Quando Fiume, tra pro e contro, scelse il cuore della cultura

Come nell'Ottocento nacque il progetto del Teatro Comunale firmato Fellner & Helmer, che oggi, intestato a Ivan de Zajc, celebra 140 anni

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Quando Fiume, tra pro e contro, scelse il cuore della cultura
Il TNC «Ivan de Zajc» di Fiume con la statua del compositore Foto: Željko Jerneić

C’è stato un tempo in cui Fiume discuteva di teatro con la stessa passione con cui oggi si discute di politica o di calcio. Era la fine dell’Ottocento, un’epoca in cui le città dell’Impero austro-ungarico si misuravano tra loro non solo per l’industria o il porto, ma anche per la bellezza dei loro teatri: simboli di modernità, di eleganza e di civiltà. A Fiume, il dibattito su dove e come costruire il nuovo Teatro Comunale fu lungo, acceso, e denso di significati che andavano ben oltre le mura di un edificio. Già all’inizio del 1883 la questione era sulla bocca di tutti. La storica dell’arte Radmila Matejčić racconta che le discussioni iniziarono proprio allora, divise tra chi sosteneva la costruzione in zona Dolac e chi preferiva Piazza Ürmény. Alla fine prevalse la seconda ipotesi, quella che corrisponde alla posizione attuale del palazzo. Ma, come spesso accade nella storia, la realtà è più complessa di una semplice decisione urbanistica: dietro a quella scelta si nasconde un intreccio di ambizioni, rivalità, considerazioni economiche e visioni del futuro. La volontà di dotare Fiume di un nuovo teatro era legata alle vicende del vecchio Teatro Civico, l’ex Teatro Adamich, ormai obsoleto e pericoloso. L’incendio del Ringtheater di Vienna, che nel 1881 aveva provocato centinaia di vittime, aveva acceso l’allarme sulla sicurezza dei teatri europei. Da quel momento, nessuna città poteva permettersi leggerezze. Anche a Fiume, la discussione prese una piega decisiva il 13 ottobre 1882, quando il Consiglio cittadino si trovò a dover votare su cinque proposte fondamentali: chiudere definitivamente il vecchio teatro, costruirne uno nuovo e scegliere tra tre aree possibili. Sul tavolo c’erano la zona Dolac, l’area accanto al convento dei Cappuccini e piazza Ürmény. Le prime due decisioni – chiudere e ricostruire – furono approvate all’unanimità. Ma la scelta del luogo aprì un capitolo tortuoso. La zona Dolac appariva ideale per posizione, ma richiedeva demolizioni costose e opere infrastrutturali imponenti. Piazza Ürmény, invece, era un terreno comunale – quindi gratuito – ma instabile, soggetto ad allagamenti e, soprattutto, percepito come periferico rispetto al cuore pulsante della città. (I dati qui illustrati sono stati ripresi da una parte relativa alla genesi del Teatro Comunale di Fiume, raccontata dalla ricercatrice fiumana Nana Palinić nella sua monografia “Riječka kazališta” (I teatri fiumani) pubblicata nel 2016 per i tipi dell’Archivio di Stato di Fiume congiuntamente all’Università di Fiume e alla Facoltà di Edilizia di Fiume).

Già il giorno dopo la seduta, l’Ufficio tecnico comunale presentò al Consiglio i primi schizzi. I progetti rivelavano l’ambizione di un’amministrazione che guardava all’Europa. Il teatro in zona Dolac – oggi delimitata da via Fran Kurelac, Piazza della Repubblica, il Corso e via Barčić –, ad esempio, era pensato con la facciata rivolta a sud, circondato da una piazza semicircolare e da vie ordinate. Un’idea moderna, ma costosa: sarebbero serviti abbattimenti di quindici edifici privati. La seconda proposta, quella accanto ai Cappuccini, appariva più semplice, con l’edificio disposto lungo l’asse est-ovest, parallelo a via Alessandrina (oggi via Adamich). Ma anche qui i costi di esproprio erano alti. La terza ipotesi, piazza Ürmény, nemmeno venne disegnata. Ai consiglieri sembrava un luogo “sbagliato”, un terreno di riporto troppo vicino alla zona paludosa. Eppure, sarebbe stata proprio quella l’area scelta, ma solo dopo mesi di scontri e mediazioni.

