«Orestea»: il ripudio della convenzione spazio-temporale

SPALATO Un solo spettacolo di prosa, quest’anno, ha prodotto l’Estate spalatina (“Splitsko ljeto”): l’“Orestea” di Eschilo, per la regia del macedone Dejan Projkovski, coadiuvato dal dramaturgo Jasen Boko, risultato il migliore di questa 64ª edizione. Scenografia di Valentin Svetozarev, costumi di Mladen Radovniković, musiche di Goran Trajkovski, luci di Srđan Barbarić.
Per palcoscenico, è stato scelto uno spiazzo a seicento metri sul livello del mare e ad altrettanti dalla cima del Massiccio del Mosor, alle spalle di Spalato, in località Sitno Gornji, adattato a luogo da utilizzare a piacere (ma non edificabile), tra cui appunto anche spettacoli teatrali, con uno spazio-scena e uno per le gradinate (250-300 posti a sedere). Un impatto visivo di per sé magnifico, con sulla destra la parete rocciosa, qua e là trapuntata da cespugli; e a sinistra da basso, a un paio di chilometri in linea d’aria, il golfo sud di Spalato e le isole antistanti rischiarate al tramonto da un sole inverosimile e la notte dalle luci della città, dei paesini, delle navi e dei natanti: un incanto.
In mezzo – ed entriamo nel merito della scenografia – circondata da terra e sabbia, una piscina artificiale lunga venti e larga otto metri, scavata in terra e profonda (si fa per dire) quindici, venti centimetri. Sul retro, a fare da quinte naturali, un centinaio di arbusti bruciati ed essiccati, impiantati su dei vasi di pietra: una selva scheletrica, insomma, da cui nel buio più totale sbucano a turno i personaggi della trilogia, l’unica pervenutaci, quasi integralmente, composta da “Agamennone”, “Le Coefore” e “Le Eumenidi”, mentre è andato perduto il dramma satiresco “Perseo”.
Nell’“Agamennone”, l’Atreo torna vincitore ad Argo, recando con sé la schiava e concubina Cassandra e resti delle mura di Troia rasa al suolo. Ad attenderlo, Clitennestra, innamorata (ma non per questo sconsolata – in segreto s’accompagna infatti al cugino Egisto), e tuttavia decisa a vendicare la morte di Ifigenia, la figlia che Agamennone ha sacrificato per avere dalla propria parte gli dei. Una voglia di vendetta che probabilmente si nutre anche del tradimento del marito, con la succitata figlia di Priamo e del fatto che Agamennone uccise il suo primo marito Tantalo e il loro bambino
Nelle “Coefore”, dopo alcuni anni pure Oreste torna a casa e saputo che la madre gli ha ucciso il padre – aizzato da Apollo – la ammazza. E già che c’è, fa fuori pure il di lei amante.

Dee della vendetta
Nelle “Eumenidi”, costoro divenute Erinni, dee della vendetta, perseguitano Oreste, il quale si richiama ad Apollo e, nel corso di un processo nell’Aeropago, viene assolto, non grazie alla giuria, il cui responso è di perfetta parità tra colpevolisti e innocentisti, ma per il “voto” di Atena, la quale non essendo stata concepita da una donna, semplicemente non avverte nessun moto di empatia per Clitennestra. Ed è nel terzo capitolo dell’“Orestea” che si colloca la rivoluzionaria novità rispetto a tutto l’opus tragediografico greco. Essa, infatti, è al medesimo tempo il primo testo, diremmo oggi, di Teatro civile, o Teatro di denuncia e, in senso lato, di Teatro politico; come pure è il primo, se non unico (le opere teatrali tramandateci dalla Grecia classica, sono una minima parte rispetto a tutta la produzione drammatica ateniese, soprattutto) testo in cui viene pronunciata una decisa condanna nei riguardi della “giustizia fai da te”, cioè nella pratica della vendetta. Che a suo modo al tempo stesso rappresenta pure una critica nei riguardi degli dei, che spesso e volentieri sono gli aizzatori principali, e non solo, delle faide interfamiliari.

