Nei primi due decenni del Novecento, Fiume visse una fase di straordinaria vitalità culturale e di intrattenimento, testimoniata dalla presenza di numerosi teatri e sale destinate allo spettacolo. La crescita della popolazione urbana, la solidità economica e l’esistenza di un pubblico teatrale già maturo, insieme al continuo afflusso di marinai e viaggiatori provenienti dal porto, crearono condizioni favorevoli agli investimenti nel settore dello spettacolo. In questo periodo relativamente breve si sviluppò una fitta rete di grandi e piccoli teatri, sale gestite da associazioni non professionali e, soprattutto, nuove strutture dedicate a una forma di intrattenimento emergente: il cinematografo. Accanto ai teatri principali, come il Teatro Comunale e il Teatro Fenice, sorsero numerosi spazi minori e cinema-teatri, spesso caratterizzati da una programmazione mista di proiezioni cinematografiche e spettacoli di varietà. Tra questi, il cine-teatro Argentina, esempio significativo di sala ibrida tra teatro e cinema, e il teatro ricavato nel Convento dei Salesiani, che rappresenta invece un importante caso di spazio teatrale inserito in un contesto istituzionale ed educativo.
La diffusione dei cinematografi avvenne inizialmente attraverso adattamenti provvisori di edifici esistenti – si legge nella monografia “Riječka kazališta” (I Teatri fiumani) della ricercatrice fiumana Nana Palinić, pubblicata nel 2016 per i tipi dell’Archivio di Stato di Fiume congiuntamente all’Università di Fiume e alla Facoltà di Ingegneria civile di Fiume –, data la saturazione del centro cittadino, mentre solo in seguito l’attività venne regolamentata da una normativa specifica, introdotta nel 1912, che definì per la prima volta criteri tecnici e di sicurezza per la progettazione e l’uso delle sale cinematografiche. In questo quadro di rapida trasformazione e sperimentazione, i teatri Argentina e del Convento dei Salesiani emergono come casi di studio privilegiati per comprendere l’evoluzione degli spazi dello spettacolo in città all’inizio del XX secolo.
Una struttura ibrida
La storia del cinema-teatro Argentina inizia ufficialmente il 15 settembre 1911, quando i fratelli Luigi Secondo e Natale Cussar, proprietari della casa al numero 4 di via del Fosso (oggi via Starčević), presentarono alla municipalità la richiesta di autorizzazione per trasformare una parte del cortile della loro abitazione in uno spazio destinato alle proiezioni cinematografiche. Il progetto, datato 14 marzo dello stesso anno, fu redatto dall’impresa edile fiumana “Pillepich & Fabbro” e configurava sin dall’origine una struttura ibrida, a metà tra cinema e teatro.
Per realizzare il nuovo cinematografo vennero adattati una porzione del cortile già coperto e alcune stanze al pianoterra della casa Cussar. L’accesso per il pubblico avveniva dall’allora piazza Müller (oggi piazza dei Paolini in Cittavecchia). La sala, di forma trapezoidale e di dimensioni pari a 10 × 11 metri, era organizzata in due blocchi di dodici file di sedili; davanti trovava posto un piccolo palcoscenico, mentre alle spalle della platea era collocata la cabina di proiezione. Completavano l’impianto due sale d’attesa con biglietteria. Nonostante la presenza di due ingressi separati e tre uscite, la distribuzione degli spazi non riusciva a evitare l’interferenza tra i flussi di entrata e di uscita degli spettatori. I progettisti, pur non essendo architetti di formazione, seppero offrire una soluzione complessivamente funzionale, correggendo l’irregolarità del cortile e trasformandolo in una sala completamente simmetrica. Meno efficace risultava invece l’organizzazione degli accessi, e il cinematografo era, inoltre, privo di servizi igienici, che all’epoca non erano ancora obbligatori. In quel periodo pionieristico del cinema, tuttavia, la durata degli spettacoli era generalmente molto contenuta: proiezioni, accompagnamenti musicali e numeri comici difficilmente superavano la mezz’ora, rendendo superflua la presenza di spazi accessori. La ventilazione e l’illuminazione naturale erano garantite da lucernari posti sulla copertura.
