Sting nell’anfiteatro polese con la regola del tre

L’ex frontman dei «The Police» ha fatto ritorno nella città dell’Arena

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Sting nell’anfiteatro polese con la regola del tre
Il cantautore e polistrumentista britannico ha entusiasmato il pubblico

Evidentemente a Sting piace la regola del tre. Nei “The Police” erano appunto in tre: accanto a Gordon Matthew Thomas Summer (questo il suo nome all’anagrafe) c’erano il chitarrista Andy Summers e il batterista Stewart Copeland (con una sporadica apparizione del chitarrista Henry Padovani agli inizi ovvero nel 1977. Anche ora il chitarrista-basso classe 1951 si fa accompagnare da un chitarrista (Dominic Miller) e un batterista (Chris Maas). Ma non solo, anche la tournée che l’ha portato l’altra sera in Arena s’intitola 3.0. La regola del tre finisce qui? Niente affatto, quello di sabato è stato il terzo concerto del musicista inglese nell’anfiteatro polese. C’era già stato nove anni fa e anche nel 1977. Ed è stata proprio quest’ultima esibizione a inaugurare la serie dei grandi concerti nel bimillenario anfiteatro polese.

Successi intramontabili
Come da copione, il concerto di sabato sera ha fatto registrare il tutto esaurito in Arena con gente venuta da mezza Europa, in particolare, ovviamente, da Croazia, Slovenia e Italia. Avete presenti quei concerti delle star “nostrane” che sono annunciati per le ore 22 e non iniziano al minimo fino alle 23. Ebbene, Sting è tutt’altro. Era annunciato per le ore 21 e si è presentato sul palco insieme ai due musicisti alle 20.59. Nessun spettacolare gioco di luci, nessuna scenografia da urlo, ma soltanto voce e musica. Niente fronzoli dunque.
Si parte subito forte per far capire che sarà una serata di successo e di… successi. E allora via con “Message in a bottle”, uno dei brani più iconici dei “The Police” e il primo a raggiungere la posizione numero uno nella classifica del Regno Unito consacrandoli a livello globale. Sting, con una chitarra-basso che porta i segni di mille battaglie, anzi mille (e più concerti), ha alternato brani composti insieme alla band dal 1977 al 1984 a quelli da solista che gli hanno permesso di rimanere sulla cresta dell’onda ancor oggi tanto che il secondo pezzo in scaletta era “I wrot your name (upon my heart)” pubblicato poco meno di due anni fa. Parla poco Sting, saluta con un “Dobrovečer Pula” (“il mio vocabolario in croato finisce qui”, ha detto aggiungendo di essere contento di esibirsi in Arena a nove anni dall’ultima volta), presenta ben presto i suoi compagni di viaggio, canta e fa cantare.

La coda all’entrata dell’Arena

Brani rivisitati
Ormai il pubblico è abbastanza caldo (anche grazie alle temperature bollenti di questi giorni) per ascoltare e cantare “Englishman in New York” e subito dopo “Every little thing she does is magic”, che coloro che hanno da tempo superato gli Anta ricorderanno come sigla iniziale di “Happy Circus”, programma RAI con, tra gli altri Sammy Barbot. Il concerto fila via liscio con brani vecchi quarant’anni un po’ arrangiati in chiave moderna. Il suo misto di musica rock, pop e new wave con forte influenza dello jazz e del reggae e riff di chitarra che lasciano il segno incontrano i favori dei circa ottomila dell’Arena. L’apoteosi in chiusura della parte “ufficiale” del concerto quando Sting e accompagnatori propongono la ritmatissima “So lonely”, la magnifica “Desert rose” nella quale la musica pop occidentale si fonde con la musica tradizionale araba (nell’originale Sting la cantava insieme Cheb Mami) e la canzone forse più famosa dei “The Police”, “Every breath you take”. Sting saluta e se ne va, ma i tre musicisti ritornano per proporre “Roxanne” e in chiusura di concerto “Fragile” dopo 90 minuti che a molti sono risultati un po’ pochi. Nonostante ciò il pubblico ha apprezzato l’esibizione. E chissà, dopo aver calato il tris, Sting potrebbe in un futuro prossimo calare anche il poker nell’anfiteatro polese.

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