Ospedali a Fiume. La storia dal Quattrocento all’Ottocento

Il primo impulso ad ampliare l’istituto cinquecentesco fu dell’imperatrice Maria Teresa, nel 1770

Giovanni Battista Cambieri

In questi tempi di epidemia pandemica, che fa emergere – specie in Italia – tante difficoltà e un sistema sanitario deficitario, ci viene spontaneo chiederci di quali mezzi disponesse l’umanità già dai tempi antichi per fronteggiare le malattie, le epidemie. I primi luoghi di cura furono fondati in India, nel Medio Oriente, in Egitto. Questi primi ospedali erano siti nei templi e nei santuari ed erano di carattere religioso-teurgico. Con Ippocrate le cure sanitarie si laicizzano e acquistano carattere razionale.
Con il Cristianesimo le sofferenze dei malati diventano un tema centrale, che rispecchiano il Cristo, favorendo quindi in modo totalmente nuovo la solidarietà caritatevole tra gli individui. Il Primo concilio di Nicea nel 325 d.C. spinse la Chiesa cattolica a provvedere anche ai poveri, alle vedove e ai forestieri, stabilendo la costruzione di un ospedale in ogni città dotata di cattedrale. Un antico termine francese si riferisce all’ospedale col termine hôtel-Dieu (ostello di Dio). Questi ricoveri vengono anche annessi ai monasteri, dove i monaci imparavano la medicina con un approccio più razionale. Tale struttura, di carattere caritatevole per la sua specificità, viene spesso indicata come ospitale, spedale o hospitale.
A Fiume, nel Quattrocento
La prima menzione di un ospedale a Fiume si trova in un libro pubblico del XV secolo, dove si legge che nel 1440 l’ospedale possiede una casa in contrada San Sebastiano. Un’altra notizia proviene dallo Statuto cittadino del 1530, dov’è disposto che il pane confiscato per insufficienza di peso e qualità debba essere devoluto all’“spedale di S. Maria”. Questi istituti erano destinati ad accogliere i forestieri malati, poveri, orfani o vecchi impotenti, a provvedere al loro ricovero, all’assistenza, al mantenimento e alla cura degli ammalati. Questi istituti erano detti hospitia, hospitalia, nosocomia. Secondo le memorie storiche del canonico Barcich, anche a Buccari già nel Quattrocento esisteva un ospedale di S. Maria, al lido del mare, presso la chiesa della Madonna del porto, destinato al ricovero dei poveri. Gli ospedali si sostentavano pure dai proventi del dazio perpetuo sui vini e sull’olio.
Ospedale di Santo Spirito
È certo che quest’ospedale cinquecentesco, di cui si hanno notizie fino al Settecento, esisteva sotto il nome di Santo Spirito sulla piazzetta del Duomo. Il primo impulso ad ampliare l’istituto e trasferirlo in un edificio più spazioso venne dall’imperatrice Maria Teresa, con la patente del febbraio 1770, che introduceva il dazio “dei poveri” e disponeva che a favore dell’istituto si applicasse il dazio di un fiorino “sopra ogni orna” di vino estero e di due lire per ogni “orna” di provenienza estera. Nel 1794 operavano un medico, un chirurgo e il cappellano.
L’ospedale beneficiò sempre dell’appoggio della Casa d’Austria che emanò disposizioni volte al sostentamento di questo istituto di pietà; il quale poteva contare sui citati dazi dei poveri, sulle elemosine, sui contributi delle pie confraternite fiumane secolari, della cassa municipale, degli affitti degli stabili, del teatro, delle multe.
Patrizi fiumani
Dal 1806 al 1812 i patrizi fiumani Vincenzo de Benzoni – e perché non affiggere sull’odierno Palazzo Benzoni, sito vicino a San Vito, una targa che ricordi questa benemerita famiglia fiumana, riesumando così un pezzettino di storia della quale gli attuali cittadini non hanno la più pallida idea? – e Giovanni de Franul prestarono gratuitamente la loro opera di amministratori dell’ospedale. Nel 1818 operavano il medico Giovanni Battista Cambieri e il chirurgo Luigi Brunoro.
Dobbiamo ricordare pure il Lazzaretto di S. Carlo – che si trovava nell’attuale sede dei pompieri – ed era dedicato all’imperatore d’Austria che ne aveva finanziato la costruzione. Era stato costruito nel 1722, su progetto dell’architetto e patrizio fiumano Antonio de Verneda, ed era destinato alla quarantena di uomini di mare sospetti di infezioni epidemiche.
​Carità e buon cuore
Il sentimento di carità – oggi si dice solidarietà o sensibilità sociale – era molto presente nella Fiume dell’Ottocento. Lo testimoniano gli spettacoli teatrali benefici a favore degli alluvionati, dei terremotati, delle vedove e orfani di guerra; erano attive pure le Dame di carità, e nel Novecento, le Dame patronesse. Si trattava di donne ricche o nobildonne – compresa la contessa Batthiany, moglie del governatore ungherese a Fiume – imprenditrici, commercianti, che si dedicavano sistematicamente alle attività benefiche.
Sarebbe molto bello se le attuali “signore“ e le “nuove ricche“, oltre a trastullarsi negli agi della nuova condizione, dessero vita a un fondo destinato al supporto materiale (alcune lo fanno, ma sono delle eccezioni), in primis, delle tante categorie di indigenti che “germogliano“ a più non posso nella nostra società: famiglie povere, anziani malati che vergognosamente vengono sfrattati, orfani, ragazze madri, persone malate che non si possono permettere cure mediche, invalidi, e via dicendo. Insomma, i soggetti della “cultura dello scarto“.

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