Il cinema-teatro Argentina fu inaugurato nell’ottobre del 1911. In quell’occasione, il quotidiano “Novi list” pubblicò un annuncio che ne sottolineava l’eleganza e la vocazione familiare, presentandolo come un “salone artistico di prim’ordine”, unico nel suo genere a Fiume, con spettacoli continui a partire dalle ore 18 e un programma rinnovato ogni sera. A pochi mesi dall’apertura, il 12 aprile 1912, l’Ufficio tecnico comunale richiese alcune modifiche, in particolare l’adeguamento delle dimensioni dei passaggi e delle aperture e l’installazione di idranti nella sala e nelle sale d’attesa. Tali interventi comportarono una riduzione dei posti a sedere da 192 a 169. L’autorizzazione definitiva e il certificato di agibilità furono rilasciati il 2 maggio 1912, seguiti da una nuova inaugurazione solenne il 28 agosto dello stesso anno, con un programma combinato di proiezioni cinematografiche e spettacoli teatrali.
Teatro Minimo
Con questa formula mista, il cinema-teatro Argentina rimase in attività fino al 1914, quando subentrarono nuovi gestori, i fratelli Pallone. Essi cambiarono la destinazione d’uso della sala, che divenne esclusivamente teatrale, assumendo il nome di Teatro Minimo. Le carenze strutturali, in particolare la ristrettezza del palcoscenico, emersero tuttavia rapidamente e già il 12 gennaio 1915 venne presentata una richiesta di ampliamento della sala e di costruzione di un nuovo palcoscenico nel cortile coperto adiacente. Il progetto, firmato questa volta dal solo Pietro Fabbro, fu approvato con la prescrizione dell’impiego di materiali ignifughi per la nuova copertura; il permesso fu rilasciato il 15 maggio 1915. Nel corso dell’estate, il teatro subì una profonda trasformazione. La parete posteriore della sala venne demolita per far posto a un ampio palcoscenico e l’orientamento complessivo dello spazio fu modificato. Fu aggiunta una nuova sala d’attesa e ampliata quella esistente. L’ingresso da piazza Müller venne chiuso e sostituito da un nuovo accesso da via del Fosso, comune sia al teatro sia all’edificio residenziale. La documentazione disponibile – scrive ancora Nana Palinić nella sua monografia – non consente una ricostruzione dettagliata dell’aspetto interno, ma è noto che il palcoscenico fosse dotato di un portale ligneo decorato e leggermente rialzato rispetto alla platea, con una struttura in legno inclinata verso il pubblico. Non erano presenti camerini veri e propri: un locale di deposito fungeva probabilmente anche da spazio per gli artisti. Analogamente, i servizi igienici non risultano esplicitamente documentati, sebbene planimetrie successive indichino la loro collocazione nel cortile, rendendo verosimile la loro presenza già in questa fase.
Il Teatro Minimo – noto anche come Teatro Minimo a Sezioni e ancora come Teatro Argentina – riaprì il 28 agosto 1915 e il 6 dicembre 1916 cambiò nuovamente nome, diventando Teatro Pallas. Come piccola scena dedicata a spettacoli drammatici, di varietà e musicali, oltre che come cinematografo, rimase attivo durante l’intero periodo bellico e negli anni tra le due guerre. In questo contesto ospitò frequentemente esibizioni di cantanti lirici, che proponevano arie tratte da celebri opere e operette. Una svolta decisiva si ebbe nel 1928, quando il cinema-teatro, ora dal nome Centrale, fu oggetto di una radicale ristrutturazione. Il progetto di ampliamento e ricostruzione, firmato il 26 giugno 1928 dall’architetto fiumano Luigi Luppis, trasformò profondamente lo spazio. La platea venne allungata a discapito del palcoscenico, che risultò più contenuto, mentre davanti a esso fu ricavato uno spazio leggermente ribassato per l’orchestra. Furono realizzati un balcone con relativa scala di accesso, l’intero ambiente fu sopraelevato e venne introdotta una nuova struttura di copertura a traliccio. Particolare attenzione fu riservata all’area d’ingresso, notevolmente ampliata grazie all’annessione di due locali al pianoterra della casa Cussar. Il precedente ingresso angusto, condiviso con l’accesso agli appartamenti, venne riconvertito in uscita per il pubblico al termine degli spettacoli. Dal nuovo e ampio ingresso, dove era collocata la biglietteria, si accedeva al foyer e alla sala d’attesa del balcone. La ristrutturazione introdusse servizi igienici, riscaldamento centralizzato e adeguate uscite di sicurezza. La cabina di proiezione, prevista originariamente sopra il balcone, non fu realizzata; al suo posto venne adattato uno spazio dietro le ultime file della platea. La capienza della sala salì così a oltre 360 posti.
