Genova ha accolto dall’11 al 13 settembre il ventottesimo congresso nazionale dell’Associazione degli Italianisti, uno degli appuntamenti più significativi per gli studi letterari in Italia. Promosso dal Dipartimento di Italianistica, Romanistica, Antichistica, Arti e Spettacolo dell’Università di Genova e sostenuto da istituzioni locali e nazionali, l’incontro ha rappresentato un intenso crocevia intellettuale. Oltre seicento docenti, ricercatori e studiosi italiani e stranieri hanno animato tre giornate di confronto, articolate in cento panel e circa cinquecento relazioni, rendendo questa edizione la più partecipata della storia del congresso. Le tavole rotonde conclusive, dedicate all’attualità dei classici e alle prospettive dell’italianistica, hanno suggellato l’ampiezza del dibattito, ribadendo il valore della cultura umanistica come luogo di riflessione civile e politica.
La centralità del panel fiumano
Tra i momenti di maggiore spessore si è distinta la presenza del gruppo di studiose del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Fiume, riunite nel panel “La continuità del percorso letterario nella letteratura italiana di confine: il caso di Fiume”. La loro partecipazione ha offerto una prospettiva inedita, focalizzata su autori e opere appartenenti all’area quarnerina, realtà rimasta ai margini della storiografia letteraria nazionale. Si tratta di scrittori che hanno scritto in italiano, che hanno rappresentato con profondità le tensioni e le complessità di un territorio storicamente travagliato, e che tuttavia non hanno ricevuto una collocazione adeguata all’interno della letteratura italiana. Stranieri nelle patrie di adozione e stranieri in quelle di nascita, spesso ignorati, continuano a produrre pagine significative, testimonianza di un impegno che travalica i confini geopolitici.
La relazione della prof.ssa Gianna Mazzieri-Sanković, intitolata “Il ricongiungimento ossimorico di confine e cosmo: l’eredità letteraria di Osvaldo Ramous”, ha riportato al centro la figura di Osvaldo Ramous, autore poliedrico e rappresentante eminente della Fiume novecentesca. Attraverso l’analisi di passi scelti, la studiosa ha ricostruito il percorso di un intellettuale che seppe spaziare dalla poesia al romanzo, dal dramma al saggio, e che visse con lucidità la condizione di appartenenza alla minoranza italiana. L’autore emerge come ambasciatore culturale e difensore delle radici, ma anche come organizzatore di iniziative volte ad abbattere barriere ideologiche. La sua poetica, centrata sull’uomo, sul rapporto con il tempo e sulla fragilità dell’esistenza, risuona come un monito di universalità e cosmopolitismo, traccia di una letteratura di confine che si proietta oltre ogni delimitazione territoriale.
Una prospettiva contemporanea
La prospettiva contemporanea è stata introdotta dalla prof.ssa Corinna Gerbaz-Giuliano, che ha analizzato la produzione recente di Laura Marchig, scrittrice fiumana della seconda generazione dell’area istroquarnerina. La sua rubrica online “La scartaza”, composta in dialetto fiumano, rappresenta una testimonianza preziosa di una lingua in via d’estinzione, di radice istroveneta. Nelle pagine satiriche della Marchig, il vernacolo diventa strumento di autenticità espressiva e veicolo di critica sociale. L’autrice riesce a intrecciare la propria esperienza individuale con un’indagine pungente del mondo circostante, restituendo al dialetto una dignità letteraria e una vitalità che si oppone all’oblio. L’intervento ha sottolineato come la scrittura in dialetto non sia un residuo folklorico, bensì una scelta di resistenza culturale e di rinnovamento linguistico.
La studiosa Martina Sanković Ivančić ha affrontato le figure di Mario Schittar e Paolo Santarcangeli, evidenziando il passaggio da una Fiume crocevia di mondi a una città spopolata, segnata dal dopoguerra. Nei testi di Schittar la città appare popolata da marinai e intellettuali, da canti e superstizioni che animano la Cittavecchia, mentre nelle opere di Santarcangeli il ricordo diventa antidoto all’oblio. Fiume viene così restituita come città invisibile, luogo di memorie stratificate che nel tempo si trasformano in fantasmi. L’intervento ha messo in luce come la letteratura riesca a salvaguardare la sostanza di una città che nel 2020 è stata nominata Capitale europea della Cultura, riconoscimento che affonda le radici in quel passato cosmopolita evocato dagli scrittori. Infine, la dott.ssa Maja Đurđulov ha proposto una lettura dei racconti ramousiani sotto il titolo “’Lotta con l’ombra’. Lo scontro con la realtà nei personaggi dei racconti ramousiani”. La studiosa ha esplorato i conflitti interiori e le tensioni che abitano le figure letterarie di Ramous, evidenziando la sua capacità di tradurre in forma narrativa le difficoltà dell’uomo moderno, costretto a misurarsi con limiti e contraddizioni.
Una letteratura senza confini
Il contributo delle docenti fiumane ha restituito complessità e dignità a scrittori rimasti ai margini, ribadendo la necessità di una letteratura italiana senza confini, capace di riconoscere la ricchezza delle periferie culturali. Le opere di Ramous, Marchig, Schittar e Santarcangeli, insieme ad altri autori dell’area, mostrano come la letteratura possa diventare ponte tra epoche e comunità, custode di identità e insieme apertura verso orizzonti più vasti. Il congresso dell’ADI, nato nel 1996 e divenuto punto di riferimento per oltre mille docenti e ricercatori, ha confermato anche in questa edizione il proprio ruolo di spazio privilegiato per il dialogo e la ricerca. L’iniziativa genovese ha testimoniato come la cultura letteraria non sia un patrimonio da conservare passivamente, ma una forza viva che interroga il presente e lo orienta. In questo contesto la voce fiumana ha risuonato con particolare forza, dimostrando che i margini geografici e linguistici possono diventare centro di elaborazione critica e creazione artistica.

Foto: GENTILMENTE CONCESSA DA GIANNA MAZZIERI-SANKOVIĆ
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