«Per un musicista i concerti sono passione e vita»

Chiacchierata con il jazzista e polistrumentista Zoran Majstorović che in questo strano 2020 ha diversi motivi per sentirsi soddisfatto

Il jazzista e polistrumentista fiumano Zoran Majstorović ha diversi motivi per sentirsi soddisfatto in questo strano e tormentato 2020. Oltre ad essere stato coinvolto nella parte musicale del progetto Fiume Capitale europea della Cultura, il mese scorso ha tenuto all’Export in Delta, tra le sue altre esibizioni, il concerto Musical Migrations assieme all’ensemble JazzIstra Orchestra. In quell’ambito ha proposto sei brani composti durante i due mesi di lockdown in primavera, mentre la ciliegina sulla torta è giunta alla fine di settembre, quando è stato insignito del premio Status come migliore strumentista nella categoria della musica etno e popolare. Di recente ha gestito il segmento musicale del Porto Etno Festival e lo abbiamo pure potuto vedere nella band che ha curato lo sfondo musicale dello spettacolo del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” Gospođa ministarka (Signora ministra), per il quale aveva composto la colonna sonora. Oltre a suonare e a comporre da quasi 25 anni, Mastorović si occupa anche di arrangiamenti, insegnamento e quant’altro. Durante una piacevole chiacchierata abbiamo conosciuto più da vicino questo talentuoso e indaffarato musicista, il quale ci ha pure confidato che i suoi nonni, residenti a Cantrida, erano italiani dell’Albonese e portavano il cognome Derossi. Il musicista parla molto bene la lingua italiana, il che gli è stato di aiuto durante gli studi a Trieste ed è un grande vantaggio ai concerti e nelle collaborazioni che porta avanti in Italia.

Composizioni nuove

“Il mio concerto Musical Migrations all’Export in Delta è stato uno dei progetti selezionati nell’ambito del concorso pubblico di Fiume CEC bandito l’anno scorso – esordisce il musicista -. Il concerto è stato registrato e verrà trasmesso dalla Radiotelevisione croata (HRT), il che mi rende molto felice trattandosi di composizioni nuove. In quell’ambito ho suonato in tutto nove strumenti e questo è stato il mio primo concerto con un’orchestra jazz. In passato avevo già collaborato con orchestre jazz, ma questa è la prima volta che ho tenuto un concerto con un complesso che eseguiva le mie composizioni. Oltre ad averle scritte, le ho anche arrangiate per questo organico. Gran parte di queste composizioni è nata durante il periodo di quarantena. Per quanto riguarda Porto Etno, sono coinvolto nel suo segmento musicale già da diversi anni.”

In quale misura il lockdown ha influito sul tuo lavoro e sulla tua creatività?

“Ha influito notevolmente. Dal punto di vista creativo, direi che ha avuto un impatto positivo su di me e sui miei colleghi. Infatti, abbiamo sfruttato il periodo di quarantena per dedicarci di più al lavoro creativo. Ovviamente, tutti i concerti programmati in precedenza sono dovuti essere cancellati o almeno rimandati, il che ha naturalmente influito negativamente sui guadagni. Da libero professionista, l’unica fonte di guadagno per me sono i concerti e i diritti d’autore ed è logico che la quarantena ha avuto un impatto negativo in questo contesto. Durante l’estate sono riuscito, però, a recuperare un po’ lavorando a tre festival: Sunday Jazz & World Music sull’isola di Veglia, il Festival della chitarra a Castua, nell’ambito del quale tengo ormai tradizionalmente un laboratorio di chitarra, e il Festival Štikla, organizzato in seno alla manifestazione Cantrida, quartiere europeo della Cultura. Devo anche dire che gran parte della mia attività concertistica si svolge fuori dai confini della Croazia, ovvero in Slovenia, Italia, Ungheria, Serbia, Austria, Italia e via dicendo. Quest’anno non mi è stato possibile viaggiare, per cui ho dovuto concentrarmi sulla Croazia e sull’Istria e sul Quarnero.”

Una delle conseguenze della pandemia e delle restrizioni epidemiologiche è la riduzione del numero di spettatori ai concerti. In quale misura è possibile mantenere l’attività concertistica in queste condizioni e qual è la tua opinione sul futuro della musica dal vivo?

