Traghettatori di luce nel segno della metamorfosi

Alla Galleria Garbas di Fiume espongono Ksenija e Anton Tony Ambrozich, uniti non solo nella vita, ma anche in una medesima tensione poetica

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Traghettatori di luce nel segno della metamorfosi
Ksenija e Anton nel giorno dell’inaugurazione della mostra. Foto: Goran Žiković

Incuriositi dalla potente scultura metallica che richiama il fascino arcaico e selvatico degli scampanatori, i celebri “zvončari”, abbiamo varcato la soglia della storica Galleria di Casa Garbas, che in questi giorni ospita l’allestimento della mostra “Tragom svjetlosti” (Sulle tracce della luce), visitabile fino al 10 agosto. Qui, Ksenija e Anton Tony Ambrozich, uniti non solo nella vita, ma anche in una medesima tensione poetica, danno forma a un dialogo visivo e spirituale nutrito dalla metamorfosi e dalla luce, due elementi che si rivelano sostanze dell’opera stessa. Le loro creazioni, seppur distanti nella tecnica e nella forma, convergono in una riflessione implicita e silenziosa sulla transitorietà del mondo sensibile, sul valore del rigenerare attraverso l’immaginazione, sulla possibilità di ridonare significato e dignità a ciò che sembra esaurito, dimenticato, abbandonato.

Un equilibrio che solleva
L’armonia che l’esposizione raggiunge tra forza e delicatezza, tra ruvidità e fluidità, esprime una complementarietà autentica. Le sculture di Anton Tony Ambrozich, forgiate con materiali recuperati da un passato industriale dismesso tradotto in ferri arrugginiti, caldaie obsolete, carcasse meccaniche, si pongono in dialettica con le pitture ad encausto di Ksenija, realizzate con cera e pigmenti attraverso una tecnica antichissima, dove ogni intervento è frutto di ascolto attento e riflessione profonda. Lui, con la potenza del fuoco e del metallo, crea presenze che emergono da un fondale oscuro come icone di un tempo perduto; lei, con la pazienza del calore e della luce, rivela superfici interiori, paesaggi della mente e dello spirito. Nel chiedere alla vulcanica artista zagabrese cosa significhi per lei “seguire le tracce della luce”, ci ha risposto che “significa inseguire ciò che trasforma e disvela, ciò che eleva”.
E osservando le opere da molteplici angolature, si coglie come ciascun lavoro proponga un’esperienza contemplativa non lineare, invitando lo sguardo a muoversi tra livelli percettivi diversi, in un continuo oscillare tra ciò che si mostra e ciò che resta velato.

Figure dell’emersione
Il percorso espositivo si apre con le creazioni scultoree di Anton, manifestazioni intense di una poetica del riscatto. Da oltre trent’anni l’artista raccoglie ciò che l’uomo ha rifiutato e con saldatrici, mole e intuizione li rianima in nuove forme, che diventano creature marine, figure simboliche, architetture di un immaginario profondo. Pesci, cefalopodi, crostacei, cavallucci marini, in quest’occasione affiancati da un impavido subacqueo, emergono da basamenti di metallo lavorato, come prolungamenti delle stesse forme, sottolineandone l’individualità e la forza evocativa. Queste presenze sembrano affiorare da un abisso non solo oceanico, ma psichico. Sono simboli del rimosso, dell’ombra, di ciò che è stato espulso dal campo della visibilità, e che l’artista, con un atto che rasenta il rito, riporta alla superficie.
La sua è un’opera di riconciliazione tra passato e presente, tra rifiuto e significato, tra degrado e bellezza. Una dichiarazione di poetica ecologica, che va ben oltre l’estetica del riciclo. Si tratta di un atto conoscitivo, quasi meditativo, con il quale vuole affermare che l’essere può splendere anche nella sua forma più corrotta, che ciò che è stato “scartato” conserva ancora un potenziale di rivelazione.
Accanto a queste forme animali, Ambrozich plasma simboli della città di Fiume quali la Cattedrale di San Vito, il Castello di Tersatto, l’aquila fiumana, l’orologio cittadino. Ma anche questi, sotto la sua mano, si presentano come apparizioni, reliquie di un tempo altro, monumenti che respirano come fossili post-industriali. La monografia dedicata al suo lavoro, che sfogliamo insieme a Ksenija, porta il titolo emblematico “Dalle profondità alle altezze”. E in questa ascensione simbolica si coglie la coerenza poetica dell’intero progetto, orientato verso una soglia superiore dell’essere, dove la materia si eleva nello sguardo che trascende il visibile.

Il cavalluccio marino.
Foto: Ornella Sciucca

Superfici interiori
In risonanza con la tridimensionalità aspra delle sculture, le opere pittoriche di Ksenija Ambrozich offrono un contrappunto meditativo, sottile, quasi silenzioso. La tecnica utilizzata, quella dell’encausto, risale all’antico Egitto: pigmenti sciolti in cera calda e applicati con ferri e spatole su tavola. Un processo che impone lentezza, pazienza, abbandono, dove il controllo convive con l’imprevisto. Ogni superficie pittorica si configura così come campo di tensione tra gesto e attesa, tra densità e trasparenza. Il Mediterraneo che si riflette in queste opere assume il senso di una dimensione archetipica, un mare che abita la memoria più profonda e suggerisce vele, campi assolati, casite in pietra, ulivi antichi, e insieme un moto dell’anima, un senso di appartenenza a una luce interiore. Ogni quadro è una finestra aperta su uno stato di coscienza, dove il pensiero visivo affiora per successive trasparenze e rifrazioni. La stessa artista definisce i suoi lavori “specchi dell’anima”. E in effetti queste superfici offrono una sosta contemplativa, uno spazio in cui l’occhio si perde e si ritrova, seguendo le variazioni della luce, le modulazioni cromatiche, le risonanze interiori.

Luce come principio rivelatore
Ciò che conferisce unità profonda alla mostra è l’elemento luminoso, inteso come concetto generativo. Rivela la materia, attraversa la cera, ne scopre le stratificazioni. È al contempo presenza, sostanza poetica e metafisica, dal forte valore simbolico, e richiama l’antica concezione filosofica secondo cui tutto ciò che esiste tende, in ultima istanza, alla chiarezza, alla manifestazione, al superamento della tenebra. Nelle opere esposte, la sua funzione è anche quella di rendere possibile la metamorfosi, permettere la trasfigurazione del relitto in forma, del frammento in totalità. Non esiste rigenerazione senza attraversamento dell’opaco. In questo senso, l’intera mostra può essere letta come un esercizio sulla fragilità dell’essere, una meditazione sull’idea che ciò che è autentico emerge proprio da ciò che ha subito il passaggio del tempo, dell’imperfezione, del divenire. In tale contesto, gli Ambrozich ci ricordano che la luce autentica, quella trasfigurante, si manifesta sempre nel dialogo tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, tra ciò che cade e ciò che si solleva.

L’aragosta.
Foto: Ornella Sciucca

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