Sabina Oroshi. Da Cittanova verso l’arte di tutta Europa

Il grande amore della giovane museologa è sbocciato ai tempi delle elementari alla galleria Rigo

Sabina Oroshi ad Amburgo

Chi frequentava la galleria Rigo di Cittanova, conosce sicuramente Sabina Oroshi, curatrice di mostre, giovane museologa che vive da anni ad Ambrugo, dove insegna e fa ricerca nell’ambito di una delle più rappresentative istituzioni, l’Elbphilharmonia. Si è formata presso la Facoltà di filosofia a Fiume e a Zagabria, dove ha conseguito la laurea in Museologia. Di recente è stata promossa al programma per curatori al centro NODE di Berlino. Abbiamo avuto l’occasione per un’intervista con questa giovane esperta d’arte, un’ottima occasione per avere uno sguardo sull’arte internazionale.
Lei è rimasta legata sempre alla galleria Rigo, che ha fatto anche da spunto alla sua tesi di laurea. Che cosa porta con sè spiritualmente e cosa le è rimasto in senso artistico impresso maggiormente?
“La galleria Rigo ha avuto un influsso molto significativo sul mio sviluppo professionale. Quando penso alla galleria Rigo, mi viene innanzitutto in mente il mio primo contatto con l’arte contemporanea e con i suoi principali esponenti. Ricordo la prima inaugurazione alla quale presenziai: faceva parte di un compito scolastico, avevo 14 anni. Non rammento ciò che accadde, ma decisi che dovevo diventare parte di questo mondo emozionante, costituito da artisti interessati, aneddoti divertenti e naturalmente arte creativa. Da allora continuai a visitare la galleria Rigo regolarmente, presi contatto con la curatrice, che riconobbe il mio grande interesse e mi introdusse passo a passo in questo universo immenso. Dopo alcuni anni e molto impegno nel 2016 mi sono laureata con la tesi “L’operato della galleria artistica Rigo di Cittanova”, proprio in concomitanza del suo ventesimo anniversario. L’idea era pure di trasformarla in una monografia, ma non l’abbiamo ancora realizzata. Il programma artistico della Rigo ha avuto il suo impatto significativo sul mio gusto artistico. L’arte contemporanea si pensa spesso sia difficile da capire; secondo me ha un suo linguaggio specifico e a volte ha bisogno di un interprete che aiuti l’osservatore a capire questo linguaggio che spesso richiede contemplazione critica e osservazione impegnata. Il costante contatto con l’arte alla Rigo mi ha aiutato ad avere una più profonda introspezione nel significato delle singole opere artistiche, che mi ha condotto ad una migliore comprensione dei termini dell’arte moderna in generale”.
Una piccola digressione dall’arte. Ad Amburgo sono ambientati alcuni romanzi dello scrittore danese Sven Hassel. Specialmente Sankt Pauli…
“Hansaplatz è un posto interessante, un crocevia di tutto. È molto facile incontrarvi gente di tutto il mondo, di tutte le età, ceti sociali e anche stati di coscienza. La prostituzione è legale, si svolge sulle strade, coesistendo assieme a musicisti da strada, vecchi marinai, ubriaconi, tossicodipendenti, spacciatori, turisti e gente locale. Qui tutti si appartengono e tutti si sentono isolati. Questa è Sankt Pauli, quartiere popolare dove i Beatles sono diventati la band che tutti conosciamo e che viene chiamato ‘sinfull mile’ (il miglio del peccato) ma che ha anche dato il nome al leggendario club attivistico di calcio FC St. Pauli. Un quartiere molto interessante dal punto turistico, che ha anche angoli nascosti dove il tempo si è fermato e dove si ha l’impressione di trovarsi in un romanzo di Hassel o su una copertina di Tom Waits”.
Che differenza e che affinità ci sono tra l’espressività degli artisti contemporanei da noi e a Cracovia?
“È una domanda molto interessante: ciò che ho visto durante la mia permanenza e il mi lavoro in al Museo d’arte moderna di Cracovia è che i due panorami – quello croato e quello polacco – sono molto simili. Queste somiglianze sono diventate più chiare dopo aver trascorso alcuni anni in Amburgo. La Croazie a la Polonia hanno attraversato la transizione, da un sistema sociale comunista/socialista al capitalismo. Dal periodo in cui l’arte era al servizio dello Stato e da esso sovvenzionata, si è dovuto passate al capitalismo di mercato. Questo passaggio non è avvenuto sulla scena artistica e perciò non vi esiste un mercato artistico chiaramente sviluppato. Molti artisti e curatori vedono nell’arte un valore intrinseco, non sono coscienti che l’arte è un bene con cui si può mercanteggiare quotidianamente. Questa coscienza si sta risvegliando pian piano, ma sono sempre affascinata nel vedere quando nei Paesi dell’Ovest le visite alle mostre siano legate alla compravendita delle opere mentre nei Paesi postcomunisti l’attenzione sia sull’arte in sé”.
