Riconsiderare Fiume attraverso Massagrande

Riflettori sulla storia dello Stato libero di Fiume con la nuova edizione del volume dedicato alla sua crisi politica e presentato a Palazzo Modello

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Riconsiderare Fiume attraverso Massagrande
Marino Micich, Laura Marchig, Giovanni Stelli ed Enea Dessardo. Foto Ivor Hreljanović

È stato presentato l’altra sera presso la Comunità degli Italiani di Fiume il volume di Danilo Luigi Massagrande “Italia e Fiume 1921-1924. La breve e travagliata storia dello Stato libero di Fiume” (edito da La Musa Talia), ripubblicato nel 2024 dopo la prima edizione di alcuni decenni or sono, che riporta l’attenzione su una fase storica segnata da mutamenti politici e tensioni. L’incontro, introdotto dal presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, Enea Dessardo e dall’autrice Laura Marchig, ha ospitato gli interventi di Giovanni Stelli, presidente della Società di Studi Fiumani e Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo Storico di Fiume di Roma, i quali hanno ricostruito le dinamiche essenziali di quel periodo.

Una vicenda da approfondire

Marchig ha collegato l’incontro all’anniversario della fondazione dello Stato libero, avvenuta il 2 novembre 1920 in seguito al Trattato di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, esperienza definita breve ma radicata nella storia cittadina. Ha rimarcato che il tema centrale del convegno internazionale di quest’anno, tenutosi nell’Aula consiliare, era dedicato alle migrazioni in Europa, e che in quel contesto ha avuto modo di consultare il volume di Massagrande, riconoscendone il valore documentario. A sua detta, l’opera presenta nomi, date, elenchi utili per individuare i protagonisti. Da qui l’auspicio di una traduzione in croato, data l’assenza di programmi strutturati per la diffusione di simili materiali. Nella storiografia croata, ha ribadito, lo Stato libero risulta spesso ignorato o marginalizzato, mentre l’esodo viene descritto come semplice migrazione, una lettura che secondo la scrittrice necessita di confronto critico. Enea Dessardo, aprendo l’incontro, ha ricordato come la storia dello Stato libero sia in parte nota, ma ogni occasione pubblica offre spazio a nuove riflessioni. Un saluto è stato rivolto a Mladen Pantar, presidente dell’Associazione Stato libero di Fiume.

Memoria storica e critica

Nel suo intervento Micich ha evocato la figura di Massagrande, conservatore del Museo del Risorgimento di Milano e collaboratore della Società di Studi Fiumani. Tra i suoi contributi ha rilevato la riedizione del “Dizionario del dialetto fiumano” di Salvatore Samani e la pubblicazione “Verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume e del Consiglio Direttivo (1918-1920)”, tratti dall’archivio di Attilio Depoli. Ampio spazio è stato riservato alla sezione personale di Riccardo Zanella, oggi conservato a Roma in oltre venti faldoni, recuperati da ambienti umidi, e collegato alla relazione del 1995 di Micich sull’autonomia fiumana. Alcune letture della storiografia croata del dopoguerra, come quella dell’accademico Petar Strčić, che vedeva nel movimento autonomista un’anticipazione del fascismo, sono state giudicate infondate. Lo storico ha ricostruito il colpo di mano fascista del 3 marzo 1922, guidato da Francesco Giunta, con l’assalto alla sede degli autonomisti, gli scontri e le vittime. Zanella, uscendo con bandiera bianca, ottenne di lasciare la città per Portorè grazie alla mediazione del governo italiano. In chiusura, è stata ricordata la biografia di Zanella curata da Amleto Ballarini e recensita da Leo Valiani.

L’eredità istituzionale di Fiume

Giovanni Stelli ha inquadrato la vicenda dello Stato libero in un processo storico risalente all’antico regime. Il concetto di autonomia è stato riletto alla luce delle Städte unmittelbare, città soggette direttamente al potere centrale. Fiume, in questa prospettiva, si avvicina a realtà come Leopoli o Danzica, con una struttura giuridica fondata sugli Statuti ferdinandei del 1530 e sul Diploma di Maria Teresa. Le dispute con il Ducato di Carniola o sui Privilegi teresiani vanno comprese come questioni amministrative e fiscali. Un richiamo è stato fatto al rischio dell’anacronismo: la Rivoluzione francese avvia infatti un processo di uniformazione linguistica che, a partire dal 1792, vieta le lingue locali e impone la supremazia della lingua nazionale. È in questo passaggio che lo Stato moderno si definisce razionalizzando le differenze. Stelli ha citato Friedrich Meinecke e il suo volume “Cosmopolitismo e Stato nazionale. Studi sulla genesi dello Stato nazionale tedesco”, in cui si distingue tra Kulturnation e Staatsnation: la prima basata su un’identità culturale stratificata, la seconda sulla coincidenza tra lingua, cultura e Stato. Un verso della “Marseillaise” in cui l’esercito straniero è descritto come un mugghiare indistinto è stato indicato come esempio della retorica disumanizzante del nazionalismo. L’Europa orientale, percorsa da progetti antagonisti – grande Serbia, grande Croazia, grande Grecia – ha conosciuto frequenti collisioni. In questo contesto, Fiume ha conservato più a lungo la tradizione della Kulturnation, mentre la Staatsnation ha incontrato maggiori resistenze. La sua “Storia di Fiume” (2016) documenta questa dialettica.

L’ultima stagione della città autonoma

È stato ricordato Michele Maylender, sei volte podestà e fondatore dell’Associazione autonoma fiumana. La sua “Storia delle Accademie d’Italia”, in sei volumi pubblicati postumi dall’editore Cappelli, censisce quasi duemila accademie, incluse quelle di Fiume, Rovigno, Zara, Parenzo e Trieste. Secondo il relatore, la città non gli ha ancora riservato un riconoscimento toponomastico, il che è indecoroso. Citato anche Samuele Maylender, esponente socialista del movimento operaio fiumano. Il discorso si è concentrato sul 1905, anno della fondazione del circolo “La Giovine Fiume”, espressione dell’irredentismo italiano, e della Risoluzione fiumana, favorevole all’integrazione della città nella Croazia. Queste posizioni, minoritarie fino alla Grande guerra, si inscrivono in un contesto dissolto con il crollo degli imperi multinazionali. La fine dell’Impero asburgico e di quello ottomano cancellò i quadri giuridici in cui convivevano realtà eterogenee. Le guerre balcaniche, alimentate da nazionalismi antagonisti, ebbero nel secolo successivo effetti rovinosi. Dopo la guerra, l’idea di autonomia cittadina perse consistenza politica. Venuto meno il quadro imperiale, si aprì un bivio tra due Stati: Italia o Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Lo Stato libero, previsto dal Trattato di Rapallo sotto egida internazionale, fu un estremo tentativo di dare forma a una tradizione ormai in dissoluzione. Il suo epilogo riflette la crisi dell’ordine europeo, che non trovava più spazio per la pluralità delle città autonome.

 

Marino Micich con una copia del volume

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