Nel silenzio che precede certe conversazioni si avverte talvolta l’impressione di oltrepassare una linea invisibile ed entrare in uno spazio nel quale il linguaggio ritrova una forma più nuda ed essenziale. Sandi Bratonja parla così, lasciando che ogni parola maturi lentamente dentro una materia interiore attraversata dal tempo, dagli incontri e dalle infinite ore trascorse ad ascoltare il suono mentre prende forma. In pochi istanti diventa evidente quanto il suo modo di raccontarsi sfugga alla postura dell’artista abituato a occupare il centro della scena. Il discorso si dirige altrove, verso gli altri musicisti, i bambini, il pubblico, l’errore, la disciplina, la fatica necessaria a ogni autentico processo creativo.
Anche il suo sguardo conserva una limpidezza inconsueta, quasi una forma di stupore rimasta intatta sotto gli strati del tempo. Musicista, produttore musicale, compositore, polistrumentista e tecnico del suono, Bratonja occupa da anni una posizione centrale nella scena culturale di Fiume e dell’area ex jugoslava. Dal 1998 è il bassista degli Urban & 4 accanto a Damir Urban, esperienza che ha inciso profondamente sulla musica contemporanea croata. Parallelamente ha costruito un percorso autonomo tra composizioni per teatro e cinema, produzioni discografiche, registrazioni di musica classica, attività pedagogiche e progetti indipendenti. Nel 2021 ha fondato VerAudio, studio di registrazione nato all’interno di un ex panificio trasformato in spazio creativo e dedicato a Vera Bratonja, sua zia, rivoluzionaria fiumana e membro del movimento di liberazione popolare. Accanto a ciò si colloca anche Sinteza, progetto artistico sviluppato insieme al musicista Hrvoje Puškarić, attraverso cui linguaggi musicali differenti vengono posti in relazione. Nel corso della conversazione sono emersi ricordi, riflessioni sul presente, considerazioni sul lavoro artistico e sulla complessità dei rapporti umani. Ma soprattutto ha preso forma un’idea della musica come pratica quotidiana di ascolto, attenzione e permanenza dentro il tempo lento della creazione.
Dove il suono trova riparo
È all’interno di VerAudio che Sandi ci accoglie per l’intervista, nello spazio sorto da un ex panificio riconvertito nel tempo in luogo di registrazione e produzione musicale. Strumenti, librerie, un pianoforte, microfoni e apparecchiature coesistono in un ambiente in cui la precisione tecnica convive con una dimensione raccolta, quasi appartata, pensata per custodire il tempo lungo della creazione oltre l’immediatezza della resa finale. “Quando il locale è rimasto vuoto, potevo trasformarlo in un appartamento oppure in uno studio. Ho scelto la seconda possibilità”, ha raccontato Bratonja.Con gli anni, quel luogo è divenuto un punto di riferimento per musicisti, attori, compositori e giovani artisti. La registrazione si prolunga nel confronto sui testi, sugli arrangiamenti, sulle strutture armoniche e sulla costruzione complessiva di un progetto artistico, secondo una pratica nella quale l’aspetto tecnico resta inseparabile da una costante attenzione umana. “Mi piace lavorare con le persone. Mi piace aiutarle”, ci ha confidato il musicista. L’ambiente da lui ideato assume così i tratti di un laboratorio creativo in cui il suono viene ricondotto a una temporalità lenta, fatta di precisione, ascolto, revisione e permanenza dentro il lavoro artistico. È all’interno di questa disciplina silenziosa che la musica prende progressivamente forma.

