C’è un riferimento, anzi un parallelo, con le vicende istriane nel libro dell’ambasciatore Paolo Trichilo “Diplomazia e letteratura”, presentato a Trieste presso la Biblioteca civica, attraverso le vicende del premio Nobel per la letteratura del 1963, l’ambasciatore e poeta Yorgos Seferis, esule da Smirne. I greci della costa orientale dell’Egeo dovettero abbandonare le proprie case alla fine della guerra d’indipendenza turca, tra il 1919 e il 1922, che sancì quella che fu definita la catastrofe dell’Asia Minore; incendi, massacri e esodo forzato colpirono le popolazioni cristiane, greche e armene, come avvenne per gli istriani alla fine della Seconda guerra mondiale. Yorgos Seferis, nato a Smirne, dovette lasciare la città, ma quell’evento fu determinante nella formazione del giovane, che avrebbe descritto nella sua poesia popoli e civiltà in esilio. Divenuto un diplomatico di carriera fu inviato ad Ankara, andò a visitare la casa dell’infanzia, lasciata all’abbandono, come del resto tutto il suo villaggio. Seferis criticherà poi la giunta militare dei colonnelli, che gli costerà il passaporto e l’ostracismo. Soltanto nel 2004 gli fu restituita la memoria, con la lettura di una sua poesia all’apertura dei giochi olimpici di Atene.
Il libro di Paolo Trichilo, ambasciatore d’Italia a Zagabria, descrive gli otto vincitori del Premio Nobel della Letteratura che furono anche diplomatici: Gabriela Mistral (1945), Alexis Léger, alias Saint John Perse (1960), Ivo Andrić (1961), Yorgos Seferis (1963), Miguel Angel Asturias (1967), Pablo Neruda (1971), Czesław Miłosz (1980), Octavio Paz (1990). Una donna, quattro latino-americani e quattro europei.
Da Stendhal a Lever
Riccardo Cepach, presentando lo scrittore, alla presenza del sindaco Roberto Dipiazza e dell’assessore Maurizio De Blasio, ha ricordato la tradizione di letterati, diplomatici di rango, a Trieste come Stendhal, al quale della città piaceva solo il suo selciato, in particolare i masegni. Pure Metternich non lo voleva e dopo sei mesi il famoso scrittore se ne andò. Altro personaggio interessante fu Charles Lever, scrittore anglo-irlandese che fu spedito a Trieste dal Regno Unito a fine ‘800: gli avevano offerto 600 ghinee all’anno per non fare niente e il capo del Foreign Office gli disse “tu sei perfetto per fare ciò”. Lui cedeva 300 ghinee all’anno al suo vice, affinchè facesse il suo lavoro e lo lasciasse in pace con la sua scrittura.
Mistral, l’insegnante di Neruda
Trichilo ha tratteggiato i personaggi raccontati nel suo libro, Gabriela Mistral, che fu pure insegnante del Nobel Pablo Neruda, poeta cileno. Questi era stato ambasciatore a Parigi, partendo dai primi incarichi di Birmania e Singapore: ambasciatore per chiamata, non per carriera, come avviene nei paesi presidenziali. E poi il guatemalteco Asturias, che andò controvoglia a Parigi, e il messicano Octavio Paz, ambasciatore a New Delhi, successivamente destituito dal presidente, perché in una lettera privata aveva espresso critiche al massacro, perpetrato dai soldati del suo paese nel 1968 verso un gruppo di studenti che protestavano per gli sprechi nella preparazione delle Olimpiadi. Oriana Fallaci, presente alla manifestazione, rimase ferita da proiettili vaganti.
La carriera di Ivo Andrić
“Tra gli europei c’è Ivo Andrić, che cominciò la sua carriera diplomatica dalla Santa Sede, per essere poi trasferito a Graz e a Trieste – ha annotato Trichilo –. Qui scriverà una sua riflessione sul fascismo emergente. All’apice della carriera sarà a Berlino con Hitler; gli verrà chiesto di sottoscrivere un accordo tra Regno di Jugoslavia e Germania a cui cercherà inutilmente di sottrarsi. L’accordo verrà meno con il cambio di regime. Andrić entrò quindi in parlamento cessando la carriera diplomatica. Sempre con Hitler si scontrò Alexis Léger che cercò di convincere il dittatore a desistere dalle posizioni più oltranziste al congresso di Monaco del 1938. Léger ammirava le opere di Ungaretti; ebbe un pessimo rapporto con De Gaulle, tanto da rientrare in Francia solo molti anni dopo la fine della sua carriera a Washington”.
“Tra Czesław Miłosz e Neruda – ha riferito l’ambasciatore – ci furono screzi, quando Miłosz fu il primo a dire no al regime comunista polacco e i francesi gli concessero l’asilo politico. Nel 1950 aveva scritto che non c’era nessuna libertà di espressione nel suo paese. Tornò a Varsavia dopo il crollo del comunismo e a Danzica gli fu dedicato un monumento a ricordo dei portuali uccisi durante uno sciopero. Neruda, che evidentemente non aveva colto la durezza dei regimi stalinisti dell’Europa dell’Est, gli dedicò la poesia ‘l’uomo che fugge’”.
L’ambasciatore e scrittore Trichilo ha concluso il suo excursus tra i personaggi del libro ricordando le parole del diplomatico e scrittore indiano Abhay Kumar: “La diplomazia è di solito stereotipata come la raffinata arte del pranzo e della cena e i diplomatici come i mangiatori di loto. La verità è che la diplomazia è un’arte complessa che implica un mix di acume politico, finezza culturale, abilità linguistiche e capacità di conversazione per esercitare il potere della persuasione. La diplomazia è generalmente condotta con frasi brevi che rivelano tanto quanto nascondono. La poesia non è diversa”.
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