Ovazioni del pubblico allo «Zajc» per la «Tosca»

Al Teatro fiumano un «trittico lirico» temporalmente articolato, per la regia di Marin Blažević, con protagonisti Kristina Kolar, Giorgio Surian e Domagoj Dorotić

La première della "Tosca" del regista Marin Blažević. Foto Goran Kovacic/PIXSELL

Dopo “Madama Butterfly“, è andata in scena sabato sera al TNC “Ivan de Zajc” di Fiume “Tosca”, di Giacomo Puccini, la quale, è stata accolta dai prolungati applausi e dalle ovazioni della folta platea.
La prima di questa singolare opera pucciniana andò in scena a Roma nel 1902, e, con tempestività prodigiosa, solo due anni dopo, nel 1904, fu allestita al Comunale “Giuseppe Verdi” di Fiume. Tosca fu riallestita pure negli anni ’20 e ’30 e quindi negli anni ’50 – se non andiamo errati – con la grande Zinka Kunz e con l’affascinante Paola Takacs, primadonna dell’opera di Budapest. Fiumana, era figlia del soprano fiumano di fama internazionale Maria Scarpa de Bernal, “pro-pronipote“ di Ludovico Andrea de Adamich e discendente dei Scarpa. Illustre genealogia, perbacco!
L’allestimento di “Tosca” dell’altra sera, nella lettura registica di Marin Blažević, si è presentata indubbiamente singolare e concettualmente chiara. Lo spettacolo risulta essere un “trittico lirico” temporalmente articolato, in quanto ogni singolo atto succede in tre momenti storici diversi: il primo, come vuole Puccini, all’epoca della Repubblica romana, raccolto nello spettacolare scenario della Chiesa di S. Andrea della Valle, che da sola racconta l’eccezionale temperie del tempo. Il secondo atto si svolge nel 1941 a Zagabria, nell’ufficio di un alto gerarca ustascia. Il terzo avviene nella contemporaneità, tra le nebbie e fitte oscurità di un’immaginaria prigione, che sembrano annullare i protagonisti. Bene. È più che lecito creare nuove idee e soluzioni e sempre nuove forme d’espressione. A patto che non si tradisca l’autore e che si riesca a far “rabbrividire” il pubblico dall’emozione.
Grandi artisti
Nel primo atto abbiamo avuto una Tosca-Kristina Kolar, innamorata, dolce, gelosa, affranta, che, abbigliata in un semplice ma raffinato abito celeste e con un magnifico bouquet di gigli, riempiva il palcoscenico di sé con quel suo andirivieni. Grande artista e grande Maestro, Giorgio Surian, che ha indossato perfettamente i panni di Scarpia con aristocratica raffinatezza, celato sadismo, inebriandosi e del profumo di Tosca e dell’Attavanti. Girava intorno a Floria Tosca come uno squalo, a cerchi concentrici sempre più stretti, osservando con cinica soddisfazione l’azione del veleno da lui instillato nella “tradita” e disperata Tosca. Peccato che Tosca, all’inizio, andasse a infiorare e a pregare davanti a un’inesistente effigie di Madonna, o che davanti a un’inesistente dipinto della Maddalena gridasse: “Chi è quella donna bionda lassù?…Quegli occhi cilestrini già li vidi… È l’Attavantiii!!” E giù una scenataccia di gelosia! Dev’essere piuttosto frustrante per un cantante cantare verso i neri tendaggi delle quinte, o per Cavaradossi, che dipinge il niente. Anzi, non dipinge affatto. Ma si sa che i registi (post) moderni hanno l’allergia al Sacro. È un loro limite. Figuriamoci se il regista ci metteva la processione con il Santissimo (perdendosi una grande occasione di teatralità, nell’ambito di un allestimento classico). Ottima invece l’idea di avvolgere Scarpia nelle virtuali fiamme, presagio della sua dannazione eterna.
Ambientazione drammatica
Nel secondo atto Surian diventa un perfetto sgherro ustascia di alto grado. Gelido, brutale, spietato. La scena della sua morte è un autentico capolavoro, da registrare e da far vedere ai giovani cantanti a mo’ di lezione. Certo che qui il personaggio di Scarpia viene psicologicamente impoverito, privato del suo sottile e sadico gioco galante e di accessi passionali. La gavotta, “…e vin di Spagna…la mia povera cena fu interrotta…” risultano piuttosto fuori luogo posti in quest’ambientazione. Molto valida è risultata Kolar, abbigliata nella copia dell’abito indossato da Zinka Kunz al Metropolitan. Il personaggio di Tosca presuppone momenti di estrema drammaticità, che non si possono realizzare in maniera soddisfacente – ciò concerne la lirica in genere – senza usare la “voce di petto”.
Negli ultimi decenni vige, purtroppo, il preconcetto secondo il quale il suono di petto rovinerebbe la voce. Falso. Tutte le grandi cantanti del passato, dalla Kunz alla Callas, alla Tebaldi, a Maria Caniglia, a Fedora Barbieri ecc… hanno adoperato nei momenti di maggiore drammaticità nel registro grave codesto tipo di emissione vocale. Compresi i soprani “leggeri”. Domagoj Dorotić ha debuttato a Fiume come Cavaradossi. Ha un bel fraseggio, ottima dizione, e, potenzialmente, tanta voce; che al presente, purtroppo è tutta “dentro”. È questione di scuola. Di tecnica. I giovani cantanti si attacchino a youtube e imparare dai più grandi artisti lirici.
Debole il terzo atto
Purtroppo è risultato debole a tutti i livelli il terzo atto. Come recitazione, come voce, luci, creatività in generale. “Bisogna ascoltare la Musica; la Musica dice tutto”, diceva giustamente Maria Callas. E la musica di Puccini è tale da far risorgere anche i morti. Luka Ortar è stato un ottimo Cesare Angelotti, e così pure Ivan Šimatović nella parte del sacrestano. L’Orchestra diretta dal Maestro finlandese Kalle Kuusava è stata curata e dosata nel dettaglio, riuscendo a esaltare sia i momenti lirici che quelli agitati e drammatici. Ottimo il Coro, istruito da Nicoletta Olivieri. Costumi di Sandra Dekanić, scene di Alan Vukelić e Marin Blažević, luci di Dalibor Fugošić e Marin Blažević. Ovazioni per Giorgio Surian e per gli altri cantanti ed esecutori.

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