L’anno 1506, inciso sull’architrave della Chiesa di San Giacomo, ha orientato per lungo tempo la ricostruzione delle origini di Abbazia. Secondo lo storico dell’arte Berislav Valušek, autore del volume “Deset stoljeća crkve i samostana sv. Jakova u Opatiji” (Dieci secoli della Chiesa e del Monastero di San Giacomo ad Abbazia), quell’iscrizione non documenta la fondazione dell’edificio, ma un intervento compiuto sopra strutture molto più antiche. La prima fase della chiesa e del monastero benedettino dal quale la città ha assunto il proprio nome risalirebbe infatti all’XI o al XII secolo. Se questa lettura troverà conferma, l’inizio della vicenda urbana dovrà essere anticipato di circa quattro secoli rispetto alla cronologia tradizionalmente accolta. Lo studioso ha illustrato i risultati delle proprie ricerche durante la conferenza “Nuove letture della Chiesa di San Giacomo ad Abbazia”, organizzata al Museo croato del turismo nell’ambito della Giornata della Città e introdotta dalla direttrice Nataša Ivančević. Lo studio, sviluppato nell’arco di oltre un decennio, prende in esame le strutture murarie, le iscrizioni e il contesto storico della fondazione benedettina. A detta di Valušek, l’insieme di questi elementi riconsegna una cronologia diversa da quella consolidata e colloca San Giacomo fra le più antiche fondazioni monastiche dell’Adriatico nord-orientale.

Finestre romaniche
L’indagine ebbe origine nel 2006, quando una nuova ricognizione della chiesa portò l’esperto a individuare, sul lato settentrionale, due piccoli vani murati con profilo arcuato e caratteristiche costruttive riconducibili al romanico. Quell’osservazione, successivamente sviluppata in diverse pubblicazioni scientifiche, mise in discussione l’interpretazione tradizionale dell’iscrizione del 1506. Secondo Valušek, la data sopra il portale principale ricorda un intervento realizzato durante il governo dell’abate Simone e non la costruzione originaria del complesso. Una conclusione che trova riscontro anche negli studi sul monachesimo benedettino dell’Istria e del Quarnero; lo storico dell’arte Miljenko Jurković, colloca infatti la fondazione del monastero fra l’XI e il XII secolo, quando lungo l’Adriatico settentrionale sorsero numerose abbazie e priorati, un contesto nel quale si inserisce con coerenza anche San Giacomo.
Origine dell’impianto monastico
La dimostrazione poggia soprattutto sulle evidenze conservate nella muratura; nella parte inferiore della parete settentrionale si distinguono piccoli blocchi irregolari disposti in filari orizzontali, mentre la porzione superiore rivela interventi più recenti, nonché caratteri analoghi emergono anche in alcuni tratti dell’abside. Un particolare assume, nella ricostruzione del relatore, un valore determinante; le due finestre romaniche si aprono verso nord, sul lato maggiormente esposto ai venti, una soluzione che avrebbe avuto scarso significato se quella parete fosse rimasta esterna. La loro presenza induce invece a ritenere che il prospetto fosse protetto dagli ambienti conventuali e che chiesa e monastero appartenessero a un unico programma costruttivo. L’impianto originario, riconducibile alla tipologia delle chiese monastiche rurali a navata unica, accolse nei secoli successivi interventi limitati che si innestarono sulla struttura medievale senza modificarne sostanzialmente il perimetro, lasciando riconoscibili, nella stessa fabbrica, elementi romanici, gotici e barocchi.

Dal gotico agli interventi barocchi
Nella ricostruzione proposta da Berislav Valušek, la chiesa attraversò una nuova fase fra il XIV e il XV secolo, quando il monastero sarebbe stato progressivamente abbandonato in un contesto segnato da epidemie di peste, incursioni piratesche, guerre e avanzata ottomana. Molte fondazioni benedettine dell’Adriatico settentrionale conobbero allora una profonda crisi e anche San Giacomo dovette affrontare un intervento che andò oltre la semplice manutenzione. A quel periodo lo studioso riconduce l’abside gotica e le robuste nervature della volta, nelle quali individua richiami alla tradizione costruttiva dell’Europa centrale e confronti significativi con la Chiesa di San Nicola a Pisino. Un contributo determinante alla lettura delle diverse fasi costruttive proviene da una fotografia del 1906, che documenta porzioni dell’edificio eliminate dagli interventi novecenteschi e permette di distinguere con maggiore chiarezza le permanenze romaniche, gli inserimenti gotici e le trasformazioni barocche. Alla fine del Settecento la chiesa fu infatti adeguata al gusto tardobarocco con l’apertura di nuove finestre lungo l’asse della navata, mentre anche il campanile rettangolare, privo di scala interna e aperto sui quattro lati nella cella campanaria, fu modificato secondo i canoni dell’epoca.

Prospettive di verifica archeologica
Valušek ha preso in esame anche l’incisione pubblicata nel 1689 dal poligrafo Johann Weichard von Valvasor, osservando che l’edificio raffigurato non coincide con quanto emerge dalle strutture conservate e potrebbe derivare da una rappresentazione idealizzata. Lo studio comprende inoltre le sculture di San Nicola, San Paolo e San Giacomo, quest’ultimo raffigurato sopra il capitello di una colonna con un libro aperto recante un’iscrizione latina, un motivo iconografico che trova riscontro anche nella cattedrale di Santiago di Compostela. Le conclusioni illustrate durante la conferenza si fondano dunque sull’analisi delle strutture murarie, ma, secondo l’esperto, attendono ancora una verifica archeologica. Lo studioso non esclude che sotto la chiesa romanica si conservino testimonianze di una fase paleocristiana o di un precedente edificio romano, un’ipotesi che potrà essere confermata soltanto dagli scavi. Un programma di indagini condotto con il coinvolgimento di archeologi, storici dell’arte, dell’amministrazione cittadina e autorità ecclesiastiche consentirebbe di chiarire le origini dell’insediamento e di verificare una ricostruzione destinata a ridefinire la storia più antica della città.
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