Ombra della notte, luce della terra

Al Ridotto del Teatro Stabile Sloveno è andata in scena la nuova produzione di Cizerouno, costruita sui testi di David Maria Turoldo e Libero Mazzi, con la coreografia di Sarah Taylor, la danza di Toni Flego e le musiche dal vivo di Michael Petronio

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Ombra della notte, luce della terra
Un momento della performance (foto: Giancarlo Surez)

TRIESTE

La morte di Pier Paolo Pasolini non si è mai lasciata rinchiudere nella cronaca. Ogni volta che la sua vicenda ritorna, al centro non vi è soltanto il delitto, ma una domanda sulla possibilità stessa della pietà. Da questo varco prende forma “Meglio che il silenzio scenda su quella notte”, messa in scena l’altra sera al Teatro Stabile Sloveno di Trieste, la produzione originale con cui l’associazione culturale triestina Cizerouno ha concluso il programma di luglio della 13esima edizione del festival multidisciplinare “Varcare la frontiera”, sostenuto dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. La drammaturgia elegge il funerale di Casarsa a luogo nel quale la parola ritrova la propria responsabilità etica e il dolore viene ricondotto a una misura sottratta al clamore della storia. L’immagine guida scelta per lo spettacolo è un’opera dell’artista belga Chantal Vey, “Omaggio al romanzo delle stragi di Pier Paolo Pasolini _n°4A “,nata nel 2022 a Trieste, durante un’ora di scrittura dal vivo in cui Vey trascrisse a matita l’intero articolo, fino a farne una traccia illeggibile.

La lettera alla madre
Al centro della composizione scenica si colloca il testo che padre David Maria Turoldo lesse il 6 novembre 1975 davanti al feretro di Pasolini, nell’interpretazione di Paolo Fagiolo. È una confidenza rivolta a Susanna Colussi, nella quale il sacerdote friulano attraversa il dolore senza concedergli consolazioni. L’intera meditazione prende forma attraverso la figura della madre e riconduce l’esistenza del figlio alla misura di una terra che nessuna lontananza aveva reciso. Il poeta vi appare segnato da un’umanità così eccedente da trasformarsi in destino, attraversato da una fede inquieta e mai dismessa, riconoscibile soltanto negli occhi materni che continuano ad accoglierlo oltre la morte. In quell’abbraccio si compie definitivamente il ritorno, perché soltanto il suo amore può ricongiungere il figlio al luogo nel quale ogni dispersione trova quiete. Da questa pagina scaturisce l’invocazione “Meglio che il silenzio scenda su quella notte”, pubblicata soltanto nel 1976 nel volume “Pasolini in Friuli” con il titolo “Chiediamo scusa di esistere”.

L’artista ha costruito una danza essenziale e pulita (foto: Giancarlo Surez)

Dopo il clamore
A dialogare con la parola di Turoldo è anche la cronaca che Libero Mazzi pubblicò sulle colonne de “Il Piccolo”, proposta anch’essa nella voce dell’attore triestino, la cui lettura intensa e coinvolgente ha accompagnato il pubblico lungo il corteo funebre. Anche l’attenzione del giornalista si posa su Susanna Colussi, sorretta da mani discrete nei due chilometri che separano la chiesa dal cimitero, mentre Casarsa riaccoglie uno dei suoi figli nel silenzio composto di un’intera comunità. La scrittura riconosce nella terra friulana il principio al quale Pasolini viene definitivamente restituito, dove la violenza cessa di dominare il racconto della sua fine e la sepoltura lo ricompone nella sua appartenenza più profonda, riconoscendo nella semplicità di un popolo la custodia di una verità che nessuna efferatezza avrebbe potuto cancellare. La parola di Mazzi si accosta così a quella del sacerdote fino a comporre un’unica riflessione, nella quale la testimonianza si raccoglie nella pietas e la cronaca si eleva a una forma di verità.

