«Tutto ciò che è buono» sorprende e affascina

La Needcompany costringe il pubblico fiumano ad aprirsi all’Europa e alla contemporaneità in uno spettacolo che presenta storie accadute realmente, intercalando episodi di vita quotidiana con ragionamenti profondi su temi esistenziali

L’autore dello spettacolo, Jan Lauwers, con il suo Alter ego

Non sono state troppo positive le critiche sul Needcompany Festival, presentato a Fiume dall’omonima compagnia fiamminga inaugurato il 29 febbraio scorso con un singolare concerto e con una mostra di 18 video, che molti hanno giudicato incomprensibili. E sulla scia di questa sensazione ha avuto luogo pure lo spettacolo del fondatore della Needcompany, Jan Lauwers, intitolato “All the good” (Tutto ciò che è buono).
Il pubblico che forse è abituato a recarsi a teatro nelle ore serali per godersi uno spettacolo dalla trama già nota e trascorrere qualche ora in tranquillità, lasciandosi trastullare da musica o poesia, questa volta è stato preso alla sprovvista. “Tutto ciò che è buono” si apre con un semplice dialogo con il pubblico. L’autore si è rivolto ai presenti spiegando come sono nate le idee per lo spettacolo e presentando uno per uno tutti i personaggi in un lungo prologo. Le storie raccontate hanno preso spunto da fatti accaduti a persone vere, incontrate recentemente, come ad esempio il soldato israeliano che ha fatto la guerra e ha ucciso 11 persone in Libano (“ma non sono un assassino! Uccidere in guerra è diverso” si giustifica lui).
Lo spettacolo racconta 24 ore della vita della famiglia di Lauwers, ma l’autore dice subito che tutto ciò che avviene sulla scena è soltanto l’illusione del Teatro. La bellezza dell’apertura di questo singolare spettacolo è racchiusa nella naturalezza dei dialoghi, che se non fosse per i sottotitoli (essenziali, in quanto ogni personaggio parla una lingua diversa) si potrebbero credere improvvisati. È un vero dialogo, non una recitazione declamatoria e un po’ affettata, alla quale ci ha abituati il teatro classico.
Il ruolo dell’artista
“Tutto ciò che è buono” ci fa entrare nella mente dell’artista, intercalando episodi di vita quotidiana con ragionamenti profondi su temi esistenziali oppure legati al ruolo dell’arte e al complesso equilibrio tra arte e mondo. L’arte dovrebbe influenzare il mondo, ma spesso avviene il contrario.
Mentre l’alter ego di Lauwers parla del ruolo dell’artista, sua moglie mostra l’immagine di un quadro di Rogier van der Weyden (“La discesa dalla croce”) in cui pare che il pittore abbia eseguito un autoritratto inserendolo tra i personaggi che reggono il Cristo crocifisso. “Il vero ruolo dell’artista è rendersi insignificante – questo il messaggio – perché l’incapacità di rendersi insignificanti è l’inizio del terrore”.
Le sfide della società moderna
È difficile “raccontare” lo spettacolo della compagnia fiamminga, in quanto la trama non è lineare e dalle prime battute richiede tanta concentrazione e flessibilità mentale. È diviso in tre parti, con una quarta che fa da epilogo e che si conclude con la lettura dell’ultima pagina del romanzo dell’autore. Potrebbe sembrare ostico il continuo “saltare da palo in frasca”, i cambiamenti di scenario dall’ambiente familiare alla guerra in Palestina, alla Cina. Per lo spettatore abituato alla staticità delle scene classiche, seguire un quadretto familiare per venire catapultato dopo pochi secondi nel bel mezzo di un bombardamento, può causare disorientamento e ansia. Se si va oltre lo shock iniziale dei suoni rimbombanti e si pensa che la guerra per molta gente è una realtà quotidiana – come lo è per noi prendere il caffè la mattina –, il messaggio dell’artista arriva a destinazione.
L’arte non può scioccare
Un altro elemento che ha colto impreparato il pubblico fiumano, ma che si poteva presagire dalla mostra, è quello della nudità integrale del soldato Elik e della ragazza Romy, i quali si incontrano in Cina e trascorrono una notte di passione. Il nudo dei due attori è rappresentato in maniera naturale e per niente volgare, anche se in tanti lo possono considerare troppo spinto. E dopo i primi momenti di sorpresa, ci si abitua a vedere due persone nude nella loro spontaneità, quasi un ritorno all’infanzia e all’innocenza, in una società priva di tabù e falsi moralismi. Lo dicono pure gli attori: “L’arte non può scioccare, può farlo solo il mondo” e ciò che vediamo sulla scena siamo noi stessi, senza vestiti; quindi anche lo shock è superfluo e Lauwers ce lo dice apertamente: “Quando un uomo si guarda allo specchio vede solo un uomo”. A ribadire questo concetto, alla fine dello spettacolo tutti gli attori si presentano sulla scena in calzamaglia, per mostrare i contorni dei propri corpi, con tutte le imperfezioni che li rendono unici. Si tratta di “timeless sculptures” (sculture senza tempo), come sottolinea l’autore.

Tra il numeroso pubblico pure Ivan Šarar e Marin Blažević

Cadono tutte le maschere
Lo spettacolo si conclude con una corsa sfrenata degli attori attorno alla scultura in vetro realizzata da Lauwers. In questo rincorrersi a vicenda, i personaggi trasportano man mano oggetti d’uso quotidiano, a simboleggiare la condizione umana e il desiderio di possedere oggetti materiali che ci impacciano nella vita, di anno in anno ci ostacolano e ci ancorano a un luogo fisso. Lauwer legge l’ultima pagina del suo romanzo “Solitude of killing” (La solitudine dell’uccisione) e conclude: “Tutto ciò che ci assilla quotidianamente è insignificante. Nel momento della morte non hanno peso né la nostra identità, né la nostra origine”.
Attualità in tutti i sensi
I temi trattati sono innumerevoli e importanti: l’attivismo e la violenza, il femminismo, la contemporaneità dei dipinti classici, il caos della vita visto nel dipinto “Guernica” di Picasso, il rifiuto dei canoni di bellezza imposti dalla società moderna, l’accettazione delle minoranze sessuali e di genere, la violenza domestica, l’adulterio, la solitudine degli artisti e non ultima la domanda se l’arte possa essere remunerativa.
Qualsiasi immagine o video non rendono l’idea dello spettacolo e sono l’estrapolazione di un frammento da un contesto estremamente complesso, motivo per cui la compagnia ha vietato la diffusione di materiale. Guardare qualche secondo di video è come prendere il tassello da un mosaico e commentarne il valore estetico. Quello che viene presentato come un segmento di 24 ore della vita di una famiglia è la metafora della vita stessa, in tutta la sua complessità, e sarebbe riduttivo soffermarsi sono su uno dei tanti segmenti.
In conclusione, “All the good” è uno spettacolo dall’indubbio valore artistico, che è piombato nella nostra città portando un’ondata di freschezza direttamente dal cuore dell’Europa. Forse per qualcuno è stato indigesto, ma le domande che ci dobbiamo porre e alle quali non ci sono risposte preconfezionate sono: “È colpa della compagnia perché è troppo provocante o è colpa nostra che non siamo al passo con i tempi e consideriamo il teatro una forma d’arte elevata, esclusiva e lontana dalla vita? E se non siamo all’altezza della produzione europea, la soluzione è accoccolarci nel nostro torpore di cittadina periferica o affrontare di petto le nostre debolezze?”

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