Incontrare Teodoro Bonci del Bene significa sostare in un territorio in cui traduzione, scena e pensiero procedono in stretta prossimità, senza mai separarsi del tutto. “Illusioni” di Ivan Vyrypaev accompagna il suo cammino artistico da oltre dodici anni ed è una pièce con cui ha costruito nel tempo un rapporto continuativo, misurandosi con essa come traduttore, regista e attore, all’interno di una pratica teatrale fondata sull’attenzione e sull’ascolto. Il suo arrivo a Fiume, in occasione della première dello spettacolo del Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, in programma lunedì 22, coincide con l’approdo di questo lavoro alla voce di chi lo ha portato per primo nella lingua italiana, confrontandosi con le sue asperità, con le zone meno immediate, con scelte esposte. Bonci del Bene ha seguito le prove, ha dialogato con gli attori, ha incontrato gli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo fiumano, contesti nei quali ha raccontato un’esperienza articolata, segnata da adesioni e scarti, da vicinanza e distanza.
In filigrana attraversa l’intervista una questione decisiva, ovvero che cosa accade a una scrittura quando continua a vivere oltre chi l’ha tradotta, diretta, portata in scena per primo. “Illusioni” resta per lui uno spettacolo che continua a porre domande e a sollecitare pensiero critico attraverso le tensioni che genera e che mettono in movimento chi vi entra in relazione. Il linguaggio di Vyrypaev, costruito e deliberatamente innaturale, ha richiesto scelte radicali, sempre orientate alla scena e al tempo dell’ascolto. Decisioni che hanno permesso al lavoro di circolare, di essere accolto, di trovare nuovi contesti e nuovi lettori, contribuendo concretamente alla diffusione della sua drammaturgia.
In questo dialogo, Bonci del Bene riflette sul teatro come luogo abitato, sul racconto come dispositivo che sposta percezioni, sulla traduzione come gesto eminentemente teatrale. Racconta il rapporto con gli attori, le libertà che inevitabilmente si prendono, il contesto culturale che incide sulla ricezione di uno stesso lavoro scenico, il coraggio richiesto per lasciare spazio ad altri sguardi. È qui che emerge anche il tema della gelosia, affrontato come parte di un percorso necessario per accettare che una creazione prosegua oltre chi l’ha generata.
Il tempo del teatro
Lo spettacolo costruisce i suoi personaggi attraverso storie raccontate da altri. In che modo questo dispositivo entra in relazione con una questione filosofica legata alla verità e al racconto?
“Quello che lei sta dicendo mi riporta a un’immagine molto precisa. Un giorno ero sul divano a casa di Vyrypaev e stavamo parlando di questi temi in tutt’altra forma, e all’improvviso ho avuto davanti un’idea chiarissima. Fino ad allora avevo sempre pensato alla verità come a una pallina da tennis: o ce l’hai tu o ce l’ho io. In quell’istante ho capito che la verità sta nell’attraversamento dello spazio. Sta nel gesto di lanciarla e nel gesto di afferrarla. Uno degli effetti più forti della scrittura di Vyrypaev è proprio questo. Fa transitare alcune informazioni che abbiamo su noi stessi da una zona a un’altra dentro di noi. Per semplificare, da una dimensione più profonda a una più consapevole. Lui stesso diceva che la cosa più interessante è osservare un artista mentre passa dall’underground al mainstream. Non prima e non dopo. È quel passaggio a rendere visibile qualcosa che prima restava sotterraneo”.
Che cosa accade quando il testo lascia la pagina e prende forma sulla scena attraverso il corpo dell’attore?
“In linea di principio l’attore non dovrebbe permettersi troppa libertà, anche se poi, inevitabilmente, se la concede. Parlo ora da regista. Gli attori sono una categoria molto bizzarra. A prescindere dai limiti che imponi, resteranno sempre vivi, perché non riusciranno mai davvero a stare dentro la struttura che costruisci per loro. C’è sempre una tensione tra la rigidità che proponi e la libertà che si prendono, se sono bravi. Se non sono almeno un po’ disobbedienti, un po’ ribelli, difficilmente sono bravi davvero”.
L’etica della scelta
Nel lavoro di traduzione, qual è stato il punto più delicato e quale rischio sentiva costantemente presente?
