Sotto cieli diversi, favole di ogni tempo

La parola artigiana di Giacomo Scotti, tra infanzia, memoria e respiro orale

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Sotto cieli diversi, favole di ogni tempo
Foto: ORNELLA SCIUCCA

Nei crepuscoli dell’infanzia e tra le pieghe della memoria, la fervida immaginazione e la sapienza di Giacomo Scotti tornano a brillare in “Favole di ogni colore sotto diversi cieli” (2025), un’opera profondamente radicata nella terra e nella voce, nella polvere dei sentieri balcanici e nell’eco delle cucine in cui le storie si tramandano sottovoce, tra i gesti e i silenzi degli anziani. Scotti, artigiano attento e ascoltatore instancabile del respiro dei luoghi e delle genti, raccoglie e rielabora ventitré fiabe divise in cinque sezioni – “Dall’Istria al Quarnero”, “In terre lontane”, “Diavoli e diavolerie”, “Favole di animali” e “Tre storielle sparse” – per costruire una geografia narrativa che custodisce e rigenera il patrimonio immateriale della parola orale, del racconto ancestrale.

La lingua narrante
L’autore adotta una lingua essenziale, concreta, priva di orpelli e concessioni stilistiche, nutrita dalla sobrietà della tradizione orale. Ogni parola è scelta con la cura di chi sa che prima della scrittura c’è la voce, luogo primigenio in cui ogni storia prende forma. La prosa è scabra, incisa, fatta per essere detta, sussurrata, ascoltata. Eppure, nella sua nudità, custodisce una forza evocativa densa di suoni, pause e accenti. Tra gli elementi più riusciti è l’uso sapiente delle onomatopee, “toc toc”, “hio-hio cavallo”, “zàffete”, “ohè”, “picchete”, “grànfete”, “gruu”, “patapànfete”, “pàffete” e altre, autentiche nervature sonore che restituiscono al lettore l’esperienza viva dell’ascolto. Veri e propri battiti fonici che introducono musicalità e ritmo fisico, profondamente radicati nella lingua parlata e nella corporeità dell’atto narrativo. È in questi frammenti che affiora il rispetto profondo di Scotti per la voce narrante, quella che non si legge, ma si sente, quella che abita il fiato, la pausa, il silenzio.

Favole come orizzonti del raccontare
All’interno della raccolta si dispiega un mosaico narrativo dove ogni storia segue un proprio respiro e un proprio movimento interno. In “Dio e San Pietro viaggiano nell’Istria”, sacro e quotidiano si fondono in una fiaba leggera ma densa, in cui un oste avido viene trasformato in asino, un’eco dei racconti esemplari medievali, filtrata però da un’ironia sottile, che non giudica ma suggerisce.
“Le api giganti ed altre stramberie”, racconto surreale in prima persona, mostra un narratore smarrito tra metamorfosi e apparizioni celesti, in cui api crescono smisuratamente, oggetti cambiano natura, San Pietro riappare come garante di debiti fuori dal tempo. L’assurdo è affrontato con naturalezza, lasciando emergere la tensione tra ordine e caos, tra legge e arbitrio, in un equilibrio tra realismo magico e saggezza popolare.
Nel tono più comico si inserisce “Le braghe del demonio”, dove un sarto disperato si affida al diavolo per completare un paio di pantaloni. La fuga del diavolo, incapace di concludere l’opera, diventa parabola sull’astuzia e sulla resilienza, trasformando la disfatta in racconto e il racconto in regola di vita.
“Quattro animali in guerra” è una favola allegorica che riflette sulle dinamiche dell’alterità: cane, orso, lupo e gatto si osservano con sospetto, dando voce a pregiudizi e paure immaginate. Infine, nei racconti incentrati sulla figura della nonna, narratrice, custode, mediatrice, si celebra la fiaba come culla e specchio dell’infanzia, che risponde alle grandi domande con le immagini più semplici.

Un tessuto di voci
Nonostante la varietà di toni e contenuti, tutte le storie sono accomunate da una visione coerente, un atlante emotivo e culturale, una polifonia di voci lontane che ancora ci parlano. Il loro valore pedagogico è discreto, mai didascalico, e come scrivono Giorgio Coianiz, Ius Eraldo e Mario Salvalaggio nell’introduzione, si tratta delle “lezioni dei bisnonni”, che sopravvivono proprio perché non pretendono, ma raccontano.
È in questa loro umiltà che si rivela la loro forza profonda.
Ogni pagina è un invito ad ascoltare, a meravigliarsi, a farsi carico del compito di tramandare.
Sul retro della copertina, i versi di Eraldo Ius celebrano Giacomo Scotti (Giacomino) come custode di una parola resistente, un “guaglione vispo, gentile, garbato e signorile” che non cede alla fretta dell’attualità, ma affonda in una sapienza arcaica e popolare.
“Favole di ogni colore sotto diversi cieli” è, in definitiva, un invito a rallentare, ad ascoltare, a ricordare, un libro da tenere sul comodino, da leggere a bassa voce, da consegnare a un nipote come si dona la chiave che apre il forziere invisibile della fantasia.

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