«Spia balcanica» torna sul palco tra ironia amara e riflessione

Al Teatro nazionale «Ivan de Zajc» di Fiume l’attesa première dello spettacolo del Dramma Croato

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«Spia balcanica» torna sul palco tra ironia amara e riflessione
Foto Goran Žiković

Quando si decide di confrontarsi con un’opera diventata un punto di riferimento, è inevitabile esporsi a un terreno scivoloso. Le trasposizioni, per loro natura, mettono in dialogo linguaggi diversi e raramente riescono a restituire intatta la forza dell’originale. Se questo vale per i grandi romanzi portati sullo schermo, ancor più delicata è l’operazione inversa: tradurre per il palcoscenico un film che ha segnato un’epoca, un titolo di culto come “Balkanski špijun” (Spia balcanica). Affrontare una simile impresa richiede senza dubbio determinazione e una buona dose di audacia, perché significa misurarsi con aspettative alte e con un immaginario già ben radicato nel pubblico.

Una commedia dal sapore amaro

È una commedia dal sapore amaro che, attraverso il grottesco e l’assurdo, racconta la deriva paranoica di un uomo comune in un sistema fondato sul sospetto. Ilija Čvorović è un ex detenuto politico che vive in una società segnata dal controllo ideologico. Quando un suo inquilino rientra dall’estero, Ilija inizia a sospettare che sia una spia al servizio di potenze straniere. Quello che all’inizio appare come un semplice dubbio si trasforma rapidamente in una certezza, un’ossessione in cui ogni gesto, ogni parola, ogni coincidenza diventa ai suoi occhi una prova di colpevolezza. Convinto di agire per il bene dello Stato, Ilija si improvvisa investigatore, coinvolgendo progressivamente la moglie e il fratello in una spirale di pedinamenti, interrogatori e accuse sempre più deliranti. La sua paranoia, alimentata dall’idea che il sistema richieda vigilanza assoluta contro nemici invisibili, finisce per distruggere l’equilibrio familiare e per smascherare l’assurdità del meccanismo stesso che pretende obbedienza totale.

Foto Goran Žiković

Attraverso situazioni tragicomiche, l’opera mette in luce il rapporto malato tra individuo e potere: un sistema che sopravvive solo inventando minacce finisce per generare paura, perdita di razionalità e disgregazione dei valori fondamentali. La satira colpisce così non solo il totalitarismo, ma anche la fragilità umana di fronte al bisogno di sentirsi parte di un ordine che, in realtà, si autodistrugge.

Una scelta registica sorprendente

Nella presentazione dello spettacolo non era stato svelato alcun dettaglio: il riserbo è rimasto assoluto fino al momento in cui si è alzato il sipario. La scelta registica si è rivelata sorprendente e fuori dagli schemi: il film scorreva su un grande schermo, mentre gli attori, in scena, ne eseguivano il doppiaggio dal vivo. Un gioco dinamico di scambi e slittamenti attraversava i ruoli, maschili e femminili, con voci femminili ad animare personaggi maschili e viceversa, in un continuo ribaltamento che ridefiniva prospettive e identità.

La struttura narrativa e i dialoghi hanno mantenuto una sostanziale fedeltà al testo originario, riproposto in lingua serba ma attraversato da inserti e riferimenti calati nell’attualità: tra una battuta e l’altra affiorano citazioni di Trump e Melania, il Centro clinico-ospedaliero di Fiume, il Galeb attraccato al Molo longo, perfino l’uccellino dell’orologio a cucù che scandisce un ironico “Forza Fiume”. Ne nasce un intreccio serrato di gag che conservano l’efficacia comica dell’originale, trovando al tempo stesso nuova energia nel dialogo con il presente.

L’ensemble della Dramma Croato ha portato in prima assoluta una storia ben nota, ormai consegnata alla memoria collettiva: un’idea di Dušan Kovačević che nel 1984 lasciò interdetta una Jugoslavia in cui il tema stesso del film sfiorava il rischio della censura. Era, ed è, una riflessione sugli effetti che un sistema totalitario può produrre sugli individui anche in assenza di minacce reali: la paranoia si insinua, si diffonde, diventa contagiosa, e il protagonista Ilija Čvorović ne incarna in modo emblematico la deriva.

L’attualità dei temi

Davanti a una sala gremita e attenta, attratta dalla sfida di confrontarsi con un classico cinematografico di culto, inevitabilmente percepito come difficilmente eguagliabile, la regia del pluripremiato Miloš Lolić ha scelto di puntare sull’attualità dei temi. Paura, ossessione, paranoia e rapporto tra individuo e sistema hanno trovato una risonanza sorprendente nel presente, trascinando lo spettatore in un dialogo serrato tra due linguaggi, quello dell’immagine filmica e quello, vivo e immediato, della scena.

In questa forma espressiva insolita, “Spia balcanica”, a quarantadue anni dalla sua nascita, è tornato a interrogare l’oggi, confermando attraverso l’umorismo una vitalità capace di coinvolgere e divertire il pubblico contemporaneo. Il divertimento non è mancato, così come alcuni passaggi che lasciavano presagire un finale dirompente, attesa che però non si è pienamente compiuta. L’impressione è che lo spazio di manovra per raggiungerlo ci sia stato.

Lo spettacolo si è chiuso con applausi prolungati, sebbene non travolgenti, a riconoscimento del lavoro degli interpreti Jelena Lopatić, Anastazija Balaž, Jelena Graovac Lučev, Damir Orlić, Jasmin Mekić, Edi Ćelić, Mario Jovev, Deni Sanković, Milan Mudrić Mišo. Non è stato soltanto un doppiaggio il loro, ma anche un interpretazione dei movimenti e delle situazioni che avvenivano contemporaneamente sullo schermo. I momenti più avvincenti, forse, sono stati vissuti lì, con dialoghi e mvimenti sincronizzati, grotteschi come richiesto dalla trama.

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