Dentro la fragilità dell’ascolto
L’ esperienza maturata accanto agli Urban & 4, viene ricondotta a un principio di equilibrio, ascolto e sottrazione. Dal 1998 ne è il bassista, dentro un percorso che ha inciso in maniera profonda sulla scena musicale croata contemporanea. “Ho una funzione di supporto”, ha spiegato. “Ho imparato a seguire. Evidentemente lo faccio bene”. L’ascolto riaffiora continuamente nelle sue parole, attraversando la musica fino a investire la dimensione più ampia delle relazioni umane. Per anni il polistrumentista ha lavorato come operatore ausiliario nel settore sanitario, esperienza che ha affinato il suo rapporto con la fragilità, con l’attenzione all’altro, con tutto ciò che precede persino l’atto creativo. “Ci sono persone che arrivano qui e hanno bisogno di parlare prima ancora di registrare”, ha raccontato. “La musica spesso nasce da lì”. Anche per preservare questa distinzione di prospettive, il gruppo non registra abitualmente a VerAudio. All’interno di quello spazio Bratonja è chiamato soprattutto a governare la dimensione tecnica della produzione; nella formazione, invece, ritorna integralmente alla pratica dell’esecuzione, al basso, alla costruzione del suono dentro l’organismo della band. “Fare entrambe le cose contemporaneamente è difficile”, ha osservato. “Penso che nel gruppo io sia più importante come bassista”.
La musica destinata a restare
Riferendosi al lavoro teatrale, il nostro interlocutore ha rivelato essere uno dei territori più complessi della composizione sonora. A differenza della produzione discografica, fissata in una forma definitiva, la scrittura destinata alla scena continua a modificarsi nel tempo, seguendo corpi, voci, repliche, pause e silenzi, trasformandosi insieme alla vita stessa dello spettacolo. All’interno del suo studio hanno preso forma le partiture per “Kada se zaljubljujemo” (Quando ci innamoriamo), diretto da Ivan Plazibat, per il monodramma “Kurva” (La prostituta) di Zijah Sokolović, oltre alle collaborazioni con il Teatro dei burattini di Fiume e alla produzione di “Sretna kućica” (La casetta felice) di Ivana Đula e Milica Sinkauz, tratto dall’omonimo albo illustrato di Karmen Delač-Petković e Dijana Arbanas, con la regia di Morana Dolenc. L’artista ha insistito soprattutto sulla persistenza quasi invisibile della creazione teatrale, destinata a proseguire la propria esistenza ben oltre il momento della composizione. “Quando uno spettacolo debutta e poi continua a vivere negli anni, spesso perdiamo la consapevolezza di quante volte quella musica venga ascoltata”, ha osservato. “A volte scopro che una pièce è arrivata alla centesima replica e penso a quante volte sia stata riprodotta la musica nata qui dentro”.

Proteggere lo stupore dello sguardo
Nel tempo si sono succedute collaborazioni come autore, produttore e tecnico del suono con Boris Štok, il gruppo E.N.I., Rade Šerbedžija, i The Rozh, i Sick Sheets, i Father, gli Unlogic Skill e numerosi altri artisti provenienti da universi espressivi differenti. Il suo lavoro si estende dal teatro ai siti web, dai videogiochi ai progetti indipendenti, seguendo una concezione del suono intesa come materia in grado di attraversare linguaggi e forme artistiche eterogenee. “In realtà faccio tutto ciò che riguarda la musica”, ha spiegato.
Accanto all’attività creativa permane inoltre il lavoro pedagogico sviluppato con bambini e adolescenti che frequentano il suo spazio per studiare chitarra, batteria e armonica. “I bambini vengono spesso considerati poco seriamente, a causa della loro piccola altezza e della vocina sottile”, ha detto. “Ma guardano il mondo in modo autentico”. Anche qui riaffiora una visione fondata sull’ascolto e sull’attenzione verso ciò che solitamente resta ai margini dello sguardo adulto.
La libertà originaria del gesto artistico
È dal sodalizio artistico con il musicista accademico Hrvoje Puškarić, insieme al quale ha fondato l’associazione Sinteza, che ha preso avvio “Rock contro classico”, progetto costruito sull’avvicinamento di universi sonori solo apparentemente inconciliabili. L’iniziativa è stata presentata in numerose scuole elementari e superiori dell’Istria, di Fiume e della Regione, compresa la scuola italiana “San Nicolò”, trasformandosi progressivamente anche in un’occasione di confronto con i più giovani. “Mi piace lavorare con i bambini”, ha raccontato. “Li ascolto davvero. Sono esseri umani esattamente come noi”.