Illuminazione elettrica
Nel frattempo, la modernità bussava alla porta. Durante le sedute consiliari si iniziò a parlare di elettricità – un concetto che, per l’epoca, aveva il fascino di una promessa futuristica. Il consigliere De Domini propose di installare l’illuminazione elettrica nel vecchio teatro, per guadagnare tempo e rimandare la costruzione di quello nuovo. Era la prima volta che la parola “elettricità” entrava ufficialmente nei verbali del Consiglio comunale. Fiume, del resto, non era estranea alla tecnologia: già nel 1838 l’ospedale di Santo Spirito possedeva una macchina elettrica a scopo terapeutico, e nel 1870 il Teatro Civico aveva acquistato un apparecchio per la luce elettrica. Nel 1881, l’ingegnere ungherese Károly Zipernowsky aveva persino testato con successo un sistema di illuminazione elettrica nel porto cittadino, mentre la fabbrica Siemens installava nuovi impianti nel Silurificio di Fiume. Era chiaro: la città stava entrando nella modernità, e il teatro ne sarebbe stato il simbolo.
Per decidere che tipo di edificio costruire, i consiglieri visitarono vari teatri europei. L’esempio che più li colpì fu quello di Brno, progettato dagli architetti viennesi Ferdinand Fellner e Hermann Helmer. Un capolavoro di neobarocco e ingegneria, completato in soli quindici mesi, con 800 lampade Edison che ne illuminavano gli interni. La sicurezza era all’avanguardia: sipari di ferro idraulici, canali di scarico, uscite di emergenza. Si parlava di quel teatro come di un miracolo tecnico e artistico, e presto divenne chiaro che Fiume voleva proprio loro – Fellner e Helmer – per il suo nuovo Teatro Comunale. Anche il teatro di Timișoara, altra loro opera, venne preso come esempio, sebbene privo di illuminazione elettrica. Le cifre circolavano tra stupore e preoccupazione: 300.000 fiorini per costruirlo, una somma enorme per un’amministrazione comunale di fine secolo.

I timori e le cifre
Le trattative con i proprietari dei terreni in zona Dolac e nell’area dei Cappuccini rivelarono cifre sorprendenti. Solo per l’acquisto della prima area Dolac, i privati chiedevano oltre 250.000 fiorini; per i Cappuccini, la cifra saliva a più di 320.000. Prezzi tali da scoraggiare anche i più entusiasti. Così, nel gennaio del 1883, il Municipio concluse che l’unica soluzione economicamente sensata era proprio quella che inizialmente nessuno voleva: piazza Ürmény. Ma il 22 gennaio, durante la riunione della Delegazione municipale, la proposta fu bocciata: cinque membri su dieci votarono contro. Il giorno dopo, un nuovo tentativo: quattro voti a favore di Ürmény, tre per Dolac, uno per i Cappuccini, uno per una soluzione “mista” e uno astenuto. Un pareggio perfetto che paralizzò le decisioni. A spiegare la diffidenza verso piazza Ürmény bastano le parole del quotidiano La Bilancia, che il 4 dicembre 1882 scriveva: “Che questo terreno non sia il più adatto, nessuno lo mette in dubbio, poiché si trova proprio al centro del traffico cittadino e, col passare del tempo, quando l’espansione urbana procederà nell’unica direzione possibile, cioè verso ovest, anche il centro della città si sposterà più a occidente”.
Era un giudizio urbanistico sorprendentemente lucido: già allora, Fiume sognava un’espansione verso ovest, dove oggi si trovano le aree commerciali e residenziali più moderne. Nel frattempo, si pensò di adattare il vecchio teatro e dotarlo di illuminazione elettrica. Si decise che il nuovo teatro sarebbe sorto su terreno comunale in piazza Ürmény. Il Consiglio affidò al Magistrato la gestione del sistema elettrico e la proposta di destinazione del vecchio teatro. Con quella seduta, si chiudeva un capitolo lungo e turbolento.