Ci sono artisti che possiedono molto sapere, ma le loro opere non si vendono; d’altra parte, un grande numero di persone si vorrebbero esprimere artisticamente, ma non ha mai avuto una spinta per apprendere la materia dell’arte. Come si può fare?
“L’arte si deve sempre osservare come un lavoro; e di questo bisogna esserne coscienti. Gli artisti e i loro collaboratori sanno bene che questo non è un hobby. Credo che questa coscienza deve esistere anche in contesto sociale più largo e penso che durante questa quarantena abbiamo potuto imparare quale valore abbia l’arte per la società; basti pensare a come faremmo se non avessimo libri, musica, film, fumetti, quadri, poesie e tanti oggetti che ci rendano la giornata più sopportabile. Gli storici d’arte e gli artisti esistevano con o senza mercato, ma gli artisti si basano in generale sull’economia per vivere e soprattutto per creare. Un modo di cambiare sarebbe di incentivare il mercato, divenire coscienti del fatto che l’arte può essere comprata, anche pagando i concerti, i film i libri, le illustrazioni, le officine didattiche, il mentoraggio ecc. Vuol dire pagare il lavoro altrui, anche online”.
Ci illustri la collezione Peggy Guggenheim. Come la si può visitare?
“La collezione Peggy Guggenheim, a Venezia, è un’istituzione nata dalla collezione che Peggy ha acquistato dai suoi amici, giovani artisti di allora. È collocata nel suo ‘modesto’ palazzo veneto. È mio parere che si tratti di una delle raccolte più rappresentative di arte moderna del XX secolo. La visita al Museo, secondo me, è un’esperienza interessantissima perché l’arte si interseca con la vita di una donna controversa. I visitatori hanno l’occasione non solo di vedere arte fantastica, ma di passeggiare nella sua casa, visitare dove ha fatto seppellire i suoi cani, vedere le foto delle sue camere, o semplicemente sedersi in giardino e godersi la pace che è così difficile da trovare per le strade di Venezia. Il Museo ha dimensioni modeste, ma vi si possono vedere le magnifiche opere di Picasso, Pollock, Warhol, Max Ernst, Dalì, Kandinsky, Klee.. e tanti altri grandi nomi dell’arte moderna. Io vi ho assolto il mio tirocinio, ho avuto la fortuna di essere una dei rari praticanti inclusi nel lavoro di allestimento della nuova mostra stabile del Museo. A quei tempi lavoravo con il direttore, il dr. Philip Rynalds, nel reparto di conservazione di opere. Quest’esperienza, l’apprendimento della progettazione degli spazi artistici, come la migliore comprensione dei metodi di conservazione di opere universalmente note, dal valore eccezionale e storico, è stata una delle più interessanti. Inoltre, l’Istituto Peggy Guggenheim investe molto impegno nel creare una rete di persone in questo ramo, che mi ha permesso di conoscere molta gente di tutto il mondo con gli stessi interessi e che si sostengono tra loro. Una prassi che mi è molto cara è anche il fatto che una volta all’anno viene organizzato un ricevimento per tutti gli ex tirocinanti”.
Ha qualche progetto legato alla Croazia?
“Attualmente lavoro alla stesura di un progetto di una colonia artistica in Istria. L’idea è partita dalla corrispondenza con alcuni colleghi in Croazia con i quali vorrei collaborare. Il piano è di creare un luogo dove gli operatori creativi possano vivere, lavorare e comunicare gli uni con gli altri. Il lavoro si dovrebbe basare su valori e motivazioni comuni. Diventerebbe uno spazio dove la prassi artistica e quella sociale possono operare assieme, dato che questi aspetti spesso si separano. Gli artisti, i critici e gli attivisti partecipanti userebbero lo spazio e il tempo nell’ambito della colonia per creare eventi basati sull’educazione legata alle emergenze locali e globali. La prima edizione era in piano per l’autunno prossimo, a Cittanova, e indirizzato sia alla popolazione locale che a operatori culturali internazionali. La crisi che è seguita ha purtroppo messo in attesa la pianificazione. In Istria la maggior parte degli eventi culturali si svolge durante l’estate; l’idea che questo progetto di alta qualità venga organizzato fuori stagione turistica indica che è organizzata pensando alla popolazione locale”.

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