Nel corso della conversazione, Bratonja ha ricondotto il gesto musicale a una dimensione originaria, quasi infantile, sottratta alla logica della prestazione e della competizione. Ha ricordato come in inglese il verbo “to play” indichi simultaneamente il suonare e il giocare, insistendo sull’idea che l’esecuzione conservi sempre una componente di libertà, immersione e spontaneità, destinata a smarrirsi quando il denaro o le dinamiche produttive finiscono per occupare il centro dell’esperienza artistica.”Bisogna suonare senza essere oppressi da altro”, ha affermato. “Conta ciò che accade in quell’istante sullo strumento”.

Nell’ultimo spazio dell’umano
Parallelamente all’attività concertistica e discografica, il musicista ha sviluppato una ricerca personale affidata a una completa autonomia produttiva. Sul suo canale YouTube confluiscono composizioni come “I to će proći” (Anche questo passerà), “Zaplovimo” (Salpiamo), “Sjednimo” (Sediamoci), “Lozinka” (Parola d’accesso) e “Povratak” (Ritorno), lavori nati all’interno di un processo seguito integralmente dall’artista.”Non ho pressioni né scadenze imposte dagli editori”, ha spiegato. “Faccio tutto da solo, perché questo è il mio spazio e anche la mia etichetta”. Da qui il discorso si è esteso naturalmente a uno dei temi più controversi del presente, l’intelligenza artificiale applicata alla composizione e alla produzione sonora. La riflessione proposta da Bratonja si è mantenuta distante tanto dagli entusiasmi superficiali quanto dalle letture più catastrofiche, soffermandosi piuttosto sulle trasformazioni profonde che tali strumenti potrebbero produrre nel rapporto tra creazione, tempo e valore del lavoro artistico. “Forse già oggi una macchina riesce a fare tecnicamente certe cose meglio di un essere umano”, ha osservato. “E questo probabilmente influenzerà il valore economico del lavoro artistico”. Secondo la sua visione, le nuove tecnologie finiranno per occupare progressivamente gli ambiti più funzionali e commerciali della produzione contemporanea, mentre ciò che resta irriducibilmente umano tenderà ad assumere un significato sempre più prezioso. “La vera arte diventerà un lusso”, ha detto.
Al centro della sua riflessione ritornava soprattutto il valore del processo creativo, della durata, dell’esperienza maturata lentamente attraverso errori, tentativi, concentrazione e attesa. All’interno di VerAudio, ha spiegato, il lavoro continua a svilupparsi secondo tempi lontani dall’immediatezza algoritmica; si disegna, si ascolta, si corregge, si attraversano passaggi successivi prima che una composizione raggiunga la propria forma definitiva. “Nessuna abilità nasce da un giorno all’altro”, ha rimarcato. “Se vuoi ottenere qualcosa di importante devi dedicarci tempo, concentrazione. Non vedo il senso di ricevere un risultato in dieci secondi e pensare che l’anima possa sentirsi appagata”.
La difficile arte del comprendere
Il dialogo ha successivamente lambito anche il territorio delle relazioni umane, che Sandi ha interpretato come un esercizio continuo di ascolto, misura e decentramento dell’io. Le relazioni, nelle sue parole, sembrano esistere soltanto laddove ciascuno accetta di sospendere temporaneamente la centralità del proprio sguardo per tentare di comprendere quello altrui. Anche il dissenso viene collocato dentro una forma di responsabilità mai separata dal rispetto per lo spazio creativo e umano dell’altro. “Se penso che qualcosa sia ingiusto, lo dico”, ha osservato. “Ma se un progetto appartiene a qualcun altro, posso esprimere il mio pensiero tre volte. Se dopo la terza volta quella persona vuole comunque procedere a modo suo, allora va rispettata”.
