C’è, nel suo modo di abitare la parola, una fedeltà silenziosa alle ferite e una disciplina luminosa nell’ascolto. Roberta Dubac è un’artista che non cerca di dominare il dolore, ma di comprenderne il ritmo segreto, trasformandolo in forma, respiro, coscienza condivisa. Nata a Capodistria (1974) e cresciuta a Castelvenere, Dubac porta nella propria scrittura il respiro largo di una terra sospesa tra memorie, lingue e appartenenze. Formata alla scuola italiana “Leonardo da Vinci” di Buie, ha lavorato nell’ambito della cultura della Regione istriana, vivendo a stretto contatto con quel mosaico storico che ha nutrito il suo sguardo narrativo. In seguito, trasferendosi in Lombardia, ha approfondito gli studi umanistici presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, laureandosi in Lettere moderne con una tesi in Drammaturgia. Accanto alla scrittura, l’insegnamento e l’educazione teatrale rappresentano per lei un’estensione naturale della parola, uno spazio in cui il gesto, il corpo e la voce diventano strumenti di verità. È in questo cammino umano e artistico che si inserisce la recente affermazione alla 58esima edizione del Concorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima”, dove ha conquistato il Primo premio “Osvaldo Ramous” nella Categoria Letteratura – Prosa in lingua italiana. La giuria ha così motivato il riconoscimento: “L’elaborazione del lutto per la perdita di una persona amata tra furiosa incredulità e sereno abbandono; scrittura sciolta, equilibrata, narrativamente efficace”. Una definizione che coglie il cuore di “Tutto l’adagio del mondo”, un racconto in cui la perdita diventa attraversamento, la rabbia si fa ascolto, e la lingua accompagna il lettore con passo saldo e luminoso. Questo dialogo con l’autrice invita a fermarsi, a restituire a se stessi il proprio ritmo naturale e a riconoscere che non siamo le nostre ferite, ma ciò che impariamo dalla loro voce.
Raccontare il dolore
Nel passaggio dalla “furiosa incredulità” al “sereno abbandono”, che la giuria individua come asse portante del testo, c’è stato un momento in cui la scrittura ha smesso di essere sfogo ed è diventata forma? Come riconosce quel confine, e quanto è stato doloroso attraversarlo?
“Questo racconto ha avuto una lunga gestazione: l’ho meditato per quattordici anni. La ‘furiosa incredulità’ della protagonista, Alessandra, coincide con la mia, nel giorno in cui è morta mia nonna Rosalia, nella primavera del 2011. Nei miei moti interiori, al dolore a alla rabbia si mescolava anche il senso di colpa per non essere andata a trovarla nelle due settimane precedenti. La madre di mia madre era stata un grande punto di riferimento per me. Ricordo la sensazione fisica. Era quasi un bruciore, quell’impotenza di non poter tornare indietro nel tempo e vederla ancora, ascoltarla ancora, assimilare la sua potente calma interiore. Nel processo di scrittura però, non volevo replicare una pagina di diario personale. Desideravo raccontare di più e affrontare il tema della perdita con un sottotesto che dialogasse con il mondo. Gli eventi un po’ bizzarri di quella giornata e la protagonista del racconto, me lo hanno permesso. Le ho prestato il mio dolore e poi ho lasciato che fosse lei a raccontarmi la sua storia. E lei lo ha fatto. Uno degli aspetti più divertenti della scrittura è ascoltare i personaggi. Se concedi loro di respirare con i loro tempi, ti fanno un sacco di regali. Nell’economia del racconto, Alessandra attraversa il confine tra furia e abbandono nell’arco di una giornata. Io ci ho messo molto più tempo. Cerco di trattare le emozioni come entità che vengono a farci visita per raccontarci ciò di cui abbiamo bisogno. È una buona pratica per capire che noi non siamo le nostre emozioni, e che possiamo osservarle, sia per non farci travolgere, sia per capire che cosa ci sta capitando in maniera più profonda. L’incipit della storia lo avevo scritto qualche settimana dopo il funerale, ma oltre non riuscivo ad andare. Il dolore non si stemperava e il lutto dettava i suoi bisogni di ritiro. Dopo un lungo periodo in cui ho avuto il privilegio di ospitare tanti altri dolori, ho ripreso in mano quell’incipit”.
Crede che il dolore abbia una sua etica, un modo “giusto” di essere ascoltato, e che la letteratura possa insegnarci a non violarlo?
“Questo è un tema importante, eterno. Il dolore andrebbe sempre ascoltato. Non so se ci sia un modo giusto, ma quel modo deve necessariamente avere a che fare con il silenzio. Il silenzio nell’ascolto del dolore altrui, ma anche il silenzio nell’ascolto del proprio. La letteratura ci insegna eccome! E ci soccorre! Qualche anno fa, durante un periodo molto duro, studiare Letteratura mi ha preservata dalla depressione. Mentre leggo le parole che un autore ha inciso sulla carta, una parte di me va a caccia di altri codici, quelli scritti col cuore e sparsi tra le righe. Leggere è un processo di decodificazione a più livelli; è divertente e curativo. La letteratura, in fondo, è la storia dei dolori finemente raccontati, resi limpidi, elevati a una dimensione universale e, allo stesso tempo, intima e sacra. È una cura suprema della nostra fragilità”.
Saper fermarsi
“Tutto l’adagio del mondo” suggerisce un tempo rallentato, quasi resistente alla fretta del dolore contemporaneo. Scrivere il lutto è stato per lei un atto di sottrazione al tempo che corre, o un modo per restituirgli un ritmo più umano?
“Entrambe le cose. Più che ‘sottrarlo’ io direi che scrivere significa riappropriarsi del tempo. Di fatto noi viviamo in un mondo delirante che ce lo ruba con tutte le forze. Affinché torni nostro è necessario fermarsi e fare qualcosa con l’adagio di cui era esperta Ita Sincovich. Scrivere il lutto (e in generale scrivere) è spostarsi dal tempo ordinario, quello che ci fa scorrere nelle nostre faccende quotidiane come dentro a un vagone sotterraneo, lontano dalla luce. La scrittura è creazione di un tempo personale e salvifico. E la lettura forse lo è ancor di più. È un atto sovversivo, oggi, prendersi del tempo per leggere Don Chisciotte, Moby Dick o ‘Guerra e pace’. Il tempo è inscindibile dallo spazio e dalla nostra esperienza corporea. Oltre a fermarsi, è utile prendere coscienza del proprio corpo e dei suoi bisogni sottili, come quello di sdraiarsi da qualche parte e osservare la stanza, il cielo o la vita, da un’altra angolazione. Certo, quando lo fai, rischi di vedere qualcosa della tua vita che non ti piace. E magari ti viene voglia di ribaltare tutto. È rischioso, ma bellissimo. La società non vuole che tu ti fermi. Anzi, si augura che tu rimanga una comparsa, muta e passiva”.
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