Scoprirsi bambini in una buca di sabbia

Gianfranco Miksa
Jernej Kobal il regista di “Buca di sabbia”

FIUME | “Niente è come sembra. Nulla è lì per caso, tutto ha un preciso significato”. A sostenerlo, come propria filosofia teatrale, è il giovane regista Jernej Kobal, che cura la messa in scena di “Buca di sabbia” del drammaturgo polacco Michał Walczak, allestimento del Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, il cui debutto è atteso per domani 25 ottobre (ore 19.30), nel Salone delle Feste della Comunità degli Italiani di Fiume. Dopo “Felici e contente”, si tratta della seconda produzione targata DI nell’ambito dell’attuale stagione teatrale, ma anche del primo spettacolo in lingua italiana del regista di Lubiana, Jernej Kobal, il quale parla perfettamente l’italiano. Infatti, suo padre è di Trieste, ed è appartenente alla ricca minoranza slovena del capoluogo giuliano. A pochi giorni dalla première dello spettacolo, abbiamo incontrato il regista per conoscere meglio la genesi di questo nuovo allestimento della nostra compagnia di prosa.

“Questa mia prima collaborazione con il Dramma Italiano nasce per caso – ha esordito Kobal –. Conosco da diversi anni Giulio Settimo, il nuovo direttore della compagnia, e mi ha proposto l’allestimento di questo lavoro”.

Qual è la trama dello spettacolo?

“Un bambino e una bambina si ritrovano a giocare nella stessa buca di sabbia. Lui con i suoi giochi da maschio (Batman e le lotte tra supereroi), lei con una bambola e i trucchi femminili. Inizia così una giostra emotiva di litigi, riappacificazioni, voglia di avvicinarsi e incapacità di sapersi raggiungere. La storia, in realtà, non esiste. Non sappiamo chi siano, né da dove vengano questi due bambini che ‘crescono’ davanti ai nostri occhi rimanendo, però, sempre piccoli per certi aspetti.”.

Ci racconti del testo dell’autore contemporaneo polacco, Michał Walczak?

“È un testo incasinato, nel senso positivo del termine, che non concede nulla alla comprensione razionale. Siamo, insomma, fuori da una logica drammaturgica narrativa. Leggendolo, scopriamo di due bambini piccoli che giocano in una sabbiera. Poi però, in seguito all’esplicita richiesta dell’autore Michał Walczak, nelle indicazioni dell’opera, scopriamo che lo spettacolo è stato appositamente pensato per due attori adulti, se non anziani, di una certa età. L’allusione a una malattia, quella dell’Alzheimer-Perusini, è immediata. Ovviamente la malattia non è mai nominata nel testo, ma non può non essere attribuita ai due personaggi, in quanto sono un po’ ‘rimbambiti’, si perdono, iniziano certi temi che in un primo momento dimenticano, poi in un altro li riscattano nuovamente, come se nulla fosse”.

Chi vedremo in scena?

“Solo due attori, ovvero Alida Delcaro e Toni Plešić, che interpretano rispettivamente, Lei e Lui. Sono impegnati in un gioco surreale, che alla fine può essere interpretato come una storia di convivenza tra due persone. Dove l’una senza l’altra non può esistere, ma quando sono insieme, si danno fastidio a vicenda”.

Il lavoro debutterà a Palazzo Modello?

“Sì. Abbiamo optato per lo spazio della Comunità degli Italiani di Fiume, molto più piccolo del grande palcoscenico dello ‘Zajc’, anche perché il lavoro richiede un’impostazione intima. Un impianto che porta da subito un discorso immediato e diverso con il pubblico”.

Qual è l’impostazione che caratterizza la sua regia?

“Sono propenso a realizzare sempre una scena pulita, dove non c’è eccesso di cose che non servono. Insomma, una messa in scena che punta all’essenziale, dando risalto alla delicatezza dei sentimenti più che all’identità dei personaggi. Cerco di togliere tutto quello che è superfluo. Per arrivare a ciò, occorre anche rendersi conto di quello che è eccessivo. Per me, è l’attore, il punto focale del teatro: tutto il resto, compresa la mia funzione di regista, passa in secondo piano. Spesso affermo che dopo la première, lo spettacolo non è più mio, ma è unicamente degli attori”.

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