La scelta dei progettisti
Dopo mesi di accese discussioni sulla posizione del futuro teatro cittadino, la macchina amministrativa di Fiume si mise in moto per affrontare la seconda grande questione: a chi affidare il progetto del nuovo Teatro Comunale. Era l’inizio del 1883, e la città, proiettata verso un futuro moderno e dinamico, desiderava un edificio che non fosse solo un luogo di spettacolo, ma un simbolo di progresso, eleganza e prestigio culturale. All’interno del Consiglio municipale si discuteva animatamente: era meglio puntare su architetti locali o affidarsi all’esperienza consolidata dei grandi studi dell’Impero austro-ungarico? L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Giovanni de Ciotta, non lasciò spazio all’improvvisazione. Già nel novembre 1882 si erano analizzati i progetti di alcuni tra i teatri più innovativi del tempo – in particolare quelli di Brno e Timișoara – entrambi firmati dai viennesi Ferdinand Fellner e Hermann Helmer, due nomi che, all’epoca, erano sinonimo di qualità, funzionalità e raffinatezza architettonica.
Deciso a non perdere tempo, Giovanni de Ciotta scrisse personalmente allo studio Fellner & Helmer di Vienna, chiedendo la loro disponibilità a progettare il nuovo teatro di Fiume. Nella sua lettera, il sindaco ricordava i successi ottenuti dai due architetti nella costruzione di teatri moderni e sicuri, capaci di rispondere alle più recenti esigenze tecniche, come l’uso dell’illuminazione elettrica. La risposta arrivò poco dopo, tra la fine del 1882 e l’inizio del 1883. Fellner e Helmer si dissero “lieti di accettare l’invito” del Comune e si dichiararono pronti a realizzare tutti i disegni necessari, i preventivi e a fornire consulenza su ogni aspetto tecnico, mettendo a disposizione la loro esperienza maturata proprio a Brno. Non avrebbero diretto i lavori in prima persona, ma si offrirono di aiutare il Municipio nella scelta dell’impresa costruttrice e di supervisionare l’esecuzione. Il costo stimato, proposto da de Ciotta, era di circa 250.000 fiorini, una cifra ingente che tuttavia non spaventò i consiglieri più progressisti.
Mentre la corrispondenza con Vienna proseguiva, da Trieste arrivò una proposta inaspettata. L’ingegnere Ruggero Berlam, figlio del celebre architetto Giovanni Andrea, si presentò a Fiume per offrire i propri servizi. Forte dell’esperienza maturata con la progettazione del Teatro Fenice di Trieste e del Politeama Ciscutti di Pola (oggi Teatro popolare istriano), scrisse una lettera formale al sindaco in cui illustrava le sue competenze e la solidità delle sue opere, promettendo di mettere la sua abilità e quella del padre al servizio della città. La sua proposta arrivò però troppo tardi. Il 31 gennaio 1883 de Ciotta gli rispose con rammarico che la decisione era già stata presa. Il progetto sarebbe stato affidato a Vienna. Berlam, pur avendo presentato un curriculum di tutto rispetto, dovette accettare la sconfitta. A inizio febbraio, l’architetto Fellner giunse di persona a Fiume. Visitò il vecchio teatro, esaminò i progetti esistenti e, il 15 febbraio, partecipò alla seduta straordinaria della Delegazione municipale, durante la quale furono fissati i dettagli del programma progettuale e confermata ufficialmente la nomina dei due architetti viennesi. La decisione, approvata poi anche dal Consiglio comunale, chiuse definitivamente la questione. L’incarico per il nuovo teatro fu affidato allo studio Fellner & Helmer, che in quegli anni stava disegnando i più bei teatri d’Europa: da Vienna a Praga, da Brno a Reichenberg. Alla luce dei documenti d’archivio, si può affermare che solo due candidati furono realmente considerati: Fellner e Helmer da una parte, Ruggero (e forse Giovanni Andrea) Berlam dall’altra. Nessun architetto locale fu mai menzionato.
La scelta di Vienna segnò una svolta. Con essa, Fiume si mise idealmente in dialogo con le grandi capitali europee della cultura e dell’arte. La città non cercava più soltanto un teatro: cercava un manifesto architettonico del proprio futuro. E nella firma di Fellner & Helmer trovò la garanzia di una modernità capace di unire eleganza, tecnologia e ambizione civica – un marchio viennese che, ancora oggi, brilla sulla storia culturale della città.
l progetto del teatro
Definiti il luogo e i progettisti, Fiume poté finalmente guardare al futuro: nasceva il progetto del nuovo teatro cittadino. Il programma architettonico fu redatto con precisione dagli esperti dell’Ufficio tecnico e dai funzionari del Magistrato, sotto la guida attenta del sindaco Giovanni de Ciotta. Già nella prima lettera inviata allo studio viennese, de Ciotta fissava i criteri fondamentali: un edificio capace di ospitare 1.200 spettatori, dal costo non superiore a 250.000 fiorini, e costruito nello stile della pura rinascenza italiana, armonioso con il clima e l’eleganza mediterranea della città. Il teatro, spiegava il sindaco, doveva seguire il modello italiano: tre ordini di palchi, una galleria ad anfiteatro, un foyer sontuoso e, se possibile, una sala da ballo collegata. Poiché il terreno scelto si affacciava sul mare ed era sopraelevato, non si poteva prevedere un seminterrato: ogni spazio tecnico doveva essere ridotto o ripensato con ingegno. Quando Fellner e Helmer ricevettero le direttive, risposero prontamente, apportando alcune modifiche. Il preventivo fu rivisto a 300.000 fiorini, includendo l’illuminazione elettrica – una novità assoluta per l’epoca – ma non la scenografia. Ai due architetti venne affidata anche la supervisione completa dei lavori, con un compenso del 6% sull’investimento, più un piccolo alloggio per il loro ingegnere residente a Fiume. I tempi erano strettissimi: cinque settimane per gli schizzi preliminari e tre mesi per il progetto definitivo.
Nel febbraio 1883, Fellner tornò in città per presentare i primi disegni. La delegazione municipale ne fu entusiasta: la facciata monumentale, la distribuzione razionale degli spazi e la cura della sicurezza colpirono subito i tecnici e i cittadini. Qualche lamentela nacque solo per l’assenza della sala da ballo e la posizione delle logge del governatore e del sindaco, ma de Ciotta difese la scelta degli architetti, più moderna e funzionale. Il progetto venne esposto pubblicamente nell’atrio del Municipio: la città poteva finalmente vedere il volto del suo futuro teatro. Nello stesso periodo, la ditta Ganz & Co. di Budapest offrì di installare l’impianto di illuminazione elettrica; un’altra proposta arrivò dalla rappresentanza ungherese della Edison, ma non ebbe seguito. Tra aprile e giugno, Fellner e Helmer completarono i disegni definitivi in tempi record. Il costo finale ammontava a 313.831 fiorini, e il progetto venne accolto con entusiasmo. La costruzione, spiegavano gli architetti, sarebbe stata “un gioiello neorinascimentale”, con una facciata principale sontuosamente decorata e le altre tre più sobrie, ma armoniose.
L’interno, invece, rompeva la regola: se l’esterno celebrava la misura classica, l’interno esplodeva in un neobarocco teatrale e luminoso, fatto di stucchi, dorature e grandi volumi. Il foyer e la sala, a doppia altezza, formavano un percorso scenografico culminante nell’auditorium a ferro di cavallo, alto oltre sedici metri. Tutto era pensato per la bellezza, ma anche per la funzionalità: accessi ampi, scale multiple, spazi tecnici ben distribuiti e un palco dotato di macchinari idraulici Asfalaia, tra i più innovativi d’Europa, in grado di sollevare sezioni della scena e creare effetti prospettici sorprendenti. Il progetto del nuovo teatro fiumano non era solo un piano edilizio, ma una dichiarazione d’intenti. In quelle tavole si condensava la visione di una città che voleva elevarsi al rango delle grandi capitali culturali europee. L’equilibrio tra eleganza italiana, ingegneria viennese e spirito cittadino diede vita a un capolavoro che ancora oggi racconta il sogno di una Fiume moderna, luminosa e orgogliosa della propria arte.