Il progetto di Luppis si distingue per l’elevata qualità architettonica e per l’equilibrio tra tradizione e modernità. La suddivisione verticale della sala, ottenuta mediante lesene – elementi architettonici verticali sporgenti in modo molto lieve dalla parete, simili a pilastri appiattiti, privi di base e capitello (o con elementi appena accennati) –, rispondeva a precise esigenze strutturali, fungendo da supporto per le travature della copertura. La struttura rimaneva visibile anche nel prospetto sopra la terrazza sul cortile. La decorazione era ridotta all’essenziale: oltre allo zoccolo inferiore, l’unico elemento ornamentale era una cornice marcata nel punto di raccordo tra copertura e lesene. La riuscita dell’intervento fu favorita anche dal fatto che la stessa impresa curò sia la progettazione sia l’esecuzione dei lavori. Parallelamente alla sistemazione degli spazi interni, venne rinnovato anche il prospetto al pianoterra dell’edificio al numero 4 dell’allora via Mameli (oggi via Starčević). Sebbene manchino dati sull’aspetto precedente della facciata, l’intervento, ispirato a un revival storicistico di gusto romantico, ne accrebbe sensibilmente la rappresentatività. La scelta di sacrificare parte dell’interno del vestibolo a favore della simmetria della facciata e della centralità dell’ingresso principale rivela l’attenzione del progettista al contesto urbano e all’immagine complessiva dell’edificio. Il nuovo portale valorizzava l’accesso, mentre le altre aperture vennero integrate nella composizione della vetrina. Il certificato di agibilità fu rilasciato nel febbraio del 1929 e l’inaugurazione ufficiale del cinema rinnovato ebbe luogo il 2 marzo dello stesso anno. Da quel momento, pur ospitando occasionalmente spettacoli teatrali di minore entità, lo spazio venne utilizzato prevalentemente come cinema, funzione che mantenne anche nel periodo postbellico, quando fu ulteriormente ristrutturato e ribattezzato in “Garibaldi” e successivamente in “Kvarner”.
Oggi lo spazio è stato completamente ricostruito e adattato a nuovi usi. Tutti gli elementi che ne testimoniavano il passato teatrale e cinematografico, sono stati rimossi: un solaio divide ora la sala in due livelli, con il pianoterra e l’atrio d’ingresso destinati a uso commerciale, mentre l’ambiente ricavato all’altezza dell’ex balcone-galleria è stato annesso a uno studio legale, cancellando quasi del tutto la memoria di uno dei più longevi luoghi di spettacolo cittadini.
Il valore educativo del teatro
Le origini del teatro del Convento dei Salesiani affondano nella stagione della grande filantropia fiumana di fine Ottocento. All’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo, la contessa Maria Szapary fondò l’Istituto caritativo Maria, con lo scopo di assistere bambine e bambini poveri. Dal 1881 l’Istituto trovò sede in una casa ristrutturata del complesso della tenuta Hoppe-Thaler, all’angolo tra via Pomerio e l’omonima stradina laterale, ed era gestito da una comunità di suore sotto la direzione di suor Morosini, originaria di Venezia. Un passaggio decisivo avvenne nel 1899, quando la benefattrice Caterina Gotthardi, nata Ellinger, donò all’Istituto la propria proprietà a Podmurvice, nella sotto-municipalità di Plasse. Qui, già nel 1892 aveva fatto costruire una casa di abitazione a un piano. L’associazione, che oltre ai bambini poveri accoglieva ed educava anche quelli abbandonati, grazie alle donazioni poté ristrutturare e ampliare l’edificio esistente, aggiungendo una cappella. L’anno successivo – si legge nel volume di Palinić –, lungo l’antica strada per Trieste, furono realizzati un asilo infantile e una scuola artigianale. Tutti questi interventi, portarono la firma dell’architetto fiumano Ugo Pagan, per lungo tempo progettista di riferimento dell’Istituto. A lui si deve anche, dieci anni più tardi, il progetto di ampliamento di una sala annessa alla scuola, situata a ovest dell’edificio principale. L’intervento prevedeva una sala più ampia – larga 5 metri, lunga 9 e alta 4 – utilizzata inizialmente come aula e in seguito anche come spazio teatrale, oltre a un atrio e ai servizi igienici.
Nel 1918, su invito della Società di beneficenza Maria, giunsero a Fiume i rappresentanti dell’Ordine salesiano, che si insediarono stabilmente nella casa della società, proseguendo l’opera umanitaria attraverso l’educazione e la formazione della gioventù maschile. Consapevoli del valore educativo del teatro, quattro religiosi fondarono l’Oratorio Salesiano Don Bosco, che arrivò a riunire circa 200 ragazzi. All’interno di questa realtà, nacque un teatro giovanile che, accanto a rappresentazioni di carattere religioso, proponeva commedie, brevi spettacoli, recitazioni e manifestazioni musicali del coro e della banda di ottoni. Le rappresentazioni si svolgevano la domenica e nei giorni festivi, inizialmente nella piccola costruzione scolastica del 1910 o all’aperto.

Il 13 gennaio 1924, la sezione drammatica dell’Oratorio presentò nel piccolo teatro un programma articolato in tre spettacoli. Seguirono, nell’estate del 1925 e nel gennaio del 1926, le rappresentazioni dell’Oratorio Giosuè Borsi. Tuttavia, fin dall’inizio, la sala si rivelò insufficiente per dimensioni e capienza. Per questo motivo, nel 1925 il nuovo direttore dell’Oratorio, don Carlo Rusconi, promosse la costruzione di un vero e proprio teatro, appositamente progettato. Il 18 novembre presentò al Magistrato la richiesta di autorizzazione, allegando il progetto redatto nell’aprile dello stesso anno dall’architetto fiumano Giovanni Maria Curet. Il nuovo edificio teatrale, a pianta rettangolare e con dimensioni 28 x 10 metri, venne addossato al muro occidentale della sala preesistente. Il palcoscenico, collocato sul lato orientale, era in legno, profondo 7 metri, leggermente inclinato verso la platea e dotato di un semplice portale; un modesto avancorpo celava il posto del suggeritore. La platea, a pavimento piano, era arredata con panche in legno, mentre sul fondo della sala, su una struttura mista in acciaio e legno, trovava posto una piccola galleria, anch’essa profonda 7 metri, accessibile tramite una scala esterna sul lato nord. Accanto al palcoscenico era previsto un locale per il cambio degli attori, di dimensioni ridotte, con accesso dall’esterno o tramite una ripida scala interna. Curet optò per una soluzione progettuale sobria e tradizionale, rinunciando a soluzioni più sperimentali, come l’inclinazione del pavimento della platea o la valorizzazione a vista della semplice, ma interessante struttura di copertura a falda unica. L’accesso alla sala avveniva dal lato meridionale attraverso due porte, mentre sul lato settentrionale era prevista un’uscita di sicurezza. Le facciate, di gusto storicistico semplificato, lasciavano trasparire uno spirito di modernità, arricchito dal dettaglio personale e visivamente incisivo delle finestre rotonde. Il permesso di costruire fu rilasciato il 20 febbraio 1926 e i lavori, diretti dallo stesso Curet, procedettero rapidamente. Durante il cantiere l’attività teatrale non si interruppe: le rappresentazioni domenicali continuarono infatti nella sala del Convento dei Cappuccini, il cosiddetto Teatrino Cappuccini. L’inaugurazione ufficiale del nuovo teatro avvenne domenica 3 luglio 1927 con la commedia in tre atti “A caccia di un milione” e la farsa “Il duellista”, intervallate da sketch di intrattenimento e da esibizioni dell’orchestra del teatro.
L’importanza delle donazioni
Già nell’aprile del 1926, grazie al contributo dei donatori, l’Oratorio aveva acquistato un apparecchio cinematografico, dando avvio alle proiezioni, spesso in alternanza o in combinazione con gli spettacoli teatrali. La prima proiezione ebbe luogo il 4 aprile 1926; il 31 agosto 1927, durante una domenica di svago all’aperto, venne presentato anche lo spettacolo “La vita di Don Bosco”, dedicato alla figura del fondatore dell’Ordine salesiano. Nel 1929 il teatro si dotò di una cabina di proiezione, costruita lungo il muro occidentale, accanto alla biglietteria, completamente separata dalla sala. L’accesso avveniva dall’atrio, in prossimità dell’ampio cortile, e la cabina disponeva di due finestre, una verso la facciata principale e una verso il cortile. Dopo l’ispezione della Commissione di vigilanza, avvenuta il 22 agosto 1929, e alcune integrazioni minori, la cabina fu autorizzata all’uso. Nel 1933 arrivò anche l’attrezzatura per il cinema sonoro.
Una fotografia del 1934 documenta l’interno della sala, arricchito da balconi-gallerie sui due lati, probabilmente in cemento armato, che si estendevano a partire dal portale del palcoscenico e con ogni probabilità erano collegati alla galleria posteriore. Il portale era decorato con pilastri di gusto classicista, mentre lungo le pareti correvano fasce decorative a motivi geometrici. La parte inferiore della sala era rivestita da uno zoccolo in legno; davanti al palcoscenico si trovava lo spazio riservato all’orchestra, seguito dalle file di sedie di prima e seconda categoria, organizzate da due corridoi centrali e due laterali. L’attività dell’Oratorio proseguì anche negli anni successivi e nel 1934, tra l’edificio principale dell’istituto e il teatro, venne costruita la Chiesa salesiana, oggi Santa Maria Ausiliatrice, su progetto dell’architetto veronese Eneo Ronci.
Progressivo declino
Nel secondo dopoguerra, la storia del teatro conobbe una fase di progressivo declino. Subito dopo la fine della guerra le nuove autorità confiscarono l’attrezzatura cinematografica, mentre l’attività teatrale continuò ancora per circa un decennio. Tra il 1949 e il 1955 gli studenti del Ginnasio salesiano organizzarono occasionalmente spettacoli e accademie celebrative. Con la chiusura del Ginnasio nel 1955 e il passaggio dell’edificio, l’anno successivo, all’azienda “Narodna radinost”, la sala perse definitivamente la sua funzione originaria. Nazionalizzata nel 1958, cambiò più volte destinazione d’uso e, durante il periodo in cui fu adibita a magazzino dell’azienda “Maraska”, venne addirittura divisa in due mediante una struttura in acciaio. Solo nel 1990 la proprietà della sala tornò al Convento, che ne affidò l’utilizzo alla Caritas. Un recente intervento di adattamento ha trasformato parte dello spazio in un centro fitness, mentre l’altra porzione è oggi nuovamente utilizzata dagli studenti del Ginnasio salesiano riaperto, restituendo almeno in parte al luogo la sua originaria vocazione educativa e comunitaria.
Le vicende del cinema-teatro Argentina e del teatro del Convento dei Salesiani restituiscono, da prospettive diverse, ma complementari, l’immagine di una città in rapido mutamento, capace di adattare spazi esistenti a nuove esigenze culturali e sociali. Se l’“Argentina” racconta la nascita e l’evoluzione della sala ibrida, sospesa tra palcoscenico e schermo, il teatro nel Convento dei Salesiani testimonia il valore educativo e comunitario dello spettacolo, inserito in un contesto istituzionale e pedagogico. Entrambi i luoghi, pur profondamente trasformati o privati della loro funzione originaria, rimangono tasselli fondamentali per comprendere come, all’inizio del Novecento, Fiume abbia costruito la propria identità moderna anche attraverso l’architettura e i rituali dello spettacolo. Oggi, di quei palcoscenici restano soprattutto le tracce documentarie e la memoria urbana, ma è proprio in esse che continua a vivere una stagione irripetibile della vita culturale cittadina.
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