“Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte… Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita… quella vita vera magari è proprio quella che si spacca… Io questo l’ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro… e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo…”.

La trasposizione teatrale del romanzo d’esordio di Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”, firmata dal Dramma Italiano, ha trovato spazio sul palcoscenico del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, in coincidenza con la XXV edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo (SLIM). Lo spettacolo è stato diretto e adattato da Valter Malosti, una delle voci più influenti del teatro contemporaneo italiano, capace di fondere sensibilità poetica e rigore drammaturgico. La produzione nasce dalla collaborazione tra il Dramma Italiano del TNC e l’Emilia Romagna Teatro Fondazione ERT/Teatro Nazionale, un incontro che unisce visioni e competenze differenti, dando vita a uno spettacolo di grande respiro e coesione.

Sogni, ruoli e musica
Il palcoscenico si veste di un minimalismo delicato e suggestivo: una sottilissima velatura di tulle trasparente separa la parte più vicina al pubblico, dove i personaggi narrano le proprie vite, dalla zona retrostante, in cui si svolgono le azioni della trama. Qui la storia prende corpo e si sviluppa, fedele allo spirito del romanzo, seguendo due filoni principali. Da una parte, i coniugi Dann e Jun Rail, il cui amore è scandito da abitudini singolari e straordinaria lealtà; dall’altra, il musicista Pekisch e il giovane orfano Pehnt, legati da un rapporto quasi paterno che scandisce crescita e destino.

Dario Battaglia interpreta il Signor Rail, uomo di curiosità instancabile e di idee utopiche, progetti come una ferrovia perfettamente dritta o il Crystal Palace, destinati a rimanere castelli di carta, simbolo della fragilità dei sogni umani. Accanto a lui, Beatrice Vecchione interpreta la Donna che scrive e Jun Rail, personaggi che incarnano al contempo la quotidianità e la dimensione immaginativa della loro vita domestica.
Mirko Soldano dà vita a Pekisch, musicista e inventore dell’umanofono, strumento singolare composto da persone che cantano ognuna una sola nota, creando così un organo umano collettivo, mentre Emily Popov Surian interpreta Pehnt, giovane che cresce sotto la guida del maestro. Leonora Surian Popov è la Vedova Abegg, custode dei segreti e dei destini del paese, mentre Andrea de Luca veste il mastro vetraio Andersson, figura silenziosa ma decisiva che affianca il Signor Rail nel suo confronto con la realtà. Gli altri interpreti arricchiscono il racconto con personaggi minori, ma essenziali per conferire profondità e continuità al mosaico scenico: Federico Palumeri veste l’architetto francese Hector Horeau, Giuseppe Nicodemo interpreta l’ingegnere Bonetti, Andrea Tich veste Bonelli, Jacopo Squizzato interpreta Brath, mentre il coro delle tre servette di Casa Rail, formato da Noemi Grasso, Aurora Cimino e Serena Ferraiuolo, accompagna e anima musicalmente le vicende del palcoscenico.

Equilibrio tra realtà è immaginazione
La regia di Malosti costruisce un equilibrio sospeso tra realtà e immaginazione. Gli attori mutano continuamente ruoli, oscillando tra narrazione e azione, trasformandosi da protagonisti delle loro vite a figure del racconto, in un gioco di estraniazione che immerge lo spettatore nella realtà sospesa di Quinnipak. La separazione tra il tulle e lo spazio retrostante suggerisce un doppio piano temporale: uno vicino e familiare, l’altro remoto e onirico, dove ciò che non si vede diventa potente quanto ciò che appare.
La lingua e la parola acquistano un ruolo centrale: il testo è ricco, musicale, capace di guidare lo spettatore senza bisogno di scenografie complesse. La musica esplode nei momenti di maggiore intensità: i cori solenni e gli assoli, come quello della Vedova Abegg, ricordano un canto liturgico che sottolinea il dolore e la perdita. La locomotiva Elizabeth, immaginaria e mai rappresentata fisicamente, diventa simbolo dei sogni e della mobilità impossibile dei personaggi: il pubblico è chiamato a costruirla con la propria fantasia, a “entrare” nel mondo di Quinnipak e a condividere le sfide e i desideri dei cittadini. Ma tutto questo non è che frutto dell’invenzione della Donna che scrive: per sfuggire alla durezza della vita reale, si rifugia in un paese immaginario, popolato da figure e vicende che le permettono di vivere liberamente e di dare forma ai propri sogni. È questa città inventata a rendere possibili le storie di Rail, Pekisch e Pehnt, trasformando la narrazione in un delicato equilibrio tra realtà e fantasia, tra desiderio e destino.

Castelli in frantumi, fantasia viva
Al cuore dello spettacolo, come del romanzo, c’è la forza dei sogni e dell’immaginazione, indispensabile per affrontare una vita spesso crudele e imprevedibile. Malosti impone con delicatezza un atto creativo condiviso: lo spettatore non osserva semplicemente, ma partecipa, immaginando e completando ciò che il palco suggerisce. Il finale, segnato dalla caduta dei castelli di carta, lascia una sensazione dolceamara: i desideri si infrangono, ma la vita, pur fragile, resta vibrante e piena di significato.
Il lungo e caloroso applauso finale ha testimoniato il coinvolgimento del pubblico, che ha seguito con attenzione le trasformazioni dei personaggi e l’eleganza del linguaggio scenico. “Castelli di rabbia” si conferma così non solo un adattamento fedele del romanzo di Baricco, ma anche una riflessione poetica sulla capacità dell’uomo di immaginare, creare e continuare a sognare, anche di fronte alla caduta dei propri castelli.


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