Lavori in estate
I lavori iniziarono ufficialmente nel corso dell’estate. Gli architetti viennesi inviarono sul posto un proprio rappresentante, l’ingegnere Eduard Feller, incaricato di coordinare le maestranze e vigilare sulla corretta esecuzione del progetto, mentre la direzione tecnica fu affidata all’ingegnere municipale Antonio Lenaz. Il terreno di piazza Ürmény richiese un imponente intervento di consolidamento: le fondamenta furono rinforzate con ghiaia e calcestruzzo, e il livello della piazza venne rialzato per evitare gli allagamenti che un tempo ne avevano compromesso la stabilità.
Nel giro di pochi mesi l’imponente struttura cominciò a delinearsi. Alla fine del 1884 erano completate le murature perimetrali e la copertura, e si passò quindi alle decorazioni interne. Le superfici vennero affidate a maestri artigiani provenienti da Vienna e da Trieste, specializzati in stucchi e dorature. Gli arredi scenici, invece, furono realizzati da Giuseppe Brioschi, noto scenografo di origini triestine, collaboratore del Burgtheater. L’attenzione ai dettagli e la qualità dei materiali riflettevano il livello d’eccellenza che la committenza cittadina si aspettava da un’opera di tale prestigio. Uno degli aspetti più innovativi riguardava l’introduzione della luce elettrica, elemento che avrebbe reso il nuovo teatro uno dei più moderni dell’Impero austro-ungarico. Dopo aver valutato diverse offerte, la commissione municipale scelse la ditta Siemens & Halske, che progettò un impianto di 800 lampade a incandescenza alimentate da un generatore indipendente, collocato in un edificio secondario dietro la scena, a garanzia della massima sicurezza. Il sistema, basato sulla tecnologia Edison, fu completato nella primavera del 1885 e collaudato con pieno successo durante l’estate.
Gli interni del nuovo edificio si distinguevano per la sontuosità delle forme e la raffinatezza dei dettagli. La sala principale, concepita a ferro di cavallo e capace di ospitare 1.200 spettatori, combinava armoniosamente decorazioni in oro e velluti rossi, mentre il soffitto era ornato da affreschi che raffiguravano allegorie delle arti e delle muse. Il grande sipario, dipinto dal viennese Franz Matsch, raffigurava il trionfo dell’arte drammatica, e le volte furono decorate da due giovani artisti destinati a fama mondiale: Gustav ed Ernst Klimt. L’intervento del trio Matsch-Klimt, parte della Künstler-Compagnie viennese, rappresentò uno dei primi esempi di collaborazione tra pittura e architettura in un contesto teatrale dell’Impero, conferendo al teatro fiumano un valore artistico di eccezionale rilievo.

