Il Premio “Paolo Lettis 2025” è andato ad Alessandra Argenti Tremul, giornalista di Tv Capodistria e storica di formazione, per il documentario “Devoti a San Nazario”. La motivazione recita: “Approfondito e coinvolgente, il lavoro di Alessandra Argenti Tremul esprime conoscenza tematica e vicinanza alle proprie radici e alla propria eredità storico-culturale. Ben curato nelle immagini, nel testo e musica, è caratterizzato da una punta di spiritualità che emerge pure nei numerosi interventi che tra ricordi del passato e quotidianità descrivono la figura di San Nazario. Realizzato in occasione dei 1500 anni della sua consacrazione a vescovo di Giustinopoli, il documentario, oltre che a valorizzare la figura del Patrono di Capodistria racconta delle lacerazioni del ‘900 e individua la volontà di riconciliazione tra le popolazioni di questa terra”. Il reportage racconta dunque la storia del patrono di Capodistria e delle tradizioni che i fedeli hanno a lui dedicato e che hanno per secoli profumato la città di lavanda. Argenti Tremul ha scelto questo soggetto in linea con il lavoro che da anni svolge per raccontare e valorizzare il patrimonio storico e culturale della Comunità Nazionale Italiana in Istria.
Può descriverci come è nata l’idea di “Devoti a San Nazario”?
“L’occasione concreta è stata il ripristino della processione a Capodistria avvenuta nel 2024, anno in cui sono celebrati i 1500 anni dalla consacrazione di Nazario a primo vescovo. L’ultima processione era stata nel 1955, prima che la gente andasse via e che per tanti anni fosse vietata. Siamo andati a documentare anche la processione che gli esuli fanno a Trieste, a Borgo San Nazario. Abbiamo ripercorso la storia del santo, i suoi miracoli, le origini e mostrato la bellissima arca rinascimentale in marmo che raccoglie le sue spoglie. Le interviste sono state girate al Museo regionale di Capodistria, dove sono conservati i resti del Duomo romanico originario, per avvicinarci il più possibile all’epoca di San Nazario. Sono state otto giornate di riprese e poi diverse giornate di montaggio, con anche l’uso del drone per le immagini di Capodistria”.
Come ha lavorato per realizzare questo documentario?
“Prima ho lavorato negli archivi della diocesi per capire come si svolgeva la processione nell’Ottocento, con tutte le sue soste nei rioni della città e poi in biblioteca per approfondire la storia del Santo. È stato innanzitutto un lavoro di ricerca, poi, in base alle conoscenze acquisite nel corso degli anni, ho messo insieme la narrazione del documentario. In un terzo momento è arrivato il regista, che ha curato il racconto visivo. Abbiamo anche recuperato le foto dell’ultima processione del 1955, che mostrano l’intero percorso originario, da un collezionista privato che aveva già organizzato una mostra alla Comunità degli Italiani di Capodistria”.
Superare le divisioni
La commissione che ha conferito il premio ha parlato di “vicinanza alle proprie radici” ma anche di volontà di riconciliazione tra le popolazioni. Cosa voleva trasmettere?
“C’è stato un episodio molto bello e significativo in questo senso: durante la lavorazione è nata un’amicizia tra il parroco di Borgo San Nazario a Trieste, don Lorenzo Pardi e il parroco di Capodistria, don Primož Krečič. Il vescovo di Capodistria, allora Jurij Bizjak, aveva invitato quello di Trieste, Enrico Trevisi, alla processione e alla cerimonia a Trieste si è parlato di pace e riconciliazione, ricordando la storia difficile dell’esodo ma sottolineando che queste divisioni appartengono al passato. I testimoni sono tutti capodistriani: alcuni rimasti, come Mario Gandusio e Ondina Gregorič, altri esuli come Mariella Zorzet e Piero Sardos Albertini. Poi intervengono il parroco, il presidente della Comunità degli Italiani, lo storico Knez, i vescovi di Capodistria e di Trieste, la curatrice del Museo – che ha spiegato il quadro del Carpaccio. Gli esuli hanno raccontato le difficoltà del periodo comunista, le processioni vietate, l’attacco al vescovo Santin. I capodistriani rimasti hanno ricordato invece la festa di quando erano bambini, il percorso che si faceva di pomeriggio. Così il racconto si presenta abbastanza variegato”.
Parlando del suo lavoro in generale, come è arrivata al documentarismo e, questo formato, cosa le permette di raccontare?
“Ho cominciato subito a fare documentari perché mi interessavano molto la cultura e la storia. Sono laureata in storia e ho un dottorato di ricerca proprio in questa materia. C’è stata poi l’occasione della serie ‘Istria nel tempo’, dove ho raccontato tutta la storia dell’Istria dalle origini ai giorni nostri. Allora ogni anno si realizzavano uno o due documentari, alcuni anni anche quattro o cinque, seguendo avvenimenti o anniversari: Vergarolla, il Trattato di Pace, le Foibe, la Prima e la Seconda guerra mondiale. Questo formato ci permette di andare più in profondità: si ha un’ora, a volte anche di più e si possono usare interviste quasi integrali, con pezzi molto più lunghi. Anni fa c’erano ancora protagonisti in vita della Seconda guerra mondiale, o addirittura testimoni della Prima. Oggi non ci sono più e questo rende il lavoro sempre più difficile”.
Un pezzo di storia da tutelare
I testimoni del Novecento e i parlanti italiano qui sono sempre meno, quali sono le responsabilità nel raccontare la storia di queste zone?
“Bisogna essere sempre veritieri e lavorare sulle fonti originali. Ho fatto molto lavoro d’archivio, anche grazie al dottorato di ricerca, e i risultati li ho messi nei documentari. Poi bisogna essere equilibrati ed equidistanti, specialmente in una zona di frontiera dove tutti sono molto sensibili. Ho cercato di farlo da sempre: già negli anni Duemila seguivo la commissione mista italo-slovena, con uno storico italiano e uno sloveno. Oggi però questo lavoro è più difficile perché non ci sono più tanti storici che si occupano dell’Istria. Sono andati quasi tutti in pensione e i giovani ricercatori hanno interessi più specifici o più vicini al presente. Anche i testimoni diretti di quegli anni stanno scomparendo. È un pezzo di storia che si sta allontanando”.
Cosa significa per lei ricevere il Premio “Paolo Lettis” e qual è un sogno per il futuro?
“L’ho saputo dal telegiornale di TV Capodistria, non me lo aspettavo. È stata una bella sorpresa e ne sono molto contenta. Per il futuro, mi piacerebbe continuare sul filone di Splendori d’Istria, il documentario sul Rinascimento in Istria andato in onda anche sulla RAI. Vorrei estendere quel racconto all’isola di Cherso, Lussino e Veglia, con tutta la ricchezza artistica che conservano. È un bel sogno nel cassetto”.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