Rispetto per la «parola» eschilea
E veniamo allo spettacolo. Dejan Projkovski e Jasen Boko hanno rispettato in tutto e per tutto la “parola” eschilea; nessuna forzatura, nessun taglio, nessun tentativo di “attualizzazione” visiva della vicenda, se non per la terza parte, previo il ricorso a sonorità e musiche punkrockeggianti, rispetto a quelle puramente ed emozionalmente evocative, che si “sposano” con l’ambiente, la vicenda, i percorsi interiori dei personaggi in maniera sbalorditiva.
Ma un regista, per quanto “geniale”, e i suoi più stretti collaboratori non molto avrebbero potuto offrire e sotto il profilo dello spettacolo e della stessa fruizione del “discorso” di Eschilo, se sulla scena non fossero stati supportati da un cast a dire poco eccezionale, formato, nei ruoli principali, da Siniša Popović (Agamennone), Ksenija Prohaska (Clitennestra), Mijo Jurišić (Oreste) e Marjan Nejašmić Banić (il Corifeo).
Cominciamo da quest’ultimo, presente dall’inizio alla fine della trilogia, motore dello spettacolo in rapporto con tutti i personaggi. Nejašmić Banić, pur se giovane, ha dato prova di grande maturità artistica e capacità camaleontiche nei modi di rapportarsi di volta in volta con i propri interlocutori.
Lo Jurišić è stato un Oreste dal volto molto umano, incerto sulle azioni da compiere, mai pienamente convinto di dover uccidere la madre. Una via di mezzo tra l’Enea virgiliano e l’Amleto shakespeariano. Chissà, se Apollo non ci avesse messo lo zampino (ma perché, poi, ce l’ha messo?) forse avrebbe compreso le motivazioni di Clitennestra.
Ksenija Prohaska: la “sua” Clitennestra è suadente, ma anche tragica. Ama il marito (certo, non è la Penelope che per vent’anni attende Ulisse, senza cadere in tentazione), ma non può dimenticare di essere la madre a cui il suo uomo ha ucciso due figli. Nemmeno passa sotto silenzio il fatto che dopo dieci anni di potere assoluto, lo dovrà ricedere allo sposo. Regina, adultera, assassina, madre. Ma soprattutto, un essere umano (forse l’unico essere umano femminile della tragediografia greca): implora il figlio di non ucciderla; gli aizza contro le Erinni e in precedenza ammazza il marito (nella “lettura” di Projkovski l’azione si svolge nell’acqua) nell’unica scena commovente della tragedia, tra giochi ed effusioni amorose che si concludono col crimine.
L’Agamennone di Siniša Popović, infine, è l’incarnazione del potere bolso, inumano, distante dalla sua gente eppure da essa amato, naturalmente anche perché temuto. Ma è anche un despota che lontano dagli scenari di guerra sembra perduto e indifeso. Incapace di dialogare, ottuso, costantemente accigliato.

Spettacolo avvolgente
Nulla da eccepire, anzi un robusto plauso – e chiudiamo con la resa attoriale – va al coro, capace di chiarezza espositiva e interpretativa, nonostante l’immane fatica di agire per tre quarti dello spettacolo (durata, tre ore e mezzo) dentro la piscina, entrandovi e uscendovi in continuazione, saltando, ballando, mimando.
Concludiamo con l’innovazione “tecnico-formale” introdotta da Eschilo: il ripudio della convenzione spazio-temporale, cioè dell’unità aristotelica; e con quella compiuta dal regista, che i tre assassinii (di Agamennone, Egisto, Clitennestra) non ci pervengono dalla narrazione del coro, ma vi ci assistiamo. Uno spettacolo avvolgente, che il pubblico delle quattro serate ha gradito assai.

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