Rino Gropuzzo: «La fotografia? Una vocazione»

Il fotografo fiumano si presenta al Museo dell’Arte e dell’Artigianato di Zagabria con la retrospettiva «Fotomorfosi»

Il fotografo fiumano Rino Gropuzzo, classe 1955 . Foto Goran Zikovic

Pochi giorni fa, il fotografo fiumano Rino Gropuzzo si è presentato a Zagabria con la retrospettiva “Fotomorfosi” allestita al Museo dell’Arte e dell’Artigianato. L’allestimento, che propone poco più di 70 scatti, illustra quattro decenni di attività di successo di Gropuzzo nel campo della fotografia, spaziando in diversi generi e mettendo così in mostra la vastità di interessi del fotografo fiumano.
Nel corso della sua carriera Rino Gropuzzo, classe 1955, ha lavorato a Milano, Los Angeles e Atene e si è presentato in diverse mostre in Italia, Canada e, ovviamente, Croazia. Nel 1998 ha fatto ritorno in Croazia, dove ha collaborato con varie riviste come, ad esempio, le edizioni croate di Penthouse e Playboy, all’edizione serba di Playboy, come pure con le riviste Elle, Cosmopolitan, Grazia, Globus, Klik, ecc. Le sue fotografie illustrano diverse monografie, mentre dal 1987 è membro dell’Associazione nazionale di liberi artisti.
“La mostra Fotomorfosi è stata pensata e allestita l’anno scorso negli spazi di Palazzo Gopcevich a Trieste – ha esordito Gropuzzo -. Il percorso espositivo è effettivamente una retrospettiva di un segmento del mio opus e contiene una settantina di nudi femminili, qualche paesaggio e alcuni scatti di moda. A Trieste, l’esposizione è stata allestita dalla Comunità croata del capoluogo giuliano e dal Comune di Trieste, dopodiché è stato deciso di riproporla nel Museo dell’Arte e dell’Artigianato di Zagabria.”
Nell’ambito della mostra sono stati proposti i suoi scatti preferiti? In che modo è stata svolta la selezione delle fotografie?
“Il processo di cernita non è stato per niente facile. Il lavoro più arduo è spettato al curatore della mostra, lo storico dell’arte Tomislav Čop. In genere preferisco affidare la selezione dei lavori al curatore, mentre io mi limito a scegliere i lavori in una prima fase. La mia sensibilità e quella del curatore sono necessariamente diverse, per cui ciò che io magari avrei scelto non avrebbe funzionato in un percorso espositivo. Inoltre, ogni mostra è un insieme, per cui deve avere una concezione coerente ed è effettivamente un’opera d’autore. Ritengo che Tomislav Čop abbia fatto un ottimo lavoro, anche se è stato difficile scegliere tra mille fotografie per ridurle a una settantina.”

Ottavio Missoni alla vigilia del 90.esimo compleanno davanti al suo ritratto all’età di 70 anni scattato da Gropuzzo

Nel campo della fotografia, lei si occupa di diversi generi, dal nudo femminile ai paesaggi, dalla fotografia di moda a quella artistica…
“Non mi piace limitarmi a un genere. Amo la fotografia come mezzo d’espressione e fare sempre la stessa cosa mi annoia. Nel mondo della fotografia, però, è meglio specializzarsi, ma per me questa non era mai un’opzione. Per poter vivere di fotografia ero costretto a fare diverse cose. Ricordo che con la prima crisi nell’industria della moda a Milano, con il crollo delle richieste nel campo della fotografia, molti miei colleghi se ne erano andati a fare i camerieri o altri lavori, mentre io mi ero dedicato ad altri generi fotografici. Ho la fortuna di aver sempre potuto vivere di fotografia. Per me la fotografia non è una professione, ma una vocazione, il che vuol dire che me ne occupo anche per diletto.
Un tempo, in un periodo in cui avevo molto da fare, mi ero accorto che durante il lavoro pensavo dove avrei potuto piazzare gli scatti che stavo facendo, quando invece si tratta di un ragionamento sbagliato. Bisogna fare ciò che ci interessa. Attualmente sto guidando un corso di fotografia in seno alla scuola Algebra e ho capito che si tratta di un’ottima occasione di ripassare le mie conoscenze relative alla tecnica fotografica.”
A quale “club” appartiene, quello della fotografia analogica o quella digitale?
“Non mi interessano queste distinzioni. All’epoca in cui ho iniziato a occuparmi di fotografia, alla fine degli anni Settanta, la fotografia digitale non esisteva e si lavorava con le macchine fotografiche analogiche, mentre ora uso quelle digitali. Certo che tra le due tecnologie esistono alcune differenze. Oggidì è molto più facile e molto più economico occuparsi di fotografia. Ai tempi in cui iniziavo a lavorare come fotografo, l’attrezzatura era molto costosa e bisognava fare molta attenzione a non sprecare la pellicola fotografica, in quanto poteva contenere al massimo 36 immagini. Quindi, eravamo costretti a fare più attenzione all’inquadratura e al soggetto. Ora si può fare un numero enorme di scatti e si è più liberi di sbagliare e, di conseguenza, imparare. D’altro canto, l’accessibilità della tecnologia digitale ha fatto sì che molte più persone si occupino di fotografia. In pratica, basta avere un telefonino per potersi occupare di fotografia. Questa democratizzazione della tecnologia ha portato, secondo me, anche a un crollo dei criteri di qualità, nonostante nel mondo della fotografia si possano trovare dei lavori davvero eccellenti. E sono davvero moltissimi. Ora è possibile elaborare le immagini in modi mai visti prima, il che è fantastico, ma personalmente sono un po’ all’antica e preferisco intervenire pochissimo sullo scatto.”
I professionisti ritengono che gli scatti analogici possiedano comunque delle caratteristiche particolari che quelli digitali non hanno.
“Per quanto riguarda la qualità tecnica della fotografia, quella digitale ha sicuramente superato quella analogica nel campo della nitidezza dell’immagine. Una volta avevo preso una piccola macchina fotografica Olympus analogica e una digitale e per prova fotografavo i medesimi motivi con una e poi con l’altra. In quell’occasione avevo capito che la differenza sta nel fatto che una foto digitale che non è perfettamente nitida non vale niente. La fotografia analogica, invece, anche quando è nitida ha una morbidezza che quella digitale non ha.”

