Oltre la scena, dentro la vita

Due chiacchiere con Federico Guidotto, responsabile del COMITES di Fiume e ideatore del «Carro di Tespi», che ci racconta perché un palco può ancora accendere comunità, passione e domande

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Oltre la scena, dentro la vita
Federico Guidotto. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Oggi molti spazi scenici sembrano chiusi nei propri rituali, confinati tra platee borghesi e sedute numerate. C’è chi invece carica il teatro su un carro ideale e lo porta, con passo umile e determinato, tra le persone, nei borghi, là dove la quotidianità vive distante dai circuiti ufficiali. Così nasce “Il Carro di Tespi – Teatro italiano in piazza”, rassegna itinerante ideata nel 2022 da un gruppo di lavoro guidato da Federico Guidotto, insieme a Giulio Settimo, allora direttore del Dramma Italiano. Oggi è una delle attività culturali più consolidate del COMITES, promossa e coordinata con il sostegno dell’Unione Italiana, del Consolato Generale d’Italia a Fiume e dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, in collaborazione con le Comunità degli Italiani dell’Istria e TRY theatre. Queste diventano veri e propri centri di ospitalità artistica, accogliendo artisti e pubblico. Abbiamo incontrato Federico Guidotto alla fine dell’edizione 2025, per ripercorrere la genesi, il significato e gli orizzonti futuri di questa esperienza che è, prima di tutto, un atto d’impegno civile.

“Malacarne, la ballata dell’amore e del potere”.
Foto: ERIKA BARNABA

Radici mobili
Federico, la tournée del «Carro» si è appena conclusa. Cosa resta, dopo il montaggio e lo smontaggio, i viaggi, le serate, gli applausi?
“Resta, e si conferma ogni anno, che il ‘Carro di Tespi’ è necessario e risponde a un bisogno reale delle Comunità. Lo portiamo là dove c’è fame di cultura autentica, dove il teatro professionale può davvero fare la differenza. E non si tratta di snobismo o elitismo, ma del desiderio di proporre contenuti solidi, curati, che abbiano qualcosa da dire e da offrire. Le compagnie che invitiamo, provenienti da tutta Italia, hanno studiato, scelto il teatro come mestiere e missione. Questo si percepisce. La qualità ha un costo, ma anche un valore immenso. E arricchisce anche loro, offrendo un’occasione per conoscere una realtà italiana oltreconfine spesso ignorata in patria”.

Come hanno reagito le Comunità locali?
“Con una generosità disarmante. Alcune sono state perfino esageratamente accoglienti, nel senso più bello, ricevendoci come si fa con chi entra in casa propria. Formaggio, prosciutto, vino, cene… piccoli gesti carichi di significato. Le compagnie li sentono, e una volta tornate in Italia, raccontano, promuovono, condividono. Così il seme cresce. Questa è forse la cosa che mi rende più felice: farci conoscere anche al di fuori della nostra realtà CNI. Perciò, dobbiamo superare l’autoreferenzialità e aprire un dialogo reale con l’Italia. In tale senso, possiamo dire di essere riusciti nell’intento. Le Comunità degli Italiani di Pola, Rovigno ‘Pino Budicin’ e Verteneglio, il Comune e l’Ente per il turismo di Verteneglio e la Regione istriana hanno dato un contributo fondamentale”.

Il «Carro» porta il teatro dove spesso non arriva. Che valore ha, oggi, questo gesto? Solo culturale o anche politico, nel senso più alto?
“Entrambi. Nonostante non possiamo ancora fare una selezione completamente sistematica degli spettacoli, cerchiamo comunque di alternare linguaggi e contenuti. Abbiamo ospitato commedie musicali, opere liriche dal tono ironico, ma anche testi contemporanei con forte valenza civile. Ricordo ‘Il colloquio’ del Collettivo LunAzione, una compagnia napoletana, incentrato sul tema del sovraffollamento carcerario. Quella sera, a Portole, iniziò a piovere prima dello spettacolo, ma il pubblico rimase lì, sotto gli ombrelli. Nessuno si mosse. Lo spettacolo si fece. Quello per me è stato un momento decisivo: quando il teatro arriva nel posto giusto, accade davvero”.