Gli aggiornamenti sulla stampa
La stampa cittadina seguiva con entusiasmo il procedere dei lavori, pubblicando regolarmente aggiornamenti e illustrazioni dei progressi del cantiere. Le cronache del tempo parlavano di un’opera “che avrebbe collocato Fiume tra le capitali culturali dell’Adriatico”, esaltando l’efficienza con cui gli architetti viennesi avevano tradotto in realtà un progetto ambizioso. L’acustica della sala, testata nelle prove generali, risultò straordinaria, grazie alla sapiente combinazione di materiali lignei e strutture curve che amplificavano la resa sonora.
Finalmente, dopo due anni intensi di lavori, il 3 ottobre 1885 si tenne l’inaugurazione ufficiale del nuovo Teatro Comunale di Fiume. Alla cerimonia parteciparono le massime autorità cittadine e imperiali, tra cui il sindaco Giovanni de Ciotta, artefice e promotore dell’intera impresa, e il governatore barone de Wickenburg. L’evento attirò un pubblico numerosissimo, e l’atmosfera era carica di orgoglio e attesa. La serata inaugurale si aprì con un breve discorso del sindaco, che ricordò come il teatro fosse “frutto di perseveranza e di fede nel futuro della città”, seguito dall’esecuzione dell’Aida di Giuseppe Verdi, scelta per la sua monumentalità e per la potenza simbolica della rinascita artistica che rappresentava. La critica fu unanime nel riconoscere il successo dell’opera. I giornali locali scrissero che il teatro fiumano poteva “gareggiare per eleganza e modernità con quelli di Vienna e di Brno”, sottolineando la perfetta armonia tra l’impianto architettonico e la funzionalità tecnica. La Bilancia commentò che “Fiume ha conquistato il suo tempio delle arti”, mentre Il Pensiero Fiumano definì l’edificio “la più luminosa manifestazione del genio municipale”. Da quel momento, il nuovo teatro divenne il cuore pulsante della vita culturale cittadina. Ospitò stagioni d’opera, operette, concerti e rappresentazioni drammatiche, accogliendo compagnie provenienti da Vienna, Milano, Trieste e Budapest. La sua presenza contribuì in modo decisivo a rafforzare l’immagine di Fiume come città colta, moderna e cosmopolita. La costruzione del Teatro Comunale – poi divenuto Teatro Verdi – rappresentò così il compimento di un lungo percorso iniziato tra polemiche e incertezze, ma conclusosi con un risultato che univa arte, ingegneria e ambizione civile. L’edificio non fu soltanto un luogo di spettacolo: divenne un simbolo tangibile dell’identità fiumana, testimone di un’epoca in cui la città volle misurarsi con l’Europa delle grandi capitali culturali.

