Premuda, strategia ed eroismo. Capolavoro di Luigi Rizzo e della Marina italiana

Il 10 giugno, giorno dell’Impresa di Premuda, andata a segno in una fase cruciale della Prima guerra mondiale, si celebra la Giornata della Marina Militare italiana. Il capitano di corvetta Luigi Rizzo si rese protagonista di diverse imprese eroiche sfruttando le brillanti capacità tecniche del Motoscafo Anti Sommergibile (o Motoscafo Armato Silurante). Gioiellino italiano in grado di raggiungere i 24 nodi, particolarmente adatto ai fondali bassi, progettato per azioni di sminamento e forzamento dei porti austriaci, oltre che al pattugliamento contro i mezzi sottomarini impiegati in maniera sempre più cospicua dall’impero asburgico. Allora, nel giugno di un secolo fa, due MAS sotto il comando di Rizzo e del guardiamarina di complemento Giuseppe Aonzo, intercettarono l’imponente flotta austriaca al largo dell’isola di Premuda; manovrati con estrema perizia, riuscirono ad affondare la corazzata Szent István (nella storiografia italiana nota anche come Santo Stefano) della k.u.k. Kriegsmarine, nave ammiraglia della flotta austriaca uscita dal porto di Pola con l’obiettivo di contrastare il dispositivo militare italiano nel Canale d’Otranto. La piccola formazione navale, al comando di Rizzo, era salpata da Ancona nel pomeriggio del giorno precedente e all’alba del 10 giugno stava per tornare alla base, quando la squadra navale austriaca si profilò all’orizzonte. Rizzo non esitò un istante: i siluri del suo MAS e di quello comandato da Aonzo colpirono in pieno la Santo Stefano. I MAS riuscirono a sfuggire alla reazione austriaca e a tornare indenni alla base. L’impresa di Premuda determinò una svolta decisiva nella Grande Guerra Mondiale, soprattutto sotto l’aspetto “morale”, poiché i comandanti della flotta avversaria, da quell’evento in poi, furono indotti ad assumere un atteggiamento più prudente sotto il profilo della condotta delle operazioni navali in alto mare. Giunto nel periodo più buio del conflitto, l’evento sancì la supremazia navale della Regia Marina e permise di ottenere il completo controllo del mare Adriatico, spalancando le porte al vittorioso epilogo. È uno degli episodi della Prima guerra mondiale che destarono maggiormente l’attenzione dell’opinione pubblica italiana e che più furono celebrati dalla retorica patriottica di quel tempo.

Partiamo però dalla primavera del 1918, quando le sorti della guerra italiana appaiono ancora in bilico. Dopo due anni di attacchi frontali, gli austriaci chiamano in aiuto i tedeschi: seguono, nell’ordine, la disfatta di Caporetto – con le sue innumerevoli perdite, la ritirata forzata da quelle cime faticosamente sottratte agli austriaci e l’avanzamento di persone inadatte al comando, Badoglio in primis, che aveva causato un contraccolpo sul morale delle truppe al fronte minandone profondamente la fiducia, con l’esito del più grande cimento d’Italia che sembrava tristemente scritto – e i successi difensivi italiani del Piave e del Monte Grappa. Il 1º marzo 1918 il giovane ammiraglio Horthy assume il comando della Imperial-Regia Marina austro-ungarica. Il capo di Stato Maggiore della Marina Italiana, ammiraglio Paolo Thaon di Revel, conoscendo la mentalità e i precedenti dell’avversario, giudica tale nomina come annuncio di un probabile e imminente cambio di atteggiamento, prevedendo che alla usuale prudenza del nemico sarrebbe seguito un colpo di testa. Il motivo è chiaro: Vienna era alla fame, peggio ancora di Berlino. La Russia si era arresa, ma non c’era modo di portare il suo grano e il suo petrolio oltre il Danubio, a causa del controllo del Mediterraneo esercitato dall’Italia e dai suoi alleati.

