Pagine rivolte alle future generazioni

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Pagine rivolte alle future generazioni

Nella categoria dei cittadini di origine istriana, istro-quarnerina e dalmata, settore prosa narrativa e poesia, anche in dialetto, Luciana Melon ha ricevuto il primo premio al concorso Istria Nobilissima 2021. Aveva partecipato con un breve racconto intitolato “Come le rondini”, tratto dal suo ultimo romanzo non ancora pubblicato. La motivazione del premio recita “buon livello di scrittura, con interazione dialettale; efficace caratterizzazione dei personaggi ed equilibrato rapporto dei dialoghi con la narrazione”. Ma cosa tratta questo racconto e il romanzo? L’abbiamo chiesto all’autrice, che ci ha spiegato anche il perché del suo scrivere.

 

“Il romanzo è il frutto delle tante testimonianze raccolte tra coloro che trascorsero una parte della loro vita al Centro Raccolta Profughi di Padriciano. Tante persone e le loro storie, c’è un po’ di tutto dall’adultero a quella che scappò e non volle più sapere niente né dell’Istria né degli istriani. Tra queste una coppia di giovani, seri e desiderosi di farsi una famiglia. È uno spaccato di come gli esuli hanno vissuto il cambiamento, di come si sono comportati di fronte alle novità, raccontato attraverso i loro sentimenti e l’animo umano delle persone a cui ho dato ascolto. L’ho scritto in italiano lasciando però nei dialoghi alcune frasi dialettali che se tradotte non avrebbero espresso compiutamente il loro significato”.

Com’è nata questa sua missione: raccontare della nostra gente?

“I miei non volevano che sapessi niente di quello che avevano vissuto. Non ne parlarono mai davanti a me. Avevo un anno quando vennero via da Buie dov’ero nata, mi mandavano a giocare altrove quando dovevano confrontarsi sulle loro questioni. L’Istria era ‘roba di mio papà’. Infatti mi sento triestina, quando vado a Monte Grisa mi ritrovo a guardare il mare e la città. Ritornai con i miei nel loro paese fino agli anni del liceo, poi crescendo da sola non ci andai più. Quando morì mio padre mi chiesero perché non fossi andata alla messa di commemorazione degli umaghesi, non ne sapevo niente. Fu così che cominciai a frequentarli. Quando poi ci fu una mostra per Tomizza – per inciso avevo scritto una tesina su Materada alla matura – mi chiesero di scrivere qualcosa su di lui per la loro Comunità. Scoprii così questo mondo che definisco parallelo”.

E dopo vennero altre iniziative.

“Scrissi un libro di filastrocche, ‘Báti, báti le manine’. Conobbi così un sacco di gente che mi raccontava tante storie, non sempre veritiere. Fu quello il momento in cui cominciai a cercare le persone che erano state al Centro Profughi, per sentire cosa avevano da dirmi. Ad una mostra per il Giorno del Ricordo al museo di Padriciano mi accorsi che del luogo in cui avevo trascorsi i miei primi anni di vita non ricordavo nulla, solo di una palazzina avevo la vaga sensazione che non fosse la prima volta che la vedevo. La cosa mi incuriosì, chiamai la sorella di mia mamma, che vive in Canada, l’unica parente che mi era rimasta, e le chiesi quale fosse la baracca nella quale avevamo vissuto. Lei mi rispose che era la numero 5, ma aggiunse ‘non occori che te ghe disi a nessun che te ieri a Padriciano’. Ritornava anche con lei quel senso di pudore e vergogna, quel voler nascondere quello che ci era accaduto, per me incomprensibile. Ricordo che da giovanissima, quando passavamo in macchina davanti alla chiesa di Padriciano, nell’auto calava il silenzio”.

E non finì qua, immagino.

“Trovai la signora che stava nella baracca di fronte alla nostra, riuscii a fare una foto proprio davanti alla stessa baracca di cui ho una immagine da piccola, prima che le buttassero giù. È stata una grande commozione per me. E le persone a quel punto cominciarono a chiedermi di scrivere delle nostre storie nel Centro. Intervistai amici e parenti, mancai per poco l’infermiera che era addetta all’ambulatorio del Campo. Nei loro racconti c’era un mondo senza politica e religione. Ma c’erano però vicende che non si sono lette mai. Ne ‘La corriera’ riportai ciò che mi aveva più volte riferito mia nonna. Lei abitava in Caldania, era vedova di guerra e doveva venire a Trieste a prendere la pensione. Mi raccontò che quando arrivava la corriera in paese alcune persone aspettavano alla fermata per picchiare coloro che scendevano”.

L’ha raccontato anche mia madre a me e mi disse che erano donne italiane che aggredivano altre donne italiane, che nel suo caso poi fuggirono a Trieste, quando Tito ruppe con Stalin. Ironia della storia.

“Mia nonna, che lavorò fino a 72 anni, diceva che se avesse messo in fila tutte le scale che aveva lavato poteva arrivare fino alla luna. Lei mi regalò l’abbonamento al teatro Verdi quando compii 21 anni. Erano persone che non avevano studiato, dalla loro avevano la voglia di lavorare e per noi speravano nel riscatto sociale. Cercai di immedesimarmi in loro, nelle loro difficoltà e angoscie. ‘Perché non hai scritto il dizionario umaghese cinquant’anni fa? Avrei almeno capito che siepe voleva dire graia e non avrei perso un lavoro’ mi disse qualcuno. Capii anche che alcune espressioni che solevano dire erano dettate dalla paura, ‘resta nell’anonimato’, ‘sta zitta, non parlar mai’ e ciliegina sulla torta ‘se va due volte sul giornal, co se nassi e co se mori’”.

Per chi scrive oggi, quando coloro che hanno vissuto l’esodo stanno scomparendo?

“Scrivo per le future generazioni. In Istria i rimasti hanno le loro associazioni, ho visto con piacere che i giovani partecipano alle attività. Ma da noi non è così e all’estero i club si stanno spegnendo, i giovani si perdono. Per gli anziani c’era il bisogno di stare assieme, per le seconde e terze generazioni l’integrazione c’è stata e con questa l’oblio delle origini”.

Nata a Buie d’Istria, esule a un anno di vita, diplomata traduttore e interprete, laureata successivamente in lingue e letterature moderne, insegnante e scrittrice, in una vita ha scritto tanti racconti, commedie, poesie e per finire, ma non per concludere, ha ricevuto un premio.

“Il riconoscimento di Istria Nobilissima mi ha fatto molto piacere, è arrivato alla vigilia di Natale, del secondo Natale in cui siamo immersi in questa pandemia che ha distrutto la nostra normalità. Provo nostalgia per gli incontri affollati. Ricordo la sala piena di quando all’Associazione delle Comunità degli Istriani fu messa in scena la mia commedia ‘El stesso sol’: mi fecero far la parte della nonna, perché ormai non c’era più nessuno in grado di parlare nel nostro vecchio dialetto, usando quelle espressioni che quasi non si conoscono più”.

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