Il pubblico ha seguito lo spettacolo con grande partecipazione (foto: Giancarlo Surez)

Il corpo della parola
Nel buio quasi assoluto, interrotto soltanto da due cerchi di neon posati sul pavimento, Toni Flego ha imposto una presenza scenica di grande nitore. Scalzo, avvolto da una camicia bianca volutamente sovradimensionata, che risaltava nell’oscurità, ha costruito una danza essenziale, composta, pulita, sempre misurata. Il gesto accompagnava il racconto senza illustrarlo, conservando una propria autonomia espressiva. A momenti di raccoglimento quasi meditativo seguivano improvvise chiusure del corpo, irrigidimenti, aperture, movimenti segnati dal dolore, dall’incomprensione e dallo smarrimento; in altri istanti si abbandonava completamente al suolo, come privo di vita, oppure aderiva alle pareti quasi alla ricerca di un appiglio. Da quella tessitura coreografica si coglievano la denuncia, l’ironia e la profonda inquietudine che hanno animato l’opera e il pensiero di Pasolini. Sarah Taylor ha elaborato una creazione fondata sulla sottrazione, consegnando al gesto il compito di custodire la complessità di una riflessione che continua a toccare il presente.
Al termine dello spettacolo Flego ha definito la collaborazione con Sarah Taylor e con l’associazione un’esperienza umana e artistica di grande spessore. Pur sviluppatosi in tempi molto brevi, il lavoro ha dato vita a un rapporto fondato sulla fiducia reciproca e sul confronto continuo, grazie alla chiarezza della visione dell’artista e alla libertà interpretativa concessa nella costruzione del ruolo. Il danzatore fiumano ha espresso anche una profonda riconoscenza nei confronti di Cizerouno per aver creduto nel suo lavoro e per avergli affidato una figura tanto significativa. Della serata conserva il ricordo dell’attenzione del pubblico e dell’atmosfera che ha accompagnato l’intera performance, insieme al desiderio di trovare un equilibrio fra leggerezza e tensione, richiesto da un tema tanto delicato. Un pensiero particolare è andato infine a Michael Petronio, il cui lavoro sonoro ha contribuito in modo determinante alla definizione dell’identità dello spettacolo, dando vita a paesaggi acustici di forte suggestione. “È un’esperienza che continuerà ad accompagnarmi ancora per molto tempo”, ci ha infine confidato Toni.

Il pubblico ha seguito lo spettacolo con grande partecipazione (foto: Giancarlo Surez)

Interferenze, linguaggi, incontri
Dietro quella misura espressiva si riconosce la mano di Sarah Taylor, formatasi all’Australian Ballet School e con Martha Graham a New York, oggi direttrice artistica dell’Accademia della Follia di Trieste, partner di Cizerouno in questa edizione di “Varcare la frontiera”. La coreografa ci ha raccontato di aver individuato in Toni Flego, selezionato fra oltre trenta candidature internazionali under 35, una qualità del movimento sostenuta da una solida preparazione tecnica e da una particolare sensibilità interpretativa, ritenuta indispensabile per confrontarsi con una drammaturgia polifonica. Nonostante i soli quattro giorni di prove, il percorso creativo sviluppato insieme al danzatore ha dato forma, nelle sue intenzioni, a una creazione nella quale musica, parola e gesto concorrono a generare uno spazio di ascolto e contemplazione, senza che un linguaggio prevalga sull’altro. Determinante, ha aggiunto, il contributo sonoro di Michael Petronio, la cui performance dal vivo ha accompagnato e ispirato l’intero processo creativo.
Il progetto si inserisce nel percorso dell’associazione culturale triestina Cizerouno, che quest’anno celebra venticinque anni di attività. Dopo l’appuntamento dedicato a Pasolini, il festival “Varcare la frontiera – Interferenze” proseguirà a settembre con “4 Ritratti”, coprodotto con l’Accademia della Follia. Il legame con l’autore friulano affonda però le radici nel tempo. Già nel 2015 la sezione “Dedica a Pasolini” era stata riconosciuta dal Ministero della Cultura fra le iniziative ufficiali per il quarantennale della sua scomparsa. A ripercorrere il significato di questo cammino è stato Vincenzo Luongo, tra gli organizzatori della rassegna. Da oltre un decennio, ha spiegato, “Varcare la frontiera” esplora il dialogo fra linguaggi artistici differenti, cifra che l’edizione “Interferenze” ha portato pienamente a compimento attraverso l’incontro fra parola, musica e danza. La selezione internazionale, che in poche settimane ha raccolto trentuno candidature di alto livello, ha visto convergere le scelte della giuria e di Taylor su Toni, colpendoli per la qualità del movimento, l’intelligenza interpretativa e la naturale disponibilità al confronto creativo. Ne è nato, ha concluso Luongo, un lavoro corale, sviluppato in tempi molto brevi ma caratterizzato da una notevole coesione progettuale.

Toni Flego abbandonato al suolo (foto: Giancarlo Surez)

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