La sera del 9 giugno 1918

Il morale dei marinai asburgici è dunque sotto i tacchi. Gli austriaci pianificano così una spettacolare incursione contro il dispositivo mobile di sbarramento del canale d’Otranto, messo in atto dalla Marina italiana con la collaborazione degli anglo-francesi sin dall’inizio della guerra. Gli asburgici, volevano sorprendere gli italiani, ottenendo un successo da rivendere, nella propaganda, come una seconda Lissa. Nella prospettiva di un’azione nemica, l’ammiraglio Thaon di Revel emanò un sintetico dispaccio, preavvisando i comandi della Marina che la linea di condotta degli austro-ungarici potrebbe essere tale da esporre “…a delle imprudenze delle quali dobbiamo essere pronti ad approfittare… si approfitterà di ogni mossa nemica per attaccare coi sommergibili, cacciatorpediniere, torpediniere e MAS.”
La sera del 9 giugno 1918, il capitano di corvetta Luigi Rizzo, già affondatore, a dicembre, della corazzata austriaca Wien, riceve l’ordine di uscire in mare con una sezione di MAS, il 15 e il 21. Si tratta del “solito incarico: esplorazione, agguato e ricerca mine”. Mentre le piccole unità italiane muovono verso la zona di pattugliamento, a loro insaputa la flotta imperiale è uscita in forze dal porto di Pola, dirigendo verso sud. Sono ben 45 unità, tra le quali tutte le navi da battaglia disponibili. Il 10 giugno 1918, i MAS 15 e 21 sono al largo della piccola isola Premuda. Alle ore 3.15 del mattino gli italiani avvistano “…una grande nuvola di fumo nero all’orizzonte”. Non riuscendo ancora a distinguere il tipo di navi, ed escludendo che si possa trattare di unità italiane, il Rizzo suppone legittimamente che si tratti di cacciatorpediniere avversari in esplorazione. Senza esitazione, il comandante italiano ordina di prevenire la minaccia avvicinandosi di nascosto alle navi avversarie, per attaccarle di sorpresa e aprirsi la strada del ritorno combattendo. Rizzo segnala al guardiamarina Aonzo di prepararsi per l’attacco.
È appena quando arrivano vicino al nemico che Rizzo si accorge dell’inesattezza dell’ipotesi fin lì formulata: quelle che hanno davanti sono due grandi navi da battaglia scortate da nove imbarcazioni più piccole che le proteggono di prora, a poppa e sui fianchi. Sopra ognuna delle due corazzate si distinguono i dodici cannoni da 305, i due caratteristici fumaioli appruati, le sagome delle torri corazzate con le torrette per i telèmetri… È la squadra navale da battaglia austriaca. Una situazione irripetibile, una “preda” irrinunciabile per l’Asso dei MAS col gusto della caccia, che senza esitare e con lucida consapevolezza dell’evidente sproporzione delle forze in campo, sfida comunque le due corazzate. Poche parole a bassa voce, i due MAS procedono alla minima velocità, onde attutire i rumori dei motori ed evitare che potessero essere visibili i “baffi” d’acqua (i due caratteristici alti spruzzi di spuma che si formano di solito a sinistra e destra degli scafi) che, sicuramente, avrebbero potuto tradire la loro presenza. Gli italiani passano così tra due torpediniere di scorta senza essere visti, merito di una buona cinematica e di grande perizia marinaresca. Siamo nel cerchio di lancio. Fuori! I siluri scendono in acqua, l’angolo è perfetto, da manuale. La distanza stimata di circa 300 metri.

Luigi Rizzo
Colpito in pieno lo Szent Istvàn

Ore 03.31, i due siluri scoccarono contemporaneamente, colpendo in pieno la Szent Istvàn: il siluro di destra aveva centrato la nave fra il primo ed il secondo ciminiere, quello di sinistra fra il ciminiere poppiero e la poppa, sollevando due grandi nuvole d’acqua e di fumo nerastro contro il fianco destro della corazzata. La nave austriaca, presa alla sprovvista, non riuscì ad eseguire alcuna manovra per evitare i due siluri. E, sul momento, non si ebbe neppure alcuna reazione. Com’è facile immaginare, l’attacco italiano colse di sorpresa tutti gli uomini della Szent Istvàn: nel momento in cui avvenne, infatti, metà dell’equipaggio dormiva e l’altra metà, pur vegliando, aveva un livello di attenzione alquanto basso.
Nel frattempo, l’altro MAS, alla guida di Giuseppe Aonzo, era riuscito a penetrare attraverso uno dei varchi creatisi all’interno della formazione nemica. Avvicinatosi il più possibile alla Tegetthoff, dalla distanza di 450 – 500 metri, Aonzo comandò il lancio di due siluri contro la corazzata. Ma, purtroppo per lui, non ebbe fortuna: il siluro di destra, infatti, partito regolarmente, esplose in prossimità della poppa della Tegetthoff, senza arrecare gravi danni; quello di sinistra, invece, a causa dell’incompleta apertura della tenaglia, partì in ritardo, non riuscì a raggiungere l’obiettivo e non esplose. La nuova fortissima detonazione ebbe l’effetto di provocare il massimo disordine nella squadra navale austro-ungarica. Se fosse stata colpita dal secondo siluro lanciatole contro dal MAS di Aonzo, per la Tegetthoff non avrebbe potuto esserci scampo, come ammise in seguito nella sua relazione lo stesso comandante della nave austriaca.

Scarichi di siluri ma carichi d’onore

Mentre il fumo dell’esplosione avvolgeva la Szent Istvàn colpita a morte, il MAS di Rizzo e quello di Aonzo, procedendo a tutta velocità, iniziarono a cercare di sganciarsi dalla formazione nemica, lanciandosi verso il medesimo varco attraverso cui erano penetrati. La loro presenza in quelle acque, però, dopo ciò che era accaduto, era ormai divenuta evidente agli Austriaci e si trovavano in una condizione terribile, chiusi all’interno della cerchia delle navi nemiche.
Con grande prontezza di spirito, riuscirono a sottrarsi alla morsa. Alle 7 del mattino del 10 giugno i mezzi di Rizzo e Aonzo facevano il loro ingresso trionfale nel porto di Ancona. Il Semaforo di Monte Cappuccini, appena avvistati, viste le grandi bandiere issate sui MAS intuì la vittoria e ne diede notizia al Comando Marina di Ancona con il famoso telegramma, vibrante di entusiasmo: “Miglia 15 N–NE, due motoscafi scarichi di siluri ma carichi di onore e gloria dirigono in porto”. Un’ora prima la Szent Istvàn era affondata, adagiandosi sul fondo marino in un punto a sei miglia circa di distanza dall’isola di Premuda, a una profondità di circa 70 metri sul fondo sabbioso del Mare Adriatico. Come riferirà il comandante della Tegetthoff: “Si osservò sulla dritta della Szent István un lampo di luce accompagnato dal tuono di un’esplosione”. La Tegetthoff, colpita dal MAS di Aonzo, si salverà solo per un difetto di funzionamento della spoletta di un siluro, che la colpisce senza esplodere. In seguito, si seppe che a bordo della corazzata furono fatti imbarcare dei cronisti austriaci che avrebbero dovuto filmare il facile trionfo, ma le immagini da loro raccolte testimonieranno di un ben altro esito. Le navi austriache vennero definitivamente richiamate in porto e non furono più impiegate nella restante parte del conflitto.

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