“I musicisti devono esibirsi perché i concerti non sono per loro soltanto una questione esistenziale, ma anche una passione. I concerti sono la loro vita. Considerata la situazione, in questo momento non è possibile esibirsi come siamo abituati, ma sono sicuro che i concerti continueranno a venire organizzati, se non altro online, o per un numero limitato di persone. Ritengo che questa attività debba proseguire perché, in fin dei conti, la vita va avanti. Se le persone possono ritrovarsi nei centri commerciali, allora non vedo alcuna ragione perché non possano frequentare anche le sale concertistiche attenendosi alle misure antiepidemiche. È essenziale un’organizzazione più oculata, mentre noi musicisti dobbiamo essere più cauti. Considerato che i posti a sedere nelle sale concertistiche sono dimezzati o addirittura ridotti a un terzo della capienza complessiva, sarebbe forse opportuno organizzare due date di un medesimo concerto. In questo contesto sarebbe importante poter contare sulla solidarietà all’interno dell’industria musicale, ovvero far sì che i tecnici del suono e altri professionisti coinvolti nella realizzazione di un concerto accosentano di percepire il medesimo onorario per due giorni di lavoro invece di uno, come era il caso prima della pandemia. Sarebbe un modo di continuare con questa attività, anche se si lavorerebbe il doppio.”

Ti sei formato al Conservatorio di musica “Giuseppe Tartini” di Trieste. Da dove l’amore per il jazz?

“Effettivamente, il Conservatorio è stato soltanto una tappa nella mia formazione musicale. Ho iniziato a suonare la chitarra da bambino, assieme a mio padre, anche lui musicista, che suonava spesso con i suoi amici a casa nostra. A dodici, tredici anni suonavo nelle demo band e qualche anno più tardi iniziai a suonare con il gruppo Teens (la cui cantante Claudia Beni si esibì all’Eurosong nel 2003, nda). Rimasi con loro per quasi sette anni. Nel complesso suonavo il pop-rock, ma parallelamente studiavo il jazz con Darko Jurković Charlie. Dopo ancora qualche anno trascorso con delle cover band, decisi di andare a studiare jazz al Conservatorio di Trieste. Negli anni trascorsi a Trieste appresi tutti i segreti del mestiere e sono molto felice di questa esperienza, che non è stata soltanto musicale. Occuparsi di musica, infatti, non vuol dire soltanto suonare, ma anche organizzare concerti, viaggiare, ecc. Durante gli studi instaurai numerose amicizie e collaborazioni, per cui anche da questo punto di vista l’esperienza a Trieste è stata preziosa.

Per quanto riguarda il jazz, credo che l’amore per questo genere di solito viene in un certo senso tramandato in famiglia. Nel mio caso, i miei genitori ascoltavano tantissima musica, dai Deep Purple ai Led Zeppelin, da Ella Fitzgerald a Billie Holiday, Frank Sinatra, Louis Armstrong, James Brown, ecc. Ebbi così l’occasione di sentire tantissimi generi di musica e con il tempo continuai ad esporare il jazz ascoltando anche i brani strumentali di Chet Baker, Charlie Parker e tanti altri.”

Oltre alla chitarra, suoni anche una serie di strumenti provenienti da diverse tradizioni popolari…

“Il mio interesse per gli strumenti tradizionali di altre culture nacque quando un amico che navigava mi portò quindici anni fa dalla Siria un liuto arabo. Lo strumento non era di particolare qualità, era più un souvenir, ma mi innamorai del suo timbro. Successivamente cominciai ad acquistare strumenti popolari durante i miei viaggi e ampliare così la mia collezione, che cresce continuamente e ora conta una ventina di strumenti che provengono da tutti i continenti. Ciascuno di questi strumenti ha le sue particolarità e molte delle mie composizioni sono state scritte appositamente, tenendo conto delle loro caratteristiche. Al mio concerto all’Export sono stati eseguiti brani che ho scritto per ciascuno di questi strumenti popolari: l’oud, la mandolina, la kora africana, l’ukulele, il saz turco e la cosiddetta cigar box guitar. Quando si compone per un determinato strumento, è indispensabile conoscere bene le sue possibilità e caratteristiche.”

La scena jazz di Fiume e della nostra Regione è considerata la più forte in Croazia accanto a quella zagabrese. Sei d’accordo con questa affermazione?

