In un’Arena sold out e in un’atmosfera avvolgente, Nick Cave & The Bad Seeds per gli amanti del particolare genere (moltissimi per la verità) martedì sera hanno svolto il primo, memorabile, dei loro due concerti consecutivi a Pola, che rientrano nell’ambito del suo ultimo tour mondiale denominato “The wild got”, come si intitola il suo ultimo album uscito nel 2024 (il 18esimo con i The Bad Seeds, il 24esimo in assoluto). A dispetto dei suoi 68 anni, e a dir poco dell’“intensa” e tragica vita vissuta (tra l’altro ha perso i figli Arthur e Jethro), Cave, alias Nicholas Edwars Cave spesso definito “il re del dark rock” o del gothic/apocalyptic blues, si è presentato in forma smagliante, dando vita a uno spettacolo per la tipicità senza precedenti nell’Anfiteatro vespasiano, rimanendo sulla scena (compresa la brevissima pausa che ha preceduto il bis) per ben due ore e 40 minuti (fermo restando che ha iniziato il concerto puntualissimo alle 21).

Temi universali
Il poliedrico artista australiano (è nato na Warracknabeal nello Stato Victoria), che oltre ad essere cantautore, compositore, scrittore, sceneggiatore e attore è un frontman d’eccezione, capace con il suo carisma di trasportare forti emozioni trattando a modo proprio temi pesanti, come la fede, l’amore, la morte, la violenza, il senso di colpa, la debolezza delle persone e il desiderio di redenzione. Cerca di riflettere sul suo mondo personale unendolo a temi universali. Nick Cave (rigorosamente in vestito nero, camicia bianca e con tanto di cravatta) e compagnia sono partiti subito alla grande proponendo le energiche “Great ready for now”, “From here to Eternity”, “Train long – Suffering” e “Wild God”. “Buonasera Pola, fa un caldo pazzesco (per fare una traduzione meno… aggressiva dall’inglese), e quindi soffiate verso di me per rinfrescarmi”, così Cave, che si è tolto la giacca per rimanere comunque in gilet e cravatta, non fermandosi per un attimo sino alla fine (se non per presentare brevemente i brani), “saltando” dal microfono al pianoforte a seconda delle necessità.

L’evoluzione del protagonista
Accompagnato dai mitici The Bad Seeds (10 eccellenti musicisti), con i quali Nick è legato ombelicamente, e con un sound perfetto e cristallino (che si è potuto ascoltare in ogni angolino nella zeppa Arena polese, e pure fuori dalle mura), si è proseguito con i brani più lenti e profondi, come “O children”, “Tupelo” (città di nascita di Elvis Presley, e quindi dedicata al Re del Rock and Roll), “Carnage” e “Joy” (tratto dal “Wild god”), nella quale evoca intensamente il dolore per la perdita del figlio Arthur (deceduto 11 anni fa a 15 anni cadendo da una scogliera sotto l’effetto di LSD nei pressi della casa a Brighton). Seppur lenti e lunghi, i brani di Cave grazie anche all’ottima interpretazione dei musicisti e i ricchissimi arrangiamenti (a tratti sembrava di ascoltare un’orchestra) infine conducono alla positività e al pieno coinvolgimento del pubblico, con il quale Cave ama contattare, tirando fuori anche qualche simpatica battuta. A distanza di mezzo secolo dagli inizi, quando era un giovane ribelle con origini punk, poi evolute nella lunga carriera, nella quale ha avuto moltissimi alti e bassi, tra l’altro problemi con la droga e depressione, oggi Cave non è una persona avvilita e demoralizzata, anzi parla delle sue dure angosce in pratica per liberarsene, e non raramente si emoziona pure cantando, come ad esempio nella “Hollywood” (dall’album “Ghosteen” del 2019), che rielabora il lutto universale per la perdita di un figlio.

Compagni d’avventura
Dopo “Rings of Saturn” (“Skeleton Tree”) e “Bright horses”, Cave ai numerosi presenti ha proposto un’inedita (va puntualizzato in merito che la scaletta dei brani per ogni concerto è differente, e ci mancherebbe dato l’enorme repertorio nato in mezzo secolo di attività) “Henry Lee”, la ballata successone del 1996 assieme all’allora ex compagna, “l’indomabile cantautrice” P.J. Harvey, in questa circostanza “interpretata” dall’eccellente back vocal Janet Romus. Per non scordare assolutamente i nomi della band, accanto a quest’ultima nello stesso ruolo si sono distinti T Jae Cole, Miça Townsende, Wendi Rose, e poi il compagno e collaboratore di lunga data Warren Ellis (violino, viola, chitarra tenore, synthesizer e via dicendo), Jim Sclavunos (percussioni, batteria, xilofono, tastiere, voce), George Vjestica, di origini croate (chitarra acustica e elettrica, piano, voce), Colin Greenwood (chitarra basso), Larry Mullins (batteria, percussioni, tastiere, vibrafono, voce), nonché Carly Paradis (tastiere e voce).

Tra i suoi fan
L’atmosfera in seguito si è fatta più surriscaldata con le note “The Mercy Seat”, “Papa won’t leave you, Henry” (dove Cave in pratica si è “immerso” brevemente nel pubblico, e ha avuto pure modo di autografare un libro di un fan), “Red Right Hand” (sigla e tema musicale della serie televisiva “Peaky Blinders”, con il formidabile uso e suono della campana), “The Weeping song” e “Jubilee street”. Nell’immancabile bis, Cave (oramai solamente in camicia), ha proposto la dinamica “City of Refuge”, “Stranger then…”, “Nobody’s Baby Now”, e infine da solo, ringraziando sentitamente Pola e l’Arena come “un luogo fantastico”, e presentando i singoli musicisti, al pianoforte ha esibito il suo cavallo di battaglia “Into my arms”. Per i fan un concerto indimenticabile, come pure per coloro che hanno potuto vedere e ascoltare per la prima volta dal vivo questo fenomeno della musica contemporanea mondiale. Va detto senz’altro che per far fronte all’ondata di calore la Città questa volta ha intrapreso le dovute misure aprendo 5-6 rubinetti per l’acqua fuori dell’Arena, dove era concesso portare (per la prima volta) una boccetta di plastica di mezzo litro, comunque stappata. Inoltre erano presenti sul posto diverse autolettighe del Pronto soccorso, pronte ad aiutare le persone eventualmente colte da malore dovuto a temperature elevate.
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