La riflessione si è soffermata anche sull’origine dei conflitti, spesso generati dall’incapacità di abbandonare posizioni rigidamente contrapposte. Da qui l’immagine dei poli magnetici incapaci di avvicinarsi quando restano identici a sé stessi. Nelle sue parole è emersa anche l’idea che molte dinamiche umane sfuggano a una logica pienamente razionale, come se relazioni e scelte venissero talvolta attraversate da una forza più ampia dell’individuo stesso. “A volte bisogna essere umili davanti a qualcosa di più grande”, ha detto lentamente. “Qualunque nome si voglia dare a quella forza”.

La verità dell’imperfezione
Il tema del polistrumentismo è stato quasi ridimensionato da Bratonja, che tende a sottrarre importanza allo strumento in sé per ricondurre tutto a una dimensione più essenziale del suono. Chitarra, basso, tastiere, armonica finiscono così per appartenere a un unico linguaggio, a differenti possibilità di accesso alla medesima materia espressiva. “Gli strumenti sono soltanto strumenti”, ha osservato. “La cosa importante è la musica”.
Rievocando l’infanzia, l’artista è tornato al momento in cui, ancora bambino, ricevette una fisarmonica e venne lasciato da solo in una stanza. Più che apprendere meccanicamente lo strumento, cercava di comprendere il rapporto tra il movimento dei tasti e il suono che ne emergeva, fino a ricostruire lentamente, con un solo dito, la melodia di “Kiša pada, trava raste” (Piove, l’erba cresce). Quando gli adulti rientrarono, la zia Hilda pronunciò una frase rimasta impressa nella memoria familiare: “Il piccolo suona!”. Da allora la musica ha attraversato integralmente la sua esistenza, senza mai trasformarsi, almeno nella sua percezione, in un semplice mestiere. Nel corso degli anni ha registrato gruppi rock, heavy metal, punk, rap, musica popolare e repertorio classico, individuando proprio in quest’ultimo una forma particolarmente severa di sincerità esecutiva. Il discorso si è soffermato sul tempo in cui la registrazione imponeva ancora continuità, precisione e disciplina interpretativa, prima che le tecnologie digitali rendessero possibile intervenire illimitatamente sulla performance. Anche da qui il dialogo è tornato sull’intelligenza artificiale e sulla crescente automatizzazione dei processi creativi. Nelle sue parole, l’algoritmo resta un dato tecnico incapace di sostituire la complessità percettiva dell’esperienza umana, inevitabilmente soggettiva e frammentaria. Da tale limite della percezione individuale il discorso si è infine allargato alla necessità di interrogare anzitutto sé stessi prima di pretendere un cambiamento negli altri. “Sei lo specchio degli altri”, ha detto.
Ascoltare, osservare, meravigliarsi
Parlando della scena, il polistrumentista è tornato a quel sottile tremore che accompagna molti artisti prima dell’esposizione pubblica e che, con gli anni, si trasforma lentamente in familiarità, coinvolgimento, relazione con il pubblico. Tra i ricordi rimasti più impressi degli anni degli studi di fisarmonica è emersa un’esecuzione al Palazzo del Governo davanti a centinaia di genitori, uno dei primi confronti con la vulnerabilità del palco e con l’ansia dell’esibirsi. Col tempo, quell’inquietudine ha lasciato spazio a una diversa forma di adesione emotiva alla scena, costruita attraverso l’ascolto reciproco e l’accoglienza. “È una sensazione bellissima quando vieni accolto dagli applausi”, ha detto.
Da ragazzo tendeva spesso a isolarsi durante le pause scolastiche, sostando lontano dal rumore degli altri per osservare gli alberi e il movimento delle foglie. “Forse pensavano che fossi strano”, ha ricordato sorridendo. “Ma io ero semplicemente qui, in questo mondo”, quasi a suggerire una forma di presenza costruita sull’osservazione e sull’ascolto delle cose minime. Anche in questo passaggio prende forma il suo modo di guardare agli altri. Per l’artista, ascoltare significa concedere spazio all’esistenza altrui, sospendere temporaneamente il proprio giudizio e lasciare che l’altro si riveli attraverso le parole, le esitazioni, i silenzi. “Li lascio parlare”, ha rilevato. “E a volte trovi qualcosa di prezioso proprio dove non te lo aspetteresti”.

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