Ombre, graffi e rivelazioni nelle opere di Ružić e Hladnik

Nel percorso espositivo dei due artisti, che sono stati premiati all’ultima edizione della manifestazione, la materia pittorica e grafica si fa riflessione sulla durata, sul tempo e sull’esperienza sociale

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Ombre, graffi e rivelazioni nelle opere di Ružić e Hladnik
Vedran Ružić e Želimir Hladnik. Foto: RONI BRMALJ

La galleria Artsada ha inaugurato la mostra “Incontro al Mandracchio”, anteprima della trentottesima edizione del concorso internazionale di pittura “Mandracchio 2025”, in calendario per il 30 e 31 agosto. L’esposizione, che raccoglie le opere di Vedran Ružić e Želimir Hladnik, premiati nell’ultima edizione del concorso, si configura come spazio di interrogazione sulla vitalità artistica quarnerina e sul dialogo profondo tra vissuto individuale e tessuto sociale. Nel suo intervento, il direttore del Festival Opatija, Ernie Gigante Dešković, ha ricordato come il “Mandracchio”, nato quale manifestazione conclusiva della stagione estiva, si sia evoluto in un articolato programma di eventi, conferendo continuità e visibilità alla ricerca artistica contemporanea. Ha evidenziato l’importanza del sodalizio con la galleria Artsada e con una comunità di cittadini che, con partecipazione e slancio, vivono questi appuntamenti come rituali civili intessuti di partecipazione e sensibilità artistica. Ha inoltre annunciato che, nel mese di ottobre, tutte le opere premiate e selezionate saranno protagoniste di una mostra collettiva presso il padiglione artistico “Juraj Šporer” di Abbazia, offrendo così un’ulteriore occasione di riconoscimento. Ha concluso sottolineando come il segreto di queste iniziative risieda nella gioia del fare, nel piacere profondo di costruire insieme occasioni di incontro attorno all’arte.

Quando a parlare è il gesto
Gli artisti hanno accompagnato l’apertura della mostra con alcune riflessioni personali. Vedran Ružić, già più volte partecipante al concorso, ha espresso la propria soddisfazione per il premio ricevuto nell’ultima edizione, il primo riconoscimento ottenuto al “Mandracchio”. Ha raccontato come i nuovi equilibri familiari abbiano inciso sui suoi tempi creativi, orientandolo verso formati più intimi, come i fogli A4, da cui ha preso forma il progetto ancora in divenire “Il sveglio Don Chisciotte del villaggio di Medviđe”, costituito da quasi 1.800 disegni digitalizzati e montati in una lunga animazione. Ha inoltre ripercorso la genesi di “Paura del vuoto”, secondo quadro in mostra, nata dal desiderio di preservare graficamente confezioni farmaceutiche destinate al macero. Disegnati con minuzia, quei blister si sono trasformati nella trama visiva di un’opera che richiama una spiaggia invasa, metafora potente di una società satura fino all’asfissia. Ha infine presentato i “Disegni delle petizioni”, connessi alla realizzazione dell’autostrada e del tunnel del Monte Maggiore, un corpus che raccoglie oltre cento voci di cittadini trasfigurate in segni grafici, restituendo un conflitto sociale che si fa memoria collettiva. Con registro diverso, Želimir Hladnik ha preferito non commentare direttamente i propri lavori, scegliendo invece di citare Picasso: “Quando entrate in una galleria e vedete un lavoro che vi piace, non avvicinatevi troppo, potreste restare delusi”. Una frase che rispecchia la sua concezione dell’arte come esperienza irriducibile alla spiegazione, da custodire nella sua ambiguità interpretativa.

Nello sguardo della curatela
Nel comunicato curatoriale, Matea Bakotić ha evidenziato la ricchezza dei percorsi espressivi presentati. Di Vedran Ružić ha messo in risalto la doppia identità di pittore e musicista jazz, in grado di tradurre la tensione tra suono e realtà in immagini di straordinaria potenza evocativa. L’opera “E tu suona il violino e canta le canzoni” si offre come allegoria delle contraddizioni abbaziane, mentre le opere precedentemente menzionate restituiscono, attraverso il disegno, un’intensa dialettica tra gesto compulsivo e istanza critica. Nel progetto “Il sveglio Don Chisciotte del villaggio di Medviđe” ha colto un esercizio di resistenza e contemplazione, dove la ripetizione del segno si trasforma in meditazione condivisa. Per quanto riguarda Želimir Hladnik, la curatrice ha sottolineato l’attenzione costante rivolta alla metamorfosi del tratto e la capacità di sublimare la memoria personale in forma estetica. Ha definito la sua prassi come una strategia dell’imprevisto, in grado di svincolare la forma da vincoli tematici e stilistici. La serie “Solo il tempo lo sa, e anch’io”, realizzata tra il 2023 e il 2025, incarna questa ricerca, fissando sulla tela un dialogo profondo fra durata, transitorietà ed esperienza interiore.

Ansie collettive, tracce interiori
Nel loro insieme, le opere esposte evocano ansie contemporanee e stratificazioni mnemoniche. “Paura del vuoto” e “Disegni delle petizioni” trascendono la sfera dell’esperienza individuale, divenendo documento del presente. La reiterazione ossessiva dei blister farmaceutici satura la superficie dell’opera sino a negarle respiro, mentre i tratti che restituiscono le voci popolari riportano la durezza del cantiere e la tensione sociale. Differente la prospettiva di “Solo il tempo lo sa, e anch’io”, con cui Hladnik costruisce cartografie interiori fatte di velature e segni incisi, superfici che più evocano che descrivere, trasformando la pittura in palinsesto di tracce, cicatrici e percorsi emotivi.
Nel suo complesso, “Incontro al Mandracchio” si configura come una meditazione stratificata sul potere allusivo dell’immagine, sul gesto che incide, conserva e trasfigura, e sull’arte quale strumento critico e lingua condivisa di una comunità in ascolto. L’esposizione si configura come spazio di riflessione e attraversamento, in cui lo sguardo è invitato a sostare, a decifrare la densità delle forme, a percorrere la molteplicità dei sensi che le abitano, tracciando così un orizzonte in cui l’estetico si intreccia con l’etico e l’incontro si fa esperienza trasformativa.

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