partito e ciò che ho trovato al mio arrivo in Romania, per certi versi ancora più povera della nostra penisola negli anni ‘50. Riflettevo sui giovani, sulla miseria che avevo lasciato e che ritrovavo”, ha sottolineato, ricordando come ogni errore sia stato un gradino necessario per la propria crescita interiore.

“Senza svelare il contenuto del libro, nel romanzo emergono alcune tematiche predominanti e figure emblematiche, come quella dello zio Bepi. Qual è il messaggio che può contenere questo romanzo?” Con questa domanda Rita Giura ha concluso la sua intervista allo scrittore. “Zio Bepi è una figura che ha segnato profondamente la mia formazione: è stato una persona che mi ha ascoltato quando le altre, per mille motivi, non l’hanno fatto – ha commentato Fabac –. Nella mia vita ho creduto in ciò che ho fatto e lo rifarei: ogni errore è servito a farmi crescere”.
La serata si è chiusa con un monito che è risuonato come un soffio di speranza per tutti i presenti: “Bisogna osare: se non ti muovi, si muove tutto ciò che ti circonda e ti stritola”. Un invito a non restare immobili, proprio come quel vento di Paolia che continua a soffiare, portando con sé il profumo della memoria e della libertà.

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