Limiti
Negli anni successivi all’inaugurazione, il nuovo teatro divenne il fulcro della vita culturale cittadina, ma la rapidità con cui era stato progettato e costruito cominciò presto a mostrare i suoi limiti. Le innovazioni tecniche, in particolare l’impianto elettrico, richiesero frequenti interventi di manutenzione e adeguamento. Nel 1890 i vecchi generatori a dinamo furono sostituiti con modelli più efficienti prodotti dalla ditta berlinese Zöpke: più compatti, silenziosi e capaci di generare maggiore potenza con minore consumo. Dopo le prime prove e qualche inevitabile guasto di assestamento, il sistema tornò a funzionare perfettamente, rimanendo in uso fino al 1897, quando il teatro fu finalmente collegato alla rete elettrica cittadina.
Nel 1912 vennero rinnovati gli impianti elettrici e la centrale termica; poco dopo, nel 1913, la sala fu ristrutturata e il teatro assunse ufficialmente il nome di “Teatro Comunale Giuseppe Verdi”. Seguì un periodo di grande attività, interrotto solo dalle trasformazioni politiche che portarono Fiume nel Regno d’Italia. Negli anni Trenta, in applicazione delle nuove normative italiane, il Comune decise una ristrutturazione generale: furono eliminati alcuni palchi laterali per ampliare la platea, rinnovati gli arredi e modernizzato l’impianto scenico, con l’introduzione di un nuovo sistema elettrico e una panoramica per le grandi opere liriche. I lavori si protrassero fino al 1943, nonostante le difficoltà della guerra.

Il soffitto del Teatro con i dipinti di Gustav ed Ernst Klimt e Franz Matsch Foto: Željko Jerneić

Oggi
Dopo il 1945, il teatro assunse il nome di “Teatro Nazionale – Teatro Popolare”, ospitando per la prima volta compagnie stabili in lingua croata e italiana. L’edificio, però, non era nato per una struttura permanente: gli spazi per prove e magazzini erano insufficienti e, dopo i bombardamenti, si rese necessario un completo riassetto. Nel 1953 il teatro fu ribattezzato “Teatro Nazionale Ivan de Zajc”, ma già alla fine degli anni Sessanta versava in condizioni precarie. Una grande ristrutturazione, avviata nel 1970 e protrattasi per oltre un decennio, restituì splendore all’edificio. Lo studio “Rijekaprojekt” curò l’intervento, consolidando le fondamenta, rinnovando gli impianti e introducendo moderni dispositivi scenici: un palcoscenico girevole di nove metri, ponti mobili, sistemi computerizzati di illuminazione e comunicazione interna. Pur con alcune scelte discutibili, come la sostituzione del tradizionale velluto rosso con un marrone scuro, il teatro ritrovò la sua piena funzionalità e divenne di nuovo uno dei simboli architettonici e culturali della città.
Oggi il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” rimane testimonianza viva del genio tecnico e artistico di Fellner e Helmer: un capolavoro neobarocco concepito nel segno del progresso e capace, ancora dopo più di un secolo, di raccontare la storia di una città che volle misurarsi con le grandi capitali della cultura europea.

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