Martina Gisella

Quali sono le qualità di un bravo fotografo?
“Direi che, oltre all’’occhio’, deve avere pure tanta passione per questo lavoro e deve essere un po’ pazzo. È un bene essere curiosi e, soprattutto, non essere pigri. La pigrizia è un mio vizio. Inoltre, aiuta molto anche appartenere a una famiglia ricca (risata). Scherzi a parte, ai tempi in cui iniziavo a occuparmi di fotografia, l’attrezzatura era molto costosa, quindi avere dei genitori benestanti rendeva molto più facile il lavoro di un giovane fotografo.”
Lei si è diplomato alla Facoltà di Ingegneria. Come ha iniziato a occuparsi di fotografia?
“Avevo degli amici fotografi, tra cui anche Ranko Dokmanović, che all’epoca erano rinomati fotografi artistici, e poi in un periodo uscivo con una ragazza che faceva la modella. Ad un certo punto avevo deciso di scattarle qualche foto. Durante gli studi universitari avevo iniziato a occuparmi più seriamente di fotografia e, una volta conseguito il diploma di ingegneria, l’ho riposto nel cassetto e mi sono dedicato completamente all’arte fotografica.
Avevo iniziato in maniera piuttosto atipica. Di solito, i giovani fotografi iniziano la loro carriera collaborando con qualche rivista o giornale, mentre io ho cominciato a partecipare a mostre collettive assieme ad altri fotografi. Se avessi saputo di più del mondo della fotografia all’epoca in cui mi addentravo nei suoi meandri, credo che avrei rinunciato a occuparmene. Si tratta di un mondo davvero molto esigente. Quando mi recai a Milano per occuparmi di fotografia di moda ero convinto che sarei stato responsabile di tutti gli aspetti creativi del mio lavoro, mentre invece scoprii che questo lavoro comprendeva anche lo stilista, il redattore della rivista e altre persone con le quali bisognava collaborare.
L’esperienza milanese è stata bella e frustrante allo stesso tempo. Frustrante nel senso che a Milano, in quanto centro dell’industria della moda, arrivavano innumerevoli fotografi che speravano di compilare un book fotografico per potersi presentare ad altri mercati, dove venivano pagati meglio, in Giappone e in Germania. Personalmente, ero fortunato ad aver potuto contare sui contatti giusti per vivere questo tipo di esperienza, anche se forse avrei potuto fare di più se non fosse per la mia poca attitudine all’autopromozione.“
Ha trascorso un periodo anche a Los Angeles.
“Anche in California ero andato tramite certe conoscenze. Il mondo della moda è uguale ovunque, nel senso che è caratterizzato da un movimento continuo di modelli e fotografi. Dal punto di vista della vita quotidiana, non capisco come chiunque possa desiderare di vivere a Los Angeles, dove uno trascorre metà della vita in macchina. Nonostante ciò, anche questa è stata una bella esperienza.”
C’è qualche genere fotografico che preferisce?
“Mi rilassa molto fotografare i paesaggi. Prendere la macchina fotografica e andare a passeggio. Ultimamente sto pensando di andare sull’isola di Cherso per scattare dei paesaggi in luoghi deserti. Un giorno lo farò. Sto pensando pure di realizzare un ciclo di nudi con donne mature.”

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