“Assolutamente. La scena fiumana è la più vibrante e la più ricca in Croazia accanto a quella di Zagabria. Fiume è riconoscibile per il rock, ma credo che negli ultimi decenni lo sia diventata anche grazie ai musicisti jazz che vi operano e che curano diversi stili. A Zagabria operano più ensemble professionali, trattandosi di una città molto più grande, ma la loro mancanza a Fiume non influisce negativamente sulla scena musicale fiumana. Ogni anno, qui vengono pubblicati diversi album di jazz, rock e pop, che è un altro segno della vitalità di questo ambiente musicale. Inoltre, vivere a Fiume è ideale per un musicista perché gli permette di collaborare con i suoi colleghi, il che è una cosa molto importante per la crescita e la creatività di tutti. In secondo luogo, la sua posizione strategica è perfetta perché da qui possiamo raggiungere diversi centri importanti, come Trieste, Vienna, Lubiana, Zagabria, in poche ore. Anche gli aeroporti sono piuttosto vicini.”

Immagino che la scena musicale di Trieste sia pure vivace e ricca…

“Trieste vanta una grande infrastruttura destinata ai musicisti e qui faccio riferimento al Conservatorio che dispone di aule, decine di pianoforti, studi di registrazione e, ovviamente, di un dipartimento al quale si può studiare il jazz. Credo che questa istituzione sia frequentata da circa 800 studenti, di cui una sessantina studiano il jazz e ciò permette di instaurare delle collaborazioni musicali. Soltanto una scena musicale può generare dei musicisti di qualità. In Italia guido da una decina di anni l’ensemble Atma mundi, del quale fanno parte, assieme a me, Simone Serafini al contrabbasso, Mirko Cisilino alla tromba e Borko Rupena alle percussioni. Questo è un progetto nato al Conservatorio, per cui ecco un ‘prodotto’ della scena triestina. Sono attivo anche nel complesso Arakne group con il quale suono musiche popolari del Sud d’Italia. ”

Quale sarebbe uno degli apici della tua carriera, che conta più di due decenni, oppure questo deve ancora arrivare?

“Ce ne sono diversi, ma credo che alcuni degli eventi più importanti della mia carriera siano gli album che ho realizzato. Finora ho registrato cinque album: ‘The road to Skitacha’ e ‘Waters and deserts’ con Atma Mundi, due cd in cui ho collaborato rispettivamente con lo straordinario John Stowell, una leggenda della chitarra jazz americana, e la violinista ceca Iva Bittova, un’icona del genere etno. L’album ‘Play Time’ è stato registrato nella forma di trio con i musicisti americani Reginald Veale (contrabbasso) e Jimmy Weinstein (batteria). Gli album che ho realizzato nell’ambito delle collaborazioni internazionali rientrano tra gli apici della mia carriera. L’anno prossimo uscirà pure l’album con le composizioni proposte al concerto Musical Migrations assieme alla JazzIstra Orchestra. Negli ultimi anni mi dedico anche alla produzione musicale e finora ho lavorato a degli album molto interessanti. Ho scritto gli arrangiamenti strumentali e collaborato alla produzione dell’ultimo album del coro Putokazi, ‘Meandri’, mentre l’anno scorso ho firmato pure la produzione e gli arrangiamenti dell’album ‘Gospel on guitar’, in seguito premiato con un Porin. Credo che anche in futuro mi occuperò di produzione perché si tratta di un lavoro che dà molte soddisfazioni.”

I compositori spesso “sentono” la melodia di una composizione nella loro mente prima di annotarla e in seguito svilupparla. È così anche per te?

“Grazie alla tecnologia moderna, posso registrare immediatamente la melodia che sento nella mia testa e che mi giunge spontaneamente e in qualsiasi situazione. Appena la sento, prendo il telefonino, accendo il registratore e la canto. A volte segno anche il luogo in cui mi è giunta l’ispirazione e ciò che mi ha ispirato. Una delle melodie, tanto per fare un esempio, mi è giunta ad Alhambra in Spagna. Se la melodia mi giunge mentre sto suonando, allora ho l’abitudine di annotarla. In seguito la riascolto e se mi piace continuo a lavorarci su. Ci sono pure melodie che riascolto dopo qualche giorno e che decido di scartare perché non mi sembrano interessanti. Ovviamente, non è importante soltanto la melodia, ma anche il modo in cui questa viene sviluppata durante il processo di composizione.”

Come trascorri il tempo in cui non ti occupi di musica?

“Sono immerso nella musica per tutto il giorno, ma per rilassarmi mi piace guidare la bicicletta nel bosco, mi piacciono i quiz e amo cucinare.”

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