“Nel testo di ‘Illusioni’ c’è una battuta che non sono mai riuscito a tradurre come avrei voluto. Sono dodici anni che continuo a tornare su quel passaggio dicendo che non è quello giusto. Su altri punti, invece, ho barato pesantemente. La parola più importante dello spettacolo nell’originale non c’è e Vinicio Marchioni lo sa benissimo. È il termine finale ‘eternità’, che non compare nel testo di Vyrypaev. In russo c’è invece ‘continuità’ (Postoianstvo). Non coincidono. ‘Eternità’ è più accessibile e in Italia funziona molto bene. A un certo punto ho smesso di preoccuparmi dell’originale e ho pensato a fare lo spettacolo migliore possibile per noi come compagnia, nel rispetto dell’autore e del teatro”.
Esistono altre traduzioni del testo oltre alla sua?
“Esistono traduzioni accademiche realizzate in ambito universitario, che però non sono mai state messe in scena né pubblicate. Spesso me le mandano. Mi vengono in mente quella di Aurora Egidio all’Università degli Studi di Salerno e quella di Federica Crippa all’Università degli Studi di Bologna. Negli anni mi ha sorpreso che questo lavoro sia entrato anche in contesti universitari. È stata una felicità inattesa. Io avevo tradotto ‘Illusioni’ per una necessità teatrale molto concreta. Mi serviva per poterlo portare in scena. Poi mi sono ritrovato invitato come traduttore in diversi seminari, a raccontare il mio metodo, a mostrare esempi pratici. Ho scritto anche un articolo insieme a Giulia De Florio dell’Università degli Studi di Parma, pubblicato su una rivista scientifica. Tutto questo non era previsto, ed è arrivato dopo, come conseguenza di un lavoro pensato per il palcoscenico”.
Dove prende forma il senso
Ha diretto “Illusioni” nel 2016. Guardando oggi la versione di Vinicio Marchioni, quali aspetti del testo le sembrano portati maggiormente in primo piano?
“Secondo me ha individuato una chiave molto precisa, che coincide con il passaggio in cui una delle protagoniste, Sandra, riflette sulla natura della vita come somma di elementi discontinui, episodi spezzati, verità parziali che non confluiscono in una totalità ordinata. È come se avesse deciso che quello fosse il punto da cui guardare tutto il testo. Dentro questa scelta si inserisce anche un’ispirazione dichiaratamente legata alla stand-up comedy, visibile non solo nel modo di stare di fronte al pubblico e nello sguardo costantemente rivolto a chi ascolta, ma anche nella scenografia, generando così un cortocircuito rispetto alla direzione più riflessiva e ritmata di ‘Illusioni’. Questo crea una situazione complessa per gli attori, che devono restare frontali e allo stesso tempo entrare nelle visualizzazioni. Nella mia regia, invece, mi ero soffermato soprattutto sul piacere che il testo mi dava, nonostante la grande fatica. Il piacere di lavorarci, di ascoltarlo, di vederlo come spettatore, di recitarlo. Anche, e soprattutto, il piacere di offrirlo al pubblico. Tutto, per me, restava dentro il teatro. Il resto è arrivato dopo”.
In che misura il contesto culturale e geografico incide sulla ricezione di “Illusioni”?
“Conta moltissimo. Quando lo abbiamo portato nel sud Italia, il pubblico reagiva in modo molto diverso rispetto al centro nord, dove ridevano molto. In Russia certe battute sulle malattie terminali producono effetti che in Italia non si verificano. Sono differenze profonde”.
Ha un’idea di come lo spettacolo sia stato accolto in Russia?