Le tematiche vengono scelte in anticipo o dipendono dalle circostanze?
“Il sogno sarebbe poter definire una linea curatoriale forte. Idealmente, Giulio Settimo dovrebbe girare l’Italia per assistere agli spettacoli, selezionare, dialogare con le compagnie. Ma servono tempo e fondi. Le prime tre edizioni sono state co-organizzate con il Dramma Italiano, poi, con il cambio di direzione, la gestione è passata completamente alla struttura organizzativa locale. La collaborazione con il Dramma era preziosa. Mi dispiace che sia terminata, perché giovava a tutti, anche al DI stesso. Ma ce la siamo cavata, grazie all’impegno e alla rete di contatti di Giulio, a cui sono profondamente grato”.

Quest’anno il filo conduttore è stato l’amore. Perché questa scelta e come si è declinata nei tre spettacoli?
“Ci è sembrato un tema universale e urgente. Abbiamo presentato tre titoli, tutti gratuiti e sottotitolati in croato e inglese: ‘Malacarne. La ballata dell’amore e del potere’ della compagnia BRAT, per la regia di Michele Modesto Casarin, affresco poetico e ironico su amore proibito e potere; ‘Itaca per sempre’, ispirato a Malerba e diretto da Alessandra Pizzi, rilegge il mito di Ulisse e Penelope in chiave disillusa e umana; infine ‘Illusioni’, coproduzione con il Mittelfest, regia di Vinicio Marchioni, tratto da Ivan Vyrypaev, riflette con delicatezza su ciò che crediamo eterno: amore, amicizia, identità”.

“Illusioni”.
Foto: ROBERTA UGRIN

Luce tra le maglie
In un mondo sempre più frammentato, ha ancora senso parlare di teatro «popolare»?
“Sì, assolutamente. Anzi, è proprio il teatro popolare che può contrastare la frammentazione. In piazza, tra la gente, assume una forza diversa. Quest’anno, per la prima volta, il maltempo ci ha costretti a spostarci al chiuso, ma il pubblico ci ha seguito. Segno che il ‘Carro di Tespi’ è diventato un appuntamento atteso, riconoscibile. La gente cerca libertà, leggerezza, partecipazione. Come accade col cinema: vederlo a casa non è come viverlo in sala. Così è per il teatro: uscire dagli spazi canonici lo rende più accessibile, più autentico”.

Il «Carro» ha una vocazione transfrontaliera, plurilingue, intergenerazionale. È questa la chiave per una convivenza futura sostenibile?
“Sì, e il pubblico lo dimostra: italiani, croati, turisti, famiglie, bambini. Per questo insisto sui sottotitoli in croato e inglese. Costano, ma sono essenziali. Se anche una sola persona non capisce l’italiano, abbiamo il dovere di raggiungerla. Tradurre non ci rende meno italiani. Ci rende più accoglienti, più europei. A Epidauro, in Grecia, ho visto uno spettacolo in tre lingue, con sottotitoli in altre due. Lì è normale. Dovrebbe esserlo anche qui. Il complesso della minoranza a me non appartiene”.

C’è stato un momento in cui hai capito che tutto questo andava oltre la semplice rassegna?
“Ogni volta che ci invitano a tornare. Ogni volta che una Comunità ci consiglia ad un’altra. Il ‘Carro di Tespi’ si alimenta con l’esperienza diretta, con la trasmissione di ciò che è stato vissuto. Questo scambio è il vero cuore dell’iniziativa. Non si tratta solo di dare, ma anche di ricevere, incontrarsi, cambiare”.

Visto l’impatto simbolico di questa realtà, dispiace che l’Unione Italiana non l’abbia ancora fatta propria?
“Sì, un po’ dispiace. La collaborazione tra istituzioni è fondamentale. Il COMITES fiumano opera in un territorio ricco di enti con obiettivi affini. Dovremmo convergere. Il sogno è portare il ‘Carro’ anche a Fiume, nelle isole, in Dalmazia. Raggiungere ogni angolo di questo arcipelago culturale. Se non funzionasse, pazienza. Ma almeno avremmo tentato. Sarebbe ideale se l’Unione Italiana lo accogliesse, magari all’interno del proprio settore cultura. Chissà. Mai dire mai”.

E per il futuro?
“Vogliamo crescere ancora, esplorare nuovi territori, aprirci ai linguaggi contemporanei, ai laboratori, ai giovani, alle contaminazioni. È un organismo vivo, che evolve con e per le persone. Il teatro ha un ruolo fondamentale nella costruzione delle Comunità. Noi vogliamo continuare a sostenerlo, con convinzione”.

“Itaca per sempre”.
Foto: DARIA DEGHENGHI

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