“Non so nello specifico come sia stato accolto ‘Illusioni’. So però molto bene che cosa è accaduto con ‘Ossigeno’, del 2009. Quello è stato uno scandalo enorme. La società culturale russa si è spaccata nettamente in due. Da una parte c’era chi parlava di degrado definitivo della cultura russa, di una perdita irreversibile di valori e di forma. Dall’altra, invece, c’erano persone che si accorgevano che stava nascendo qualcosa di nuovo, che si stava aprendo un linguaggio inedito e che si stava scrivendo una pagina diversa del teatro contemporaneo. La divisione non riguardava solo la critica, ma anche il pubblico. Eppure, proprio da quello scontro è nato il fenomeno Vyrypaev. Ha vinto moltissimi premi, ha iniziato a lavorare intensamente nel cinema, gli è stato affidato un teatro nel centro di Mosca. In un certo senso ha cavalcato consapevolmente quel fastidio. È un provocatore, anche se poi maneggia strutture molto solide, quasi tradizionali. Il suo linguaggio può sembrare quello di una persona molto ubriaca, ma mai al punto da perdere la struttura del pensiero. È una scelta lucida, deliberata”.
Restare in ascolto
Ha mai provato una forma di gelosia nei confronti di “Illusioni”?
“All’inizio sì. Quando ho saputo che il Dramma Italiano di Fiume stava lavorando su ‘Illusioni’, per un attimo mi si è fermato il battito e poi sono rimasto senza parlare per un paio di giorni. Dopo quella reazione iniziale ho cominciato a interrogarmi sull’origine di quella gelosia e mi sono reso conto che la sensazione assomigliava a vedere qualcuno che non conosci fare l’amore con la persona a cui vuoi bene. A quel punto ho pensato che mi piacciono le terapie d’urto e che, se qualcosa mi metteva così in difficoltà, il modo giusto per affrontarla fosse starci dentro, lavorarci, cercare di sciogliere quel nodo. Quando poi ho visto gli attori al Mittelfest, mi sono piaciuti. Da subito ho avuto una buona impressione e a Fiume ho riconosciuto un linguaggio vicino al mio percorso russo, che per me resta fondante”.
Che tipo di esperienza è stata incontrare e lavorare con la compagnia del Dramma Italiano del TNC “Ivan de Zajc”?
“È stata un’esperienza molto bella, che mi ha riportato a qualcosa che conoscevo e che mi mancava. Qualcosa di post sovietico, che apprezzo molto, e la sala prove che comunica con i palchetti è sorprendente. Si sente che il teatro è un edificio in cui accadono molte cose nello stesso tempo”.
Dopo anni di lavoro su Vyrypaev, che cosa continua a interrogarla della pièce?
“Il confronto tra due relazioni. Da una parte c’è quella in cui una persona la desideri fisicamente, la pensi anche di notte, la vedi quando chiudi gli occhi. È un legame costruito sull’insistenza del desiderio e sulla presenza costante dell’altro nel pensiero, così come viene formulata nel testo. Dall’altra parte c’è una relazione diversa, fatta di quotidianità e di una vita che si costruisce nel tempo. È la persona accanto alla quale ti svegli al mattino contento di esserci e con cui ti addormenti la sera sapendo di stare bene. È il vivere insieme giorno dopo giorno, in una condizione di accordo profondo. Questa distinzione continua a mettermi in difficoltà, perché mi accorgo di preferire la seconda. Ed è proprio da qui che nasce lo scarto. Se ciò che permette di stare bene nel tempo non coincide con ciò che abitualmente chiamiamo amore, allora forse è il modo in cui nominiamo le cose a dover essere ripensato. È questo spazio di tensione che la scrittura di Vyrypaev apre, lasciando le domande attive e irrisolte”.
L’identikit
Teodoro Bonci del Bene è attore, regista e autore. Dopo la laurea presso il Teatro d’Arte di Mosca, recita per numerosi teatri e compagnie. Nel 2010 fonda la compagnia Big Action Money e avvia un percorso di lavoro sull’opera del drammaturgo russo Ivan Vyrypaev. Con la compagnia firma le sue prime regie, due delle quali prodotte da ERT Teatro Nazionale. Alcune sue traduzioni dal russo sono pubblicate da Cue Press.
Nel 2021 è traduttore, attore e regista di “Dati Sensibili” per il Teatro Nazionale di Genova. Parallelamente dirige e interpreta testi di propria autorialità, tra cui “1985: Apocalisse Tondelli”, “Astronave Italia”, “Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Russia”, “Le due foreste”, “Di Giulietta e del suo Romeo”. Nel 2023 partecipa alla fondazione del Collettivo Teatri Rimini, per il quale dirige “Zitti Tutti!